di Marianna Mandato – No, non ci vengo con te al cinema. I film che mi proponi mi fanno paura.
Ed eccoci tornati a parlare di una nuova protagonista, inclusa nella parola che la esprime, la paura. Un’emozione che tutti sembrano conoscere bene. Anche se, a ben guardare, parrebbe proprio che non tutti provino la stessa emozione nelle medesime situazioni. O, in alternativa, che in certe situazioni a qualcuno piaccia provare proprio quel tipo di emozione mentre ad altri no.
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In ogni caso, al di là dell’idea che abbiamo di questa emozione, vogliamo essere sicuri che tutti sapremmo dire con certezza che cosa significa la parola “paura”. Che cosa intendiamo comunicare quando la usiamo.
Cerchiamo di capire la parola paura che cosa ci racconta. Che cosa contiene. Tanto più che
nel nostro simpatico momento storico, è una parola che in qualche maniera sbanca, che viene utilizzata con una frequenza davvero paurosa.
E come mai?
Intanto, come se lo stessimo chiedendo a dei bambini, di cosa riempiremmo la “pietanza paura” per darle il sapore giusto? Quali “ingredienti parole” occorrerebbero per cucinarla? Sbagliare gli ingredienti, direbbe uno chef, ci farebbe cucinare un altro piatto. Che ci sia un pizzico in più o in meno di qualche ingrediente invece, sarebbe soltanto una scelta personale ma non cambierebbe il piatto che stiamo preparando.


Ebbene,
sicuramente un quantitativo di preoccupazione, trepidazione, inquietudine, ansia, timore, turbamento, spavento, terrore, orrore, e un po’ di panico, perché no.
Non potremmo certo prescindere dall’aggiungere una manciata di palpitazioni, tachicardia e affanno, un buco allo stomaco, e varie sensazioni di immobilizzazione, intorpidimento, tensione muscolare, iperventilazione e fiato corto.
Una sensazione di scuotimento generale, insomma.
Sembrerebbe proprio un cocktail alla Dario Argento. E sembrerebbe, del pari, che questa parola sia parecchio fisica, vale a dire immediatamente associabile a reazioni fisiche evidenti.
Per quale ragione?
Andiamo avanti, e cerchiamo i genitori della parola paura.
Chiediamo qui e lì indietro nel tempo e scopriamo che la mamma di questa parola è l’antica radice indoeuropea – pav. Significava battere, percuotere.
La stessa radice, incredibile a dirsi, si ritrova nel nostro pavimento. Strano legame. Ma soltanto in apparenza.
Parenti più vicini sono i greci con il loro paio, percuoto appunto, e i nostri adorati latini con il loro pavor, paura, dal verbo pavere, prima patvere, in cui si nota chiaramente la radice indoeuropea.
Significava essere percossi, ma anche spaventati o abbattuti. Ancora oggi, molti bambini che imparano a parlare la nostra lingua, non di rado dicono “pavura” anziché paura. Quasi un istinto, ci verrebbe da dire.
A questo punto facciamoci la solita domanda: può dalla parola paura derivare un verbo?
“Paurare” non esiste, purtroppo. Ma avere paura o impaurirsi sì. Che cosa vuole dire?
Che la nostra azione non è necessaria per avere paura. Che non è necessario agire affinché la paura abbia senso nella realtà, si manifesti come reale. Tanto che si può avere molta paura anche al cinema, oppure a casa seduti comodamente sul divano, guardando dei semplici film thriller. Un bambino ne potrebbe avere anche guardando il telegiornale o ascoltando una favola.
Per contro, impaurirci o avere paura, questo sì, richiede la nostra attiva collaborazione. Tenendo presente che non tutti abbiamo paura delle stesse cose e nelle stesse condizioni.
E quanto appena detto che cosa comporta?
Cerchiamo di mettere insieme tutti i pezzi rispetto a quanto trovato finora.
Possiamo affermare con certezza che “impaurirsi o avere paura” dipende dalla nostra predisposizione psicologica in un dato momento ad accogliere certi segnali esterni. Quelli che poi innescheranno determinate risposte fisiche. Ce lo indicano quell’impaurir-si, vale a dire far paura a se stessi e quell’avere paura, che indica far propria questa emozione. La si fa passare attraverso il corpo.
La paura è una specie di scuotimento, uno stato di sballottolamento emotivo e percuotimento del corpo che, proprio come una scossa di terremoto, fa tremare il “pavimento” sul quale poggiamo.
Come la terra scossa, la paura ci batte, ci abbatte, ci fa tremare.
Analogamente, noi stessi possiamo considerarci come suolo battuto. Il suolo battuto, il pavimento, è quello che ci permetterà di camminare poi in modo più comodo.


Detto altrimenti,
siamo battuti dalla paura per indirizzare i nostri passi, per salvarci da eventuali pericoli. Per camminarci bene in mezzo. La paura, in tal senso, aiuta.
Attenzione, però, non quando è ostinatamente voluta e cercata da qualcuno fuori di noi.
Già, perché non va dimenticato che sia la paura immaginata sia quella reale producono lo stesso risultato.
In tal caso, la paura non è utile all’impaurito ma a chi vuole impaurire, fino a diventare un vero strumento di manipolazione.
Basti pensare a quante volte, ad esempio, i genitori si avvalevano della figura dell’uomo nero o del lupo cattivo “che viene e ti mangia” per convincere i bambini piccoli a fare determinate cose.
In modo analogo, succede a livello sociale. Cercando di convincere un’intera società di sciagure sempre imminenti, guerre, catastrofi e invasori pronti ad attaccare già domani, cosa sarebbe disposta a fare la maggioranza di quella società per scongiurare il pericolo?


Forse è per questo che in questo momento storico la parola paura sbanca.
Le persone sempre spaventate, proiettate al negativo e pessimismo, sono più fragili e manovrabili. Le persone positive tendono a reagire.
Insomma, i registi di certi thriller, sanno quale effetto vogliono ottenere coi loro film. Noi siamo consapevoli e stiamo al gioco. Ma, privi di consapevolezza rispetto a quel che abbiamo scelto di vedere, restiamo in balìa di registi a noi ignoti. Sia al cinema che nella realtà.
E quel panico “naturale” e utile che proveremmo in una situazione paurosa, rischia di trasformarsi in attacchi di panico ricorrenti rispetto a qualcosa di sconosciuto ma sempre in agguato.
Non resta che augurare a tutti di essere registi consapevoli della propria (a tratti paurosa) esistenza.
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