di Marianna Mandato . È stato un caso che me ne sia accorto in tempo. Ma fateci caso, nella vita nulla accade a caso. Ed eccoci qui a proporre un nuovo dilemma.
Che cosa vogliamo dire quando parliamo di caso? Quanti di noi sono pronti ad affermare di sapere con certezza cosa si nasconde dentro la parola caso?
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Dando per scontato che la mano non sia stata alzata da molte persone e giacché sembra che sul caso regni un pochino di confusione, cerchiamo di capire cosa ci comunica esattamente questa parola quando la usiamo. Anzi, facciamo in modo che sia la parola stessa a venire in nostro soccorso.
Per prima cosa, andiamo alla ricerca dei suoi genitori. Ancora una volta, siamo costretti a bussare alla porta dei Latini.


Caso, viene dal latino casus, derivante a sua volta da cadere. Significa “accadere” e indica in modo più preciso tutto ciò che sta per accadere, che è accaduto o che sta accadendo.
Sembrerebbe in definitiva che dire caso equivalga a dire “cosa che succede”.
Eppure, ci pare che la maggior parte di noi non sia solita usare questa parola in tal senso.
Andiamo più a fondo della nostra indagine allora, e cerchiamo di capire meglio di che si tratta.
Qualora fosse un bel palloncino, come riempiremmo la parola caso per darle una forma visibile nella realtà? Di quale sostanza riempiremmo il palloncino per poi osservarne il comportamento nella realtà?


Senza dubbio,
evento fortuito, imprevisto, possibilità, ipotesi, eventualità, circostanza, opportunità, condizione, combinazione, coincidenza, questione, attenzione verso qualcosa.
A questo punto, facciamoci la domanda che ci piace tanto: può dalla parola caso derivare un verbo? No. “Casare” non esiste. Dunque il caso, con la parola che lo indica, non ha bisogno del nostro intervento per esistere o realizzarsi nella realtà. Fa tutto da solo.
Detto questo, per sbrogliare il bandolo della matassa occorre pensare alle circostanze in cui solitamente usiamo questo termine.
In genere usiamo la parola “caso” proprio per indicare ciò che accade senza il nostro intervento, ciò che accade senza essere previsto, ciò che accade in modo fortuito. Non solo, quell’evento fortuito magari lo giudicheremo perno di una svolta imprevista per le nostre azioni immediate o addirittura per il nostro futuro.


La usiamo, in definitiva, per indicare ciò che non rientrava nei nostri iniziali schemi d’azione e si è verificato nostro malgrado.
Non abbiamo previsto delle cose che potevano accadere.
Caso è un avvenimento che accade accidentalmente. Almeno in apparenza. Senza che ce ne sia, cioè, un’apparente ragione. O, detto diversamente, la parola caso indica ciò che non abbiamo saputo prevedere o non avremmo potuto prevedere anche volendolo.
Il nodo è proprio qui.
A ben pensarci, i nostri schemi d’azione sono come mini meccanismi scientifici o matematici che applichiamo alla realtà: sappiamo che a certe cause seguono certi effetti, che certi comportamenti otterranno certe risposte, che a certi modi di fare seguiranno certe reazioni.
Quasi sempre, ragioniamo per causa ed effetto. Programmiamo il nostro agire in base a degli schemi che si ripetono continuamente, in base alla nostra abitudine di pensare a una rosa di effetti per ogni causa. In base alle nostre capacità più i meno statistiche di capire come un evento, una giornata, una questione, potrebbero andare o svolgersi.
Così,
quando qualcosa evade dalla nostra previsione o abitudine, finiamo per attribuirgli un valore anche esagerato. Casuale al punto tale che sembra ci sia lo zampino di chissà chi al di fuori di noi. E la parola caso diventa sinonimo di destino.


Senza badare al fatto che nel giudicare il caso abbiamo tralasciato tutti gli eventi cui siamo abituati e ci siamo soffermati solo su ciò che in maniera “incredibile” sembrava fuori dal meccanismo.
Insomma il caso è la realtà che non prevediamo, che succede e alla quale attribuiamo un valore autonomo. Quasi fosse il frutto di un meccanismo ultraterreno che “vuole” pilotare la nostra vita in determinate direzioni intervenendo nostro malgrado.
E finiamo per fare del caso un caso, è proprio il caso di dire.
In definitiva, senza entrare in argomentazioni squisitamente filosofiche, torniamo invece ai latini che la sapevano già lunga. La loro parola caso altro non è che un accadere. Meglio, ciò che accade, è accaduto e accadrà. Con o senza il nostro intervento.
Forse, tutto sommato, conviene affidarsi al caso.


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