di Marianna Mandato – “Sappiamo che lo sai”, disse.
“Che cosa?”, rispose.
“Non fare il furbo con noi”, incalzò.
“Ma io non ci capisco nulla”, continuò.
“Ecco, siete tutti uguali. Fate sempre finta di non capire e di non sapere”, concluse.
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Ed eccoci qui. Nel mondo dove pareva che qualsiasi argomento e qualsiasi accadimento non riuscisse ad essere capito o saputo veramente. Insomma, era un mondo in cui chi sapeva non era certo che gli altri avessero capito e chi capiva sapeva che gli altri non avrebbero mai creduto a quel che diceva.
Un gran subbuglio.
Fatto sta che in quel mondo nessuno riusciva a fidarsi di qualcuno. Ed era dunque ovvio che c’era sempre qualcuno che finisse per non essere compreso.
La cattiva comprensione generava solitudine. La solitudine generava tristezza. La tristezza generava una società scontenta della vita. La scontentezza generava agitazione sociale. L’agitazione sociale generava individui rancorosi e pieni di cattivi sentimenti. Il rancore e la bruttezza generavano la voglia di distruggere tutto.


E finiva che quando un individuo distruggeva qualcuno o qualcosa, la maggior parte degli altri individui quasi ne provava piacere. Era una forma di compensazione per la propria tristezza.
Eppure, c’era chi tutto questo lo aveva creato di proposito, sapete. Le cose prima mica erano così.
Anche se, a dire la verità, quel “prima” non era ben chiaro che cosa antecedesse.
Ma nel “prima”, si sa, le cose pare che andassero comunque sempre meglio dell’adesso.
Ma cosa aveva fatto mai questo “adesso” per piacere così poco da esseri insoddisfatti di tutto?
Il punto è che adesso sarebbe stato un periodo di gran lunga migliore del prima se solo gli individui di quel mondo ne avessero preso coscienza.
Ma un manipolo di individui fra tutti aveva compreso che mantenere la maggioranza degli individui nella convinzione di essere infelici in un mondo in cui le cose proprio non andavano, e che quasi quasi stava anche per implodere, era la garanzia per poter agire indisturbati anche senza essere particolarmente gentili con gli altri.


Anzi,
più risultavano ingiusti e manipolatori più godevano del rispetto di tutti gli individui soggiogati.
Era strana la psicologia della maggior parte degli individui di quel mondo. Invece di pensare a come migliorare le cose in un mondo che sembrava fosse urgentemente da aiutare, cercavano in qualcuno o pochi individui la violenza che avrebbe ristabilito finalmente un ordine globale.
E come avrebbe potuto nascere qualcosa di buono da violenza, costrizione e cattivi sentimenti?
Forse il nodo era tutto lì. Nessuno sapeva più che cosa fossero i buoni sentimenti. Meglio, non aveva più la capacità di crearli. Perché, era ovvio, i buoni sentimenti non riuscivano a saziare la voglia di rivalsa dalla tristezza. Chi era triste e insoddisfatto desiderava soltanto che anche altri lo fossero. Desiderava trascinarli nello stesso sentire. Per condividere il dolore.
Le cose andarono avanti così per un bel po’.
Le guerre iniziarono ad essere all’ordine del giorno. In tanti posti diversi di quel mondo. Guidate, alimentate o create da quei pochi individui che tutto questo lo avevano voluto. Non se ne conoscevano neanche le ragioni reali. Meglio, nessuno avrebbe potuto credere che le ragioni fossero di ordine materiale e personale.
Ma l’onda del malcontento era troppo grande e scoppiava come bombe in grado di fare solo stragi. E quasi tutti finivano per essere convinti che dovesse proprio essere così.
Per fortuna era un quasi tutti. E qualcuno spuntato fuori da quel quasi disse:
“ma l’amore cos’è?”.


Tutti fecero finta di conoscere la risposta ma nessuno fu in grado di darla.
Poi quel qualcuno insistette e disse:
“come facciamo a capire cos’è con tutta questa rabbia, tristezza, malcontento, insoddisfazione e violenza?”.
E tutti fecero silenzio, tranne i signori delle guerre che bombardarono ancora più forte per attutire il disagio che l’ipotesi dell’amore procurava.
A quel qualcuno si unì qualcun altro e poi qualcun altro ancora. A poco a poco la domanda sull’amore iniziò a diventare un grido.


E moltissimi si resero conto che l’amore è quella cosa senza la quale si muore.
Compreso cosa fosse, e per la prima volta non sembrava essere una cattiva comprensione, restava il problema di rendere reale quella comprensione solo pensata e condivisa. Perché dire amore era facile ma farlo diventare amare era proprio un’impresa più folle delle guerre.
Tutti gli individui ormai erano abituati a parlare senza capirsi. A parlare e basta. Erano stati educati al lamento privo di sbocchi.
Era arrivato il momento di fare qualcosa di pratico. Di rendere concreto l’amore amando e vedere poi con quali risultati.


Com’è finita la questione in quel mondo in subbuglio purtroppo ancora non si sa. Ma pare che qualcuno abbia affermato che l’amore concreto, che l’amare attivo fosse una compensazione molto più soddisfacente e addirittura risolutiva per abbattere qualsiasi forma di cattiva comprensione, tristezza, insoddisfazione, violenza e morte.
E che, soprattutto, innescasse un processo di benessere in grado di far comprendere il sentire, coi sentimenti collegati, e il bene comune cosa fosse.
Certo è che i creatori dell’insoddisfazione non ne furono felici.


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