di Daniele Poto – Chi si aspettava la consueta uscita natalizia di Aldo Giovanni e Giacomo potrebbe rimanere deluso. Qui non c’è fiction pura, ma storia e memoria, raccontate con misura nella regia di Sophie Chiarello che, attraverso un accurato lavoro di sceneggiatura, rievoca l’intero percorso artistico, individuale e collettivo di Aldo Baglio, Giovanni Storti e Giacomo Poretti.


Il documentario mette davanti alla macchina da presa scopritori, registi e collaboratori storici, che nel tempo hanno contribuito a mettere a fuoco la vocazione di quello che inizialmente era un duo di mimi e che poi è diventato una formidabile macchina da sketch, arricchita dall’ingresso del terzo elemento della compagnia.
In questo racconto emerge in modo emblematico la figura di Giacomo Poretti, la new entry ormai storicizzata, vera epitome degli sforzi per uscire dall’anonimato. Operaio per cinque anni, poi inserviente in ospedale e infine caposala infermieristico per undici anni, prima di entrare stabilmente nella compagnia, diventandone un valore aggiunto fondamentale. Nessuna scuola di teatro, nessuna formazione accademica: solo disponibilità autodidatta e talento grezzo, elementi che ben si sposano con il titolo del documentario – a tratti vera docu-fiction – tratto da una pagella di Aldo Baglio, mostrata senza sconti: “Attitudine: nessuna”.


Qualità inizialmente vaghe, apparentemente senza arte né parte, che però si consolidano grazie anche all’aiuto quasi profetico di figure come Paolo Rossi, che inserisce il trio nel suo Circo. Seguono la tutela e la consacrazione televisiva con la Gialappa’s Band, la nascita delle macchiette iconiche come i Bulgari e il mitico Tafazzi. Emblematico il racconto del medaglione di Walter Veltroni, che suggerì a Sandro Veronesi di scrivere un pezzo serio su l’Unità proprio partendo da Tafazzi. Da lì arrivano i film di successo, diretti da Massimo Venier, in cui le battute si saldano in trame garbate e popolari, capaci di parlare a un pubblico trasversale.


Il documentario, però, non si limita a un’operazione celebrativa. Racconta anche i momenti di caduta, come il deciso flop di Reuma Park.
“Eravamo troppo sicuri di noi, mentre avremmo dovuto alzare l’asticella. Ma anche questo insuccesso ci è servito per risollevarci”,
commenta Aldo Baglio. Il tema della pensione anticipata e del possibile ritiro dalle scene si rivelò poco stimolante per il pubblico, segnando uno stop significativo nel percorso del trio.
Sophie Chiarello non tralascia nulla nella sua rievocazione. Scorrono luoghi simbolo di una Milano che non c’è più, case vissute, colleghi, amici e genitori. Dai cinque anni dell’asilo, tra aspirazioni artistiche confuse e precoci, fino ai giorni nostri, il racconto zigzaga dentro una storia profondamente italiana.


Emergono anche barlumi di futuro, sebbene artisticamente sembri esserci meno da spendere. Aldo Baglio si è ritirato in Sicilia, senza rinunciare a partecipazioni importanti come l’ultimo film di Paolo Virzì; Giovanni Storti è assorbito da una passione ecologica tanto intensa quanto imprevedibile; Giacomo Poretti ha scoperto in età matura una vena pittorica sorprendente.
La vita continua, non più in ascesa come un tempo, ma in un realistico ripiegamento. È qui che si insinua una sottile nota di malinconia, evidente anche nel delicato accenno al divorzio artistico da Marina Massironi, presenza fondamentale in molte pellicole e ex moglie di Giacomo Poretti.


In definitiva, un prodotto onesto, umile e vero,
adatto a chi da sempre è entrato nello spirito di Aldo Giovanni e Giacomo, un trio che – al pari di Ficarra e Picone – non ha mai tradito una coerenza di fondo nelle proprie scelte artistiche.
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