di Daniele Poto – Gruppo di famiglia in un interno tossico, a tratti soffocante. Mancate spiegazioni che si trascinano nel tempo tra gli eccessi del mondo del cinema e del teatro.
Il protagonista del film Sentimental value, il credibilissimo Stellan Skarsgård, si riaffaccia in famiglia ma solo per uno scopo concreto. Torna a progettare un film dopo 15 anni di vacatio per reclutare la figlia Nora in quella che dovrebbe essere una struggente manipolazione biografica delle vicende della propria famiglia, corroborata anche dalla ricostruzione degli interni della casa di famiglia, opportunamente ristrutturata.
Ma la strumentalità del progetto cinematografico si scontra con gli umori delle figlie. Le sorelle, molto solidali tra loro, hanno avuto genitori assenti: il padre, assorbito dal lavoro artistico; la madre, psicologa e genitrice disfunzionale.
Di quel periodo ricordano solo le liti familiari. La figlia maggiore ha accumulato ansie e frustrazioni che emergono quando deve andare in scena: lì rivela tutto il proprio talento ma anche la solitudine che le ha impedito di costruire una famiglia stabile e un legame affettivo duraturo.
Quando il regista torna sulla scena familiare, i conflitti rivelano tutta la loro durezza. Una figlia rifiuta di lavorare con il padre, l’altra vuole evitare che venga coinvolto il figlio di nove anni. Così, tra i rifiuti, il protagonista sceglie una starlette statunitense che però, tra un ciak e l’altro, rivela la propria inadeguatezza artistica e rinuncia alla parte, rischiando di far fallire il progetto.
Non sveliamo gli sviluppi di un’opera che trova il proprio limite nella lentezza del ritmo narrativo, lontano dal timbro americano. Eppure il film, nella finzione, è finanziato da Netflix, piattaforma abituata a plot adrenalinici. Una sforbiciata di un quarto d’ora avrebbe giovato all’intensità del film, la cui candidatura agli Oscar cozza contro questi limiti.
La regia di Joachim Trier mantiene però un andamento logico e si avvale dell’ottima fotografia di Kasper Tuxen: vengono in mente, per alcune scene, i quadri di Edward Hopper.
Tiene testa a Skarsgård la bravissima Renate Reinsve, che interpreta la sorella maggiore con un personaggio complesso e tormentato, tra pianti, sguardi terrigni e tentativi di suicidio.


Nel fitto accumulo di spunti emerge anche il richiamo a un precedente film di Joachim Trier, legato alle vicende della madre durante l’occupazione nazista della Norvegia: un’aggiunta narrativa che resta però periferica.
I dialoghi nordici, spesso poco empatici, rispettano l’indole di un popolo che vive con poche ore di luce. Plumbei sintagmi ripetuti — “Come stai?”, “Ti voglio bene” — che, con tutti i loro limiti, contribuiscono a costruire atmosfera e mood. La sentimentalità resta sommersa sotto affettazioni di maniera.
Vi consiglio di vederlo di pomeriggio perché distilla la sua qualità tra lunghi silenzi. Scene che rimandano agli interni familiari di Ibsen e Bergman, secondo uno stile freddo e scandinavo.
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