di Nadia Boccale – Quest’anno la 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia è un’edizione molto speciale per più motivi: innanzitutto, per la prima volta nella storia di questo evento, la curatrice, Koyo Kouoh, è una donna nera; il secondo motivo è che lei è scomparsa dopo 6 mesi aver ricevuto l’incarico; il terzo è il tema che ha voluto dare alla mostra: “In Minor Keys”, ovvero dare spazio e far emergere le voci artistiche che fanno meno rumore.


Il titolo si ispira alla chiave minore dell’ambito musicale, la quale allude sia alla struttura di un brano che ai suoi effetti emotivi. Le tonalità minori non emergono in fragori orchestrali ma hanno uno stile sommesso, più basso, evocano malinconia ed introspezione. Tuttavia, è proprio da lì che è possibile partire per trovare varchi verso aperture nuove.
Era appunto questo uno degli obiettivi della curatrice: trovare speranza, energia creatrice, forza vitale e nuove prospettive nelle espressioni artistiche che rimangono più nascoste.
Koyo Kouoh è nata in Camerun nel 1967; a 13 anni, con la famiglia, si è trasferita a Zurigo dove ha vissuto fino a 27 anni studiando amministrazione aziendale e bancaria. Coltivava, tuttavia, anche un forte interesse per temi culturali e sociali e, soprattutto, sentiva il richiamo dell’Africa. Ritornò, quindi, nel suo continente d’origine con la certezza che era quella la terra dove voleva far crescere suo figlio.
Grazie ad una serie di fortunati incontri con artisti senegalesi, primo fra tutti Issa Samb, cambiò completamente attività diventando una raffinata ricercatrice artistica e curatrice sempre ben collegata a tematiche culturali, sociali e politiche.
A novembre 2024 ha ricevuto il prestigioso incarico di direttrice artistica della Biennale di Venezia 2026 e il 10 maggio 2025 è morta a 58 anni.


Ha lavorato sei mesi intensamente per creare lo spettacolare volto che oggi vediamo in mostra, ha selezionato i 110 artisti ospiti nel Padiglione Centrale dei Giardini della Biennale e nelle Corderie dell’Arsenale di Venezia ed ha tracciato le linee tematiche di fondo lasciando un vibrante e profondo testamento.
Ha scelto uno staff formato da cinque persone provenienti da nazionalità diverse e con loro, dopo mesi di lavoro a distanza, si è voluta riunire in presenza, per una settimana di scambio appassionato, a Dakar, nel cortile della RAW Material Company, centro artistico-culturale da lei fondato.
I membri del team raccontano che si incontravano sotto un grande albero di mango che lasciava cadere un frutto ogni volta che arrivavano ad una definizione comune, quasi ad approvare la scelta appena fatta.
Questo racconto, che sembra includere il mango come membro dello staff, ha già il sapore di leggenda.
È rappresentativo di come la vita ed il lavoro di Koyo Kouoh abbiano posto al centro la relazione, intesa come connessione tra le persone, connessione con la natura, connessione con le generazioni precedenti e con quelle future fino ad arrivare ad una connessione con mondi mitici e spirituali.


Entrare nelle due sedi principali della Biennale di Venezia, i Giardini e l’Arsenale, vuol dire immergersi in un caleidoscopio di colori, forme, materiali, racconti ed emozioni. La cosa che colpisce è come, pur nella grande diversità di temi e modalità espressive, si percepisca la ricerca di significati più profondi, quasi a volerne cercare l’“Anima” o lo “Spirito”.
Forse è per questo che molti visitatori colgono nella Biennale Arte 2026 una dimensione spirituale.
Koyo Kouoh indica cosa fare prima di varcare la soglia dell’esposizione: “Inspira profondamente, espira, rilassa le spalle, chiudi gli occhi…”. È la proposta di rallentare, di prendersi il tempo necessario, di spostarsi dalla mente alle percezioni emotive e sensoriali per sintonizzarsi sulle frequenze delle tonalità minori.
Seguendo l’invito di Koyo Kouoh, si può percorrere la mostra d’arte contemporanea della Biennale di Venezia in uno stato di trance, cercando di capire meno e lasciando più spazio alla guida dei sensi e delle emozioni, senza la smania di vedere tutto ma con la curiosità di fare incontri, talvolta sorprendenti.
Si scoprono, allora, “santuari”, “guardiani totemici”, “altari”, “processioni”, “soglie”, “cortili”, “giardini creoli”: tutti luoghi dove si esprimono le voci minori.
Sono tanti i fili che collegano artisti lontani geograficamente ma abitanti della stessa “chiave minore”: ricerca di identità, bisogno di creare connessioni (con parti di sé, con gli altri, con la natura), di un’umanità condivisa, di recuperare i miti ed il senso del sacro, di fare memoria, di dare voce alle minoranze e di rendere visibili le ingiustizie.


Nell’esprimere i propri temi gli artisti utilizzano materiali diversi ma colpisce come in tanti, nel panorama delle voci minori, scelgano materiali e tecniche tradizionali antiche (tessiture di vario tipo, ricami, dipinti su stoffe, carte prodotte a mano)
come se, in un mondo globalizzato ed in continuo mutamento, ritornare alle radici possa aiutare a trovare un punto di stabilità identitaria.
È stato un piacere scoprire che, tra le chiavi minori, abbia trovato spazio anche la minoranza linguistica e culturale delle persone sorde, che molto spesso rimane invisibile.
Il Padiglione della Polonia alla Biennale di Venezia partecipa infatti con un’installazione audio-video in cui, in un coro in movimento, ci sono persone udenti e persone sorde. Le riprese sono sia fuori dall’acqua che sott’acqua, dove le persone sorde possono comunicare liberamente con la Lingua dei Segni.


Nelle Corderie dell’Arsenale, l’artista sudafricano Kemang Wa Lehulere presenta una biblioteca allegorica colma di pomposi libri (mattoni di argilla), tra i quali sono collocati calchi di mani che rappresentano l’alfabeto della lingua dei segni.
Davvero la Biennale di Venezia 2026 immaginata da Koyo Kouoh ha dato possibilità di espressione a tutti.


Informazioni pratiche per visitare la Biennale di Venezia 2026
La Biennale di Venezia durerà fino al 22 novembre. Le sedi principali sono i Giardini della Biennale e l’Arsenale di Venezia, dove si trovano sia i 110 artisti scelti da Koyo Kouoh (Padiglione Centrale ai Giardini e Corderie all’Arsenale) sia i padiglioni nazionali.
Numerose partecipazioni nazionali trovano sede anche negli edifici del centro storico della città. Il biglietto costa 30 euro per un ingresso giornaliero, ma sono disponibili formule da 40 euro per tre giorni e da 50 euro per sette giorni.
Sono previste visite guidate, con partenza fissa due volte al giorno (ore 11.15 e 14.15), al costo di 10 euro. Sono fortemente consigliate per entrare in risonanza con i contenuti della mostra e orientarsi nella grandissima quantità di proposte artistiche.
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