di Marianna Mandato – Non fate che lamentarvi tutto il giorno. Non ne posso più. Oh poveri noi, ma non è vero.
Eccoci qui a lamentarci. Anzi, no, ci mancherebbe, piuttosto a capire il lamento che cos’è. E come sempre lo facciamo cercando di scoprire che cosa ci vuole comunicare la sua veste, ossia la parola che lo indica, la parola che lo fa vivere nella realtà.
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Insomma, siamo certi che in tantissimi sarebbero subito pronti ad affermare “ormai lamentarsi pare essere diventato lo sport nazionale” ma alzi la mano chi è in grado di spiegare che cosa vuol dire la parola lamento.
Muoviamoci come siamo soliti fare.
Prima di andare a cercarne il significato da qualche parte, di cosa riempiremmo la parola lamento per cercare di darne un’idea a chi non ne conoscesse il significato? Per darle in qualche modo forma e consistenza nella realtà?
Sicuramente di
pianto, piagnucolio, lagnanza, rimostranza, reclamo, recriminazione, affanno, sospiro, necessità di manifestare un qualcosa di negativo in modo più o meno forte, rammarico.
C’è qualcosa che già dà fastidio.
Andiamo allora alla ricerca dei suoi genitori e parenti.
La parola lamento ha una parentela latina duplice e un parente più lontano protoindoeuropeo – che sembra un parolone ma vuole soltanto dire “avo delle lingue che conosciamo” –.
Il parente più prossimo è il latino lamentum, che, a sua volta, deriverebbe da clamentum, che è un po’ l’insieme tra clamore e lamento. Volevano entrambe dire “gridare il proprio dolore, rendere sonoro un dolore interiore o meno che fosse”.
Perché sia subito evidente quel “grido”, basti pensare al nostro clamore che altro non è che gridare.
Il parente più antico sarebbe la radice –la e più antica –ra che volevano dire urlare, piangere
Andiamo avanti e chiediamoci se del lamento può essere figlio un verbo. Certamente, lamentare oppure lamentarsi. Nel primo caso manifestiamo il nostro rammarico per qualcosa, nel secondo facciamo lamento di noi stessi.
Evidentemente, perché il lamento si realizzi nella realtà, dobbiamo fare la nostra parte agendo.
Per lamentare o lamentarci di qualcosa, non ci mettiamo a correre, ovvio. Semmai potremmo iniziare a lamentarci a fine corsa, magari per gridare il dolore provocato da muscoli stanchi o dall’esigenza di cambiare scarpe inadatte che ci costringono ad una fatica intollerabile.
I lamenti non sono altro che semplici azioni sonore, insomma.
Abbiamo la necessità di gridare a qualcuno un qualche tipo di malessere personale.


Così lamentiamo la carenza di qualcosa, lamentiamo il disagio in certe situazioni, ci lamentiamo perché siamo stati colpiti dalla sfortuna, lamentiamo mal di testa, di pancia, ci lamentiamo per la famosa cervicale. Ci lamentiamo per una storia finita, ci lamentiamo per i prezzi troppo cari, ci lamentiamo perché non ci vogliono bene, ci lamentiamo perché gli stipendi sono bassi, ci lamentiamo perché la società è ingiusta, ci lamentiamo perché andiamo sempre di fretta, ci lamentiamo perché non abbiamo tempo a sufficienza, e ci lamentiamo perché la vita è breve.


Qualcuno ne ha abbastanza?
Purtroppo dobbiamo gridare i nostri lamenti. Già, perché
un lamento non gridato, non esternato in modo perentorio, è inesistente.
E perché si sente l’esigenza di gridare il proprio dolore? Che cosa dovrebbe scaturire da quel grido, da quel lamento?
Soprattutto, perché sembra che ultimamente sia sempre più diffusa l’abitudine di lamentarsi?
Ebbene, pare proprio che sia una specie di trappola.
Già,
lamentarsi, in qualche maniera è gratificante. Fa sentire protagonisti.
Catturare l’attenzione di chi ascolta con le proprie “grida di dolore” diviene lo scopo stesso della lamentela. Alla quale non seguirà alcuna azione concreta per cambiare la situazione o lo stato che ci procura dolore. Soprattutto perché, quello stesso dolore ci rende vittime di situazioni ed eventi che ci hanno “preso di mira” o soggiogato, ci sopraffanno e ci impediscono lecitamente di porre rimedio.
“Poveri noi, non potremmo reagire neanche se lo volessimo”.


Insomma l’azione che rende concreta la parola lamento nella realtà non è in vista di un rimedio ma del grido di dolore.
Come se non bastasse, sappiamo che le parole e la realtà ad esse collegate producono effetti sul nostro corpo. Sono “fisiche”.
Il lamento produce cortisolo, l’ormone dello stress. L’energia che ne deriverà sarà di tipo negativo. E più una situazione o uno stato appariranno negativi, più la persona che si lamenta resterà impantanata o immobilizzata nel lamento.
Evitare un lamento, costringe ad affermare “va bene”.
Affermare “va bene” sposta l’attenzione da se stessi al nostro interlocutore che vedrebbe invece in noi la persona forte e fortunata con cui potersi lecitamente lamentare.
Mettendo insieme i pezzi, parrebbe proprio che “la moda” sempre più dilagante di lamentarsi sia specchio di una società che subisce anziché agire. Di una società che lamenta situazioni insopportabili ma non ha più i mezzi psicologici per affrontarli o modificarli.
E ricordiamoci sempre che una società che si lamenta e non agisce è una società manipolabile.
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