di Daniele Poto – Un’ondata di clamorose nuove proposte di attribuzioni artistiche sta scuotendo la Sovrintendenza capitolina. Quello che, nel catalogo del Ministero dei Beni Culturali, era contrassegnato dalla targhetta generica di “anonimo romano”, dopo circa 500 anni approda alla potenziale e possibile firma di Michelangelo Buonarroti.
La rivelazione della ricercatrice di documenti storici Valentina Salerno, membro del Comitato costituito in Vaticano per le celebrazioni dei 550 anni dalla nascita di Michelangelo, è deflagrante per la finora quieta vita della pur pregiata Basilica di Sant’Agnese Fuori le Mura.
Quella scultura, un Cristo Salvatore in marmo, incuneata in una cappellina naturale, finora era stata ignorata e snobbata dai visitatori. Il tutto in una struttura che è soggetta da molti mesi a restauro, costringendo i fedeli a seguire le celebrazioni nella vicina Santa Costanza.
La prima conseguenza della possibile scoperta è stata l’installazione di un dispositivo antifurto, a tutela della potenziale crescita di valore dell’opera.
Ma il possibile “tesoretto michelangiolesco” è legato a doppio filo a una partita di ritrovamenti in cui l’involontario testimone è Tommaso de’ Cavalieri, intenso frequentatore del Maestro e custode della sua eredità artistica.
Il minuzioso lavoro di Valentina Salerno, che tiene a precisare di non essere una storica dell’arte, parte dalla traccia degli Statuti dei canonici regolari del Santissimo Salvatore, legati da rapporti intensi con la ricca famiglia de’ Cavalieri, alla quale apparteneva proprio Tommaso.
Lo stesso Giorgio Vasari, nelle sue Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, racconta il rapporto senza equivoci tra Tommaso de’ Cavalieri e Michelangelo, pur separati da trent’anni di età. Un legame non meno significativo di quello che l’artista intrattenne con Vittoria Colonna.
Sul piano comparativo, la scultura del busto del Salvatore è stata messa a confronto con un disegno originale conservato a Oxford, attribuito con certezza a Michelangelo Buonarroti. Il percorso attributivo viene giudicato “plausibile”.


L’eredità segreta del Maestro, alla sua morte, venne gestita dalla Compagnia del Santissimo Crocifisso, proprio sotto la direzione occulta di Tommaso de’ Cavalieri. Si parla anche di misteriosi cubicoli nei sotterranei di San Pietro in Vincoli, che potrebbero un giorno restituire nuovi tesori artistici.
In realtà, l’attribuzione del Cristo Salvatore a Michelangelo non è del tutto nuova. Già nel 1824, durante il verbale di un’ispezione apostolica, venne garantita ex post la paternità dell’opera.
Il riconoscimento fu però successivamente cancellato dagli studi della specialista francese Silvia Pressouyre, che attribuì il busto allo scultore noto come il Franciosino. Dopo questo disconoscimento, l’opera venne nuovamente classificata come autore anonimo, finendo progressivamente nel dimenticatoio.
Ora arriva questo ennesimo e sorprendente colpo di scena.
Secondo l’ipotesi di studio, per il busto del Salvatore Michelangelo si sarebbe ispirato al volto dell’amato Tommaso de’ Cavalieri.
Alcuni dettagli — come il naso e la piega delle labbra — presenterebbero infatti somiglianze con l’immagine del compagno di vita dell’artista.
Il capitolo resta aperto. Sarà la storia dell’arte a stabilire se l’attribuzione è corretta e se il busto potrà entrare ufficialmente tra i capolavori di Michelangelo presenti a Roma.
Tra questi figurano, in ordine sparso: il Giudizio Universale della Cappella Sistina, attualmente in restauro, realizzato tra il 1536 e il 1541; il chiostro michelangiolesco delle Terme di Diocleziano; la celebre Pietà; il Cristo della Minerva; parti progettuali di Palazzo Farnese; la Cappella Paolina; la Cupola di San Pietro; la relativa Sagrestia Nuova.


Si delinea così un potenziale itinerario michelangiolesco a Roma sempre più ricco e interessante, in attesa che gli specialisti sciolgano gli ultimi — e non trascurabili — dubbi sulla possibile attribuzione del busto del Cristo Salvatore.
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