di Stefano Macera – A Roma non poche sono le chiese notevoli che s’è iniziato a studiare solo di recente. Tra le altre, si può menzionare Santa Maria Immacolata all’Esquilino, in Via Emanuele Filiberto 129.
La prima pubblicazione relativa a questo singolare edificio risale infatti al 2023: si tratta di Santa Maria Immacolata all’Esquilino, la chiesa delle pittrici. L’opera di San Ludovico Casoria a Roma (Chillemi Books), a firma dell’ingegnere Antonino Contaldi, e di Domenico Repice, che della Chiesa in oggetto è il Rettore. Un testo che, pur fornendo diverse indicazioni di natura tecnica, risulta sempre di agevole lettura. Peraltro, in esso ci si sofferma anche sui legami con il territorio di riferimento.


Non a caso, nel sottotitolo si fa riferimento a San Ludovico da Casoria, fondatore della Congregazione dei Frati Bigi della Carità, e alla sua azione nella Roma in espansione degli ultimi decenni dell’800.
Un’opera che, come quella svolta a Napoli o altrove, si segnalò per l’attenzione agli ultimi. Concretizzandosi poi nella realizzazione di una scuola popolare gratuita che, dopo una breve fase nel quartiere Macao (l’odierno Castro Pretorio), nel 1883 venne trasferita in viale Manzoni, cuore del rione Esquilino.
Del resto, già tre anni prima un Senatore, evidentemente colpito dall’attivismo di Padre Ludovico, gli aveva promesso in dono un terreno in un’area attigua.
Qui sorgerà la chiesa, che però il santo non fece in tempo a vedere.
Egli perì infatti nel 1885, mentre i lavori relativi all’edificio – basati sui disegni dell’architetto Antonio Curri – partirono al principio del secolo successivo. E si rivelarono particolarmente lenti:
in linea con la prassi francescana i frati Bigi non disponevano di entrate regolari, dipendendo dalla generosità dei fedeli.
Certo, colpisce la distanza tra la prima messa celebrata, nel sessantesimo anniversario della proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione (8 dicembre 1914) e l’effettiva consacrazione. L’atto liturgico che, in via definitiva, adibì la costruzione all’uso sacro si ebbe solo il 21 aprile 1942.
Nonostante le lunghe fasi di provvisorietà, S. Maria Immacolata è stata sempre un punto di riferimento per il territorio. Lo attestano i cupi giorni dell’occupazione nazifascista di Roma (10 settembre 1943 – 4 giugno 1944).
Sebbene fosse a poca distanza dal quartier generale delle SS, ubicato in via Tasso, la chiesa nascose nel sottotetto diversi ebrei.
Di queste vicissitudini è bene tener conto, prima di accostarsi ai suoi valori estetici. Che non sono di poco conto: la facciata, di un’elegante essenzialità, è tra le migliori espressioni cittadine del gusto neogotico. Croce sommitale inclusa, non supera i 22 metri di altezza, ma risulta egualmente slanciata. Lo stesso si può dire per i due campanili che la fiancheggiano, che in nome di precisi vincoli si fermano a 24 metri. Antonio Curri aveva pensato di concluderli con delle guglie a forma di piramide, facendogli toccare i 38 metri, ma ricevette il secco rifiuto dell’Ispettorato Edilizio. Poco male, vien da dire.
Segnato da un chiarore che ne esalta le linee, il prospetto risulta privo degli eccessi, anzitutto decorativi, che appesantiscono tante realizzazioni neogotiche, tarpandone l’aspirazione alla verticalità.


Tuttavia, se ci si limita a guardarlo distrattamente, l’interno sembra rispondere a una filosofia diversa.
Diviso in tre navate, risulta riccamente ornato. Nel lato destro s’impongono all’attenzione vetrate finemente lavorate, ma lo sguardo viene catturato anche dal cielo stellato delle volte, d’un meraviglioso blu cobalto.
A ben vedere, la diffusa decorazione non ostacola il senso di raccoglimento. Né impedisce di apprezzare una spaziosità che trascende le esigue dimensioni del vano, confermate dalle strette navate laterali.


Il punto è che le simmetrie e le proporzioni sono state studiate attentamente, mentre i singoli contributi artistici risultano collocati nell’ambiente con cura. Si pensi alle vetrate, che raffigurano scene evangeliche e personaggi dell’Antico e del Nuovo Testamento. A realizzarle fu un laboratorio specializzato, quello della famiglia Giuliani. Per l’occasione il fondatore della ditta, Giulio Cesare, fu coadiuvato dal suocero Eugenio Cisterna e dalle nipoti di quest’ultimo: Maria Letizia e Laura Giuliani. Costoro riuscirono a modernizzare, senza snaturarla, una tradizione figurativa risalente all’epoca gotica.
Un analogo sforzo fu condotto nei dipinti, che su richiesta dei committenti dovevano in primo luogo ispirarsi agli affreschi della Basilica Superiore di Assisi. Le pitture evocano anzitutto i Misteri Mariani del Rosario, ma non mancano tre episodi della vita di San Francesco e diverse figure dell’Antico Testamento. In più, sulle pareti sono ritratti a figura intera santi e beati dell’ordine francescano.
Un programma iconografico articolato, la cui concreta traduzione fu interamente pensata da Gina Baldracchini, pittrice nativa di Perugia. Ella si avvalse della collaborazione di un’altra donna: la poco nota Clelia Argentati.
Le due lavorarono all’impresa tra il 1925 e il 1932, colpendo l’immaginario popolare: presto, infatti, Santa Maria Immacolata venne denominata Chiesa delle pittrici.
Non c’è da stupirsene: oggi s’ipotizza che Baldracchini sia stata la prima artista in Italia a ideare e dirigere il lavoro pittorico in una chiesa contemporanea. Certa, in ogni caso, è la capacità sua e della collaboratrice Argentati di reinventare la tradizione, a cominciare dalle tecniche. Per dire, qui non vi sono affreschi ma solo pitture murali a secco. Ossia realizzate sull’intonaco asciutto, fissando i colori con leganti proteici come le uova. Un modo di procedere ch’era già stata esposto da Cennino Cennini, pittore e trattatista nato nella seconda metà del XIV secolo, ma che forse le due artiste hanno arricchito con accorgimenti ulteriori.
Invero, il loro richiamo creativo al passato meglio s’inquadra prendendo a riferimento le opere, come l’Incoronazione della Vergine posta nell’arco ogivale del presbiterio. Nel realizzarla, Baldracchini fece riferimento al mosaico dell’abside di Santa Maria Maggiore, vertice di Jacopo Torriti e manifesto della nuova arte di fine ‘200. Però la pittrice avvicinò il lontano modello alla sensibilità del fedele contemporaneo, stemperando il gesto solenne del Cristo che incorona la Madonna in un affettuoso dialogo tra Madre e Figlio.


Interessante è pure l’operazione condotta da Clelia Argentati nella Dormitio Virginis, collocata alla destra del presbiterio e non priva di tratti popolareschi. La restituzione dello stupore degli Apostoli attorno alla tomba di Maria, vuota ma ricolma di fiori, può rinviare agli ex-voto di tanti anonimi artigiani.
Senonché l’ingenuità è solo apparente: ricercatissima è la disposizione delle figure, che conferisce profondità alla scena.
E gli arcaismi, come le aureole dorate, servono a individuare meglio i tanti personaggi rappresentati. Insomma, proponendosi di comunicare con le persone più semplici, l’artista ha dissimulato la propria competenza pittorica.
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato sulle nostre belle notizie ti invitiamo a seguirci sui nostri social o a iscriverti alla newsletter mensile cliccando qui





















