di Emanuela Arabito – Jabalia era conosciuta per il suo terreno fertile e per gli alberi di agrumi. Ma quando a giugno è tornato in quella che era stata per 25 anni la sua casa, nel campo profughi di Jabalia nella striscia di Gaza, Mohammed Qomssan si è ritrovato in un paesaggio devastato, fatto di macerie e strade che erano una serie infinita di crateri , dopo un’operazione di terra dell’esercito israeliano durata parecchi giorni
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“Non ho parole per descrivere cosa ho provato, ero scioccato, mi sono seduto e ho pianto. Tutto quello che avevamo non c’era più, come pure i ricordi che avevamo”.
La maggior parte degli abitanti di Jabalia aveva preferito spostarsi a sud, dopo che l’esercito israeliano aveva ordinato di evacuare il nord della striscia di Gaza all’inizio della guerra.
La famiglia di Mohammed ha intrapreso l’impossibile, dopo quel nuovo ritorno da profughi a causa degli attacchi, trovando solo un piccolo spazio abitabile fra le rovine della loro vecchia casa: ha provato a rimettere radici, rimuovendo le macerie per quel che si poteva e stendendo per terra un telone per creare un soggiorno improvvisato, con un orto annesso da coltivare.
“A Gaza è stata spazzata via tutta la terra da coltivare, così – dice Qomssan – siamo andati al mercato e abbiamo trovato alcuni semi.
Non c’era granché, abbiamo comprato quel poco che abbiamo trovato e ci siamo detti: abbiamo questo piccolo spazio, usiamolo e piantiamo un piccolo raccolto ”.

Così‘, continua, abbiamo deciso di far crescere verdure e ortaggi come persone normali, anche se sapevamo che non era così”.
Per creare il loro piccolo “giardino” di verdure, Qomssan e la famiglia hanno usato qualunque contenitore, compresa una vecchia vasca da bagno.
Secchi di plastica, un barattolo di latta e contenitori di ogni tipo e forma, trovati pescando nelle macerie lasciate lì da mesi di guerra. E’ lì che Mohammed e famiglia coltivano verdure diventate un lusso raro a Gaza. Melanzane, insalata, rucola e peperoni, segni di vita nella devastazione che li circonda.
“A Gaza ormai dipendiamo completamente dal cibo in scatola: fagioli, ceci, carne conservata…
E i convogli di aiuti diretti al nord della striscia devono affrontare mille ostacoli, oltre agli attacchi. A Gaza City sono rimasti solo due forni a fare il pane e per un po’ è mancata anche la farina”.
I mercati sono riforniti scarsamente e solo sporadicamente. La malnutrizione è un dato di fatto, così come la fame, diffusa laddove gli aiuti non riescono a farsi strada.
Il piccolo giardino ortofrutticolo di Mohammed resiste, malgrado tutto. E cresce in vasca, secchi e lattine, sfidando la sopravvivenza mentre quasi tutti sono andati via.
Qomssan racconta la sua vita a Jabalia sui social media, fra l’orto di famiglia, i vagabondaggi nei luoghi disseminati di detriti e strade vuote, foto di case bruciate e bombardate, cliniche improvvisate e rifugi per sfollati.
Ma posta anche video nostalgici. La vita com’era una volta a Gaza, prima della guerra. Con i venditori ambulanti per le strade, e il porto, dove si andava a pescare o, semplicemente, a rilassarsi, spesso in famiglia, davanti al mare…Sognando una vita migliore, oltre l’orizzonte.




















