di Daniele Poto – L’Italia del rugby è tornata a nuova vita in una bella giornata invernale del 2024 dopo anni di umiliazioni e uno sconsolante recente andamento in Coppa del Mondo.
Non parliamo di maghi e di miracoli ma lo sguardo per questo cambiamento di rotta si posa inevitabilmente su Gonzalo Quesada, il nuovo tecnico argentino.
Parlata fluente, bell’aspetto, anni meno di cinquanta, predisposizione a imparare in breve tempo l’italiano a scacciare il neghittoso ricordo di una carrettata di tecnici di lingua inglese che nel corso di anni (decenni?) non sono stati capaci di smuovere l’Italia dal ruolo di eterna Cenerentola nel torneo che riassume il giudizio sullo stato di salute del movimento, il Sei Nazioni.
Una pressoché infinita e demoralizzante serie di sconfitte, il cucchiaio di legno riservata all’ultima classificata invariabilmente senza punti, contraddistinguono l’andamento del nostro XV nelle ultime stagioni.
Poi arriva Quesada e l’Italia rischia di vincere contro l’Inghilterra.


La sconfitta più dignitosa di sempre per 27-24 allo Stadio Olimpico, gremito di 60.000 spettatori (40.000 italiani) facendo improvvisamente tornare agli addetti ai lavori l’entusiasmo da tempo perso. Un umorale black out di venti minuti a inizio ripresa ha tarpato le ali alla squadra azzurra e negato l’impresa.
Ma mai nella storia del Sei Nazioni l’Italia era andata così vicina all’Inghilterra,
mai contro i sudditi di Re Carlo si erano segnate tre mete, mai si era concluso il primo tempo in vantaggio, seppur illusorio, mai lo scarto era stato così esiguo, il valore di un drop o di una punizione.
E ci si chiede come sarebbe successo se Allan dopo 17 trasformazioni consecutive su altrettanti tentativi non avesse sbagliato anzitempo il calcio che avrebbe potuto indirizzare diversamente il match.
Sono piaciute anche le frasi del tecnico commentando il risultato: “Come posso essere contento dopo una sconfitta?”
Chiaro segno che il programma per una riscossa è ambizioso.
Cosa viene attribuito a a Quesada per questa insperata palingenesi? Per la verità niente di particolare. Il tecnico argentino, ex giocatore, ha messo in campo la formazione più razionale di sempre pur dovendo rinunciare in extremis alla punta più acuminata quel Capuozzo, oriundo francese, bloccato da una gastroenterite.
La formazione più giovane di sempre, la squadra più verde di tutto il Sei Nazioni: 25 anni di media e qualche indiscusso talento come il naturalizzato Joane, l’astuto Garbisi, il roccioso Negri, il guizzante Menoncello. Aria nuova e fresca, speranza di futuro. Sperando di non essere smentiti nei prossimi confronti, ancora più duri perché all’estero. Però si può covare la legittima speranziella di non finire ultimi questa volta, respingendo gli assalti della Georgia che vorrebbe, con qualche ragione, essere iscritta al Sei nazioni al posto nostro. Possibile vittima designata e capro espiatorio, anche leggendo lo score del primo turno: il Galles.
Si tratta di dare continuità a questo primo incoraggiante risultato puntando sul gioco alla mano, sul possesso dell’ovale, sulla neutralizzazione delle irregolarità di gioco che costano punizioni a sfavore e alla fine, in caso di equilibrio, molto incidono sul punteggio.
Solo così l’Italia del rugby giustificherà il proprio ingresso nel Gotha del rugby, rivaluterà l’undicesima piazza dei mondiali e dimostrerà che la pioggia di soldi entrata nelle tasche capienti della Federazione è stata un legittimo investimento e non una passiva sinecura.





















