di Margherita Vetrano – Esce oggi, 25 ottobre, il terzo album della cantautrice romana Alice Clarini intitolato Come se fosse la fine del mondo“.
Ascolta “Come se fosse la fine del mondo, il nuovo album di Alice Clarini” su Spreaker.
Quando Alice Clarini suona, entra in una catarsi nella quale chi assiste vede solo lei e quel che sta comunicando in quel momento. La sua aura la fa risplendere e mutare nel preciso momento in cui si esibisce: “Suonare mi riconcilia con il mondo. Quando sento la tempesta, prendo la chitarra in mano”.
Qual è stata la tua strada nella musica?
Sono nata in una famiglia musicale. I miei genitori hanno sempre fatto musica a livello amatoriale. Avevamo un amico di famiglia che ci creava quelle che oggi si chiamano Playlist che ascoltavamo durante i nostri viaggi.
Sin da piccola l’impatto è stato forte e di livello. Ho sempre ascoltato buona musica: sono cresciuta ascoltando Francesco De Gregori, che è il mio punto di riferimento ma anche il folk americano fino a Tracy Chapman. Mi sono poi distaccata ma era talmente bello quello che mi facevano ascoltare che le mie radici affondano proprio lì e la bolla l’ho rotta tardi.
Ho scelto il componimento musicale come espressione comunicativa perché mi è sempre venuto naturale. La prima canzoncina l’ho scritta in età tenerissima quando musicavo ogni parola che pronunciavo.
Ho composto rockeroide nell’infanzia e poi l’accompagnamento con la chitarra mi ha aperto le porte dell’universo autoriale.


Hai sempre accompagnato la tua musica con la chitarra ma per questo nuovo album hai esplorato anche la dimensione elettronica, progettando al computer.
Nei miei tre album ho vissuto un’evoluzione naturale. Il primo disco era più intimista anche a livello di arrangiamento. Il secondo album era più suonato, più pop, con qualche incursione di suoni elettronici e quest’ultimo è l’evoluzione naturale mia ma anche del panorama musicale in generale. Quello che mi è piaciuto ho voluto approfondirlo anche grazie alla mia arrangiatrice e produttrice Martina Bertini.
Com’è stata l’esperienza con l’elettronica?
All’inizio l’impatto è stato estraniante ma poi mi sono lasciata andare ed è stato molto divertente.
E’ solo un inizio; si può fare ancora molto anche se nel prossimo album vorrei tornare all’intimismo. Mi piacerebbe fare cose più morbide, lasciando spazio a incursioni nell’elettronica senza lasciarla prevalere.
Siete una band di sole donne. E’ stata una scelta o è accaduto per caso?
Entrambe le risposte. Ho iniziato a suonare anni fa con la mia chitarrista Annalisa Baldi e poi per partecipare alle selezioni del Premio Fabrizio De André abbiamo messo su una band chiamando la batterista Aurora Di Rocco ed altri due elementi.
Ho voluto dare risalto a musiciste donne proprio perché nella musica c’è una prevalenza maschile assoluta.
Non trovo una grande differenza tra una band al maschile o al femminile. In termini tecnici dipende dalle persone, come sempre, ma mi relaziono più facilmente con le donne. Il passaggio ad una band al femminile è stato naturale dopo tanti anni di soli uomini. Oggi con le ragazze mi sento più parte di un gruppo.
La promozione del nuovo disco arriva a ridosso del Premio Fabrizio De André, dove anche quest’anno ti sei qualificata tra i finalisti?
In realtà no perché il Premio è arrivato prima. Sono passata alle semifinali del 13 settembre a Isernia, qualificandomi tra i primi 10 finalisti sia nella sezione musica che nella sezione poesia. E’ la quarta volta che partecipo ed essermi qualificata in entrambi gli ambiti è stato un ottimo risultato. Nell’edizione 2020 ho vinto il premio Repubblica.it con la canzone “Qui non c’è il mare”. L’aspetto manageriale è complesso da gestire. Guidata dalla passione e dall’emozione, è per me difficile gestire come un prodotto quella che in realtà è una mia “creatura”.


Il nuovo album lo definisci un progetto di distruzione e ricostruzione. Da cosa nasce quest’esigenza? Qual è la parte che vuoi abbandonare e quale vuoi ricostruire di te?
Il tema del disco è “abbandonare il controllo”. Vorrei lasciarmi andare di più. Sono una persona molto controllata anche se questo sembra essere un concetto che cozza con l’essere una cantautrice.
Molto spesso mi trovo bloccata da una forte paura di vivere; è come se volessi tenere fermi i pianeti.
Attraverso le canzoni mi sono proiettata dentro scenari catastrofici come terapia per esorcizzare la paura di abbandonare il controllo. Ho utilizzato la tecnica psicoterapeutica del “come se” al contrario. Ho immaginato delle evoluzioni come se fosse accaduto uno shock nel presente.
Per me è terapeutico muovermi in quest’ottica perché valutare una prospettiva disastrosa mi fa apprezzare il presente. E’ una valvola di sfogo che placa le mie ansie.
Nella canzone “Qui non c’è il mare”, ad esempio, parlo di un naufragio quasi desiderato; “Casca la luna” parla della luna che cade sulla mia mano ma infonde nuova linfa e nuova energia.
In questo scenario, Alice Clarini un posto sicuro ce l’ha?
Penso che il mio centro sia nella natura.
Ho la fortuna di riuscire ad immergermi completamente in una riflessione e nella pace, quando mi trovo in un ambiente naturale. Mi accorgo delle piccole cose e riesco ad osservarle e ad apprezzarle quando sono in simbiosi con la natura. Un’altra ancora è stata per me la lettura, dai testi dell”induismo a quelli della meditazione. Krishnamurti mi ha aiutata moltissimo con il suo pensiero di stare nel momento senza pensieri e nel vedere quel che accade nel momento preciso perché ogni momento non è uguale all’altro.
Suonare mi riconcilia con il mondo. Quando sento la tempesta, prendo la chitarra in mano.


Qual è la cosa che ti ha aperto gli occhi rispetto alla bellezza che avevi intorno?
L’ambiente naturale circostante. Basta aprire gli occhi e guardare la bellezza intorno a me che tutte le preoccupazioni cadono. Non penso più ma mi concentro sul momento.
Cerco di stare nel “qui e ora” e quando questo accade, contatto la gioia di vivere, perché c’è tanta bellezza intorno a noi, nelle cose semplici.
Il disco sarà presentato live in full band a Roma al Riverside in viale Gottardo 12, il 20 novembre alle 21:30





















