di Daniele Poto – Giovanni Ripoli appartiene a quella generazione di cantautori evergreen che ha segnato un’epoca.
Una fascia d’età, una motivazione e un’ispirazione che prescinde dal mainstream. Con numi ispiratori molto chiari sullo sfondo: Claudio Lolli, Davide Riondino, Flavio Giurato.
Canzoni sussurrate e non urlate. Con un messaggio che si alza forte e chiaro ancorché involontario:
“la mia generazione ha perso, facciamone una ragione”.
Così, dopo il lockdown, periodo forzato di stasi, superando i cavalloni di alcuni inaspettati lutti personali, Ripoli, un aspetto a metà tra Bob Dylan e Fabio Concato, è entrato in sala d’incisione e ha prodotto con base elettronica e fidati strumenti “Un pastis per Van Gogh”.
Ora lo porta in tournée, quando va bene con accompagnamento di pianoforte e chitarra, oppure fidandosi solo della sua voce.
Pezzi che, per chi ha avuto modo ascoltarlo nella Festa per il decennale di B-hop nella Libreria Eli a Roma, puntano fiches acuminate e corrosive su una dissacrante e sdrammatizzante ironia.


Ora che l’utopia è svanita all’orizzonte e la sua generazione non potrà cambiare il mondo (al massimo può sperare di uscirne indenne e di non essere cambiata a sua volta), è tempo di un riflusso meditativo che distilla le esperienze di una vita abbastanza lunga. Ed effettivamente il pastis rientra nelle sue bevande preferite.
Come la predilezione per il collezionismo musicale. Dopo il debutto in casa al Circolo Eur ora Ripoli cerca nuove occasioni per esibirsi dal vivo, assistito dai consigli della fedele manager Monica Catalano.





















