di Cristina Allodi – Ogni delusione è paragonabile a uno schiaffo metaforico che prima o poi colpisce tutti e tutte, indistintamente; può arrivare da un’amicizia che mostra la sua inconsistenza, da una collaborazione professionale sulla quale si era fatto affidamento, oppure può piombare inaspettato, come un fulmine a ciel sereno, in un rapporto di coppia, dove all’idealizzazione di un partner segue la sua rovinosa caduta (sulla scala della stima) causata da atti o comportamenti incompatibili con le iniziali aspettative.
Ebbene, c’è un aspetto di tali spiacevoli esperienze che spesso si sottovaluta: la straordinaria spinta a rivolgersi altrove per trovare un nuovo baricentro.
Per superare il senso di frustrazione e di autosvalutazione ingenerato da una forte delusione ci si deve ristrutturare, o meglio ancora ricostituire,
dopo che la stabilità data dai vecchi equilibri si è frantumata in mille pezzi appuntiti che creano ferite rimarginabili solo allontanandosi da lì.
Due semplici domande da rivolgere a sé stessi, allora, possono essere propedeutiche al necessario cambio di prospettiva:
- La persona o situazione che mi ha deluso, prima mi faceva sentire bene per quello che mi dava realmente o per quanto mi ero illuso/a di ricevere?
- Appurato che questa persona o situazione per me non ha più la stessa valenza che aveva prima, di fatto nella mia vita ora si è creato un vuoto; in quale modo NON vorrei riempire tale spazio?


La prima domanda è un invito a riconnettersi con la realtà. Il solo prendere atto che dalla situazione che ci ha deluso se ne ricavava un falso senso di benessere, fondato su un nostro fraintendimento, ci riporta su un piano oggettivo: stiamo meglio ora, cioè dopo che il velo è caduto, perché adesso possiamo aggiustare il tiro e direzionarci meglio.
La seconda domanda è la base da cui ripartire. Se è vero che in un periodo di smarrimento, conseguente all’aver perso punti fermi e certezze, non si può avere il giusto equilibrio per operare scelte o cambiamenti importanti nella propria vita, è altrettanto vero che nella fase post-delusione appare in tutta la sua evidenza e ruvidezza cosa NON si vorrebbe più fare o avere; ad esempio, si potrebbe cominciare col dire “Non voglio più essere preso/a in giro”, “Non mi serve un’altra amicizia di quel tipo” e via di seguito, escludendo a mano a mano tutte le situazioni tossiche che emergeranno, prendendo in tal modo consapevolezza dei punti dai quali occorre allontanarsi per raggiungere un benessere non illusorio.
Ecco come una delusione può trasformarsi in uno schiaffo che ci allontana da qualcosa non in linea con il nostro sentire, salvandoci dall’impantanamento in situazioni non (più) salutari per noi, lasciando spazio ad altro.
Esiste e c’è sempre stato un intero mondo con il quale si entra in contatto quotidianamente, ma quando ci si pasce nell’illusione di star bene con quello che si crede di avere non ci si accorge delle occasioni concrete che invece si presentano come continue sliding-doors, perché la mente e il cuore sono riempiti da altro; non appena si prende coscienza che tale “altro” era solo una chimera fallace e inconsistente, si può veramente voltare pagina e scoprire che ci sono milleuno modi, di certo più affini al nostro essere, per riempire il vuoto lasciato da un qualcosa che esisteva solo nella nostra testa e che ci faceva erroneamente credere di non avere spazio per tutto il resto.
Non dobbiamo mai dimenticare di aver già attraversato montagne, nel corso della nostra vita, che ci hanno consentito di andare oltre, in qualsiasi campo, con effetti sulla nostra evoluzione personale che, spesso, abbiamo colto e apprezzato solo a distanza di tempo.


NB. È bene ricordare che, qualora un disagio emotivo vada a inficiare la qualità della vita e delle relazioni, è necessario ricorrere all’aiuto di un professionista accreditato nell’ambito della salute mentale.
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