di Marianna Mandato – “Dicono che abbia un caratteraccio. Pare sia un vanitoso che pensa solo a se stesso. Un vero narciso. Pure a casa, poi…”. Frasi all’ordine del giorno. Dai bar, alle piazze, alla scuola, alle chat tanto amate, affermazioni come queste sono ormai come il sale che condisce ogni pietanza.
Si tratta dei ben noti pettegolezzi. E un sorrisetto di accondiscendenza ci sta anche bene.
Ascolta “Cos’è un pettegolezzo? La risposta ci stupirà” su Spreaker.
Tutti abbiamo la convinzione di sapere che cosa sia un pettegolezzo. Ne siamo certi.
Ma cosa ci comunica esattamente la parola che lo indica?
Detto in un’altra maniera, se pensiamo alla parola come a un abito che veste la persona, dunque al vestito di un contenuto, che contenuto veste la parola pettegolezzo?
Divertiamoci a scoprirlo.


Intanto, come riempiremmo questa parola per darle consistenza?
Sicuramente chiacchiera, indiscrezione, diceria, sentito dire, ciarla, malignità, falsa verità, opinione.
Pare proprio nulla di positivo, ahinoi.
Chiediamoci allora che origine abbia questa parola così particolare. Quali siano i suoi genitori.


Ebbene, pettegolezzo ha sia genitori più lontani, latini – tanto per essere originali – sia parenti più vicini a noi e un po’ più familiari, di tipo dialettale. Da tenere presente che spesso è difficile attribuire alle parole dialettali un’origine univoca.
I genitori più lontani si possono identificare nella parola putus, vale a dire putto. In latino, il diminutivo di questa parola era puticulus, ossia ragazzino.
Il pettegolezzo sarebbe, in questo caso, un qualcosa che ha a che vedere con le chiacchiere o ii racconti di chi ancora non è adulto, di chi parla magari senza sapere esattamente che cosa stia dicendo. Di chi è più incline a fantasticare e ad immaginare una realtà, ad infarcirla di elementi non ben delineati o veri. Si tratterebbe di “ragazzinate”, quasi per definizione scarsamente credibili.


Alternativamente,
ci sarebbe il verbo petere col suo participio passato petente che significa ricercante, meglio, chi “cerca di avvicinarsi”, che cerca di “andare verso”.
Sì, ma verso che cosa?
I genitori dialettali, invece, sono molto simpatici e molto più immediati. Si tratta di forme antiche venete e lombarde, betegar e sbetegar che significano altercare, intrufolarsi nei fatti altrui per dire la propria, chiacchierare sui fatti stessi.
Da sottolineare che
petegolo in veneto significa piccolo peto, forma derivata sempre dal latino peditum derivazione di pedere ossia emettere peti.
E qui ci soffermeremo seriamente a pensare.
Andiamo avanti e chiediamoci se dalla parola pettegolezzo può derivare un verbo.
Certamente, pettegolare o spettegolare. Siamo soliti usare la seconda forma.
Sappiamo ormai che il verbo indica l’azione. Significa che, par dare un senso nella realtà a questa parola, dobbiamo muoverci, dobbiamo agire. In questo caso, abbiamo il sospetto che si agisca senza troppi problemi.
La nostra azione, questa volta, coinvolge in particolar modo una parte specifica del nostro corpo: la lingua. La muoviamo talmente velocemente che il detto si muoverà ad una velocità inimmaginabile.
Non di secondaria importanza, oggi, è la velocità con cui muoviamo le dita su una tastierina di cellulare.


Ci diamo da fare, insomma.
Ora, mettiamo insieme tutti i pezzi e traiamo qualche conclusione.
Il pettegolezzo è quel qualcosa che viene messo in circolazione a mo’ di ragazzinata, come se si raccontassero storie esagerate da bambino, che cerca di avvicinarsi alla verità ma senza conoscerla, che si basa su un “sentito dire” senza sapere chi l’abbia detto né se quel detto sia vero, che è velocissimo a circolare, che parte da una o più persone e ne raggiunge tantissime e che esce dalla bocca come aria maleodorante.
Come rigurgito di qualcosa che si è mal digerito. Una maldicenza, appunto.
Va evidenziato che, come ogni odore sgradevole, lo avvertiranno in tanti e a tanti resta addosso. Difficile non notarlo, insomma.
Puntiamo poi l’attenzione su quel “qualcosa” che si sarebbe “mal digerito”.
Come mai il pettegolezzo, pur essendo qualcosa di molto negativo, indigeribile, è tra le pratiche più diffuse oggi nelle nostre società?
Digiuni di esperienze vere su ciò o su chi è il fulcro di molti dialoghi, si masticano le esperienze altrui inventandone i contorni. Qualcosa o qualcuno ci incuriosisce e sentiamo l’esigenza di parlarne.
Così, andiamo alla ricerca di informazioni, vere o false che siano, pur di farcene un’idea. In genere, più quella cosa o quel qualcuno si scosta da parametri di normalità e/o quotidianità, più cerchiamo di avvicinarci ad essi. Non importa se quel che viene detto è falso, noi abbiamo l’esigenza di parlarne.
Perché ne sentiamo l’esigenza?
Lo spettegolare non si fa mai in solitudine. Altrimenti potremmo soltanto puntare l’attenzione su noi stessi. Evidentemente, in qualche maniera esprime un’esigenza e addirittura una funzione sociale.
Chi parla male o sparla di qualcosa o qualcuno ha bisogno di “avvicinarsi” agli altri. Di sentirsi parte di una comunità o un gruppo che condivide la sua stessa opinione, che è solidale rispetto a quel che viene detto.
Cosicché ci si senta “dalla stessa parte”, custodi degli stessi segreti/verità.


I pettegolezzi aiutano a far sì che questo sia possibile in modo molto facile e veloce. Non importa se il detto sarà un danno per i soggetti o le cose su cui si decide di sparlare. L’essenziale è che catalizzi il malcontento o, in generale, le necessità sociali e personali.
È un modo facile per scoprire, in modo indiretto, come il nostro gruppo di appartenenza la pensa su determinati modi di essere, pensare, agire.
Il pettegolezzo spesso fa sentire migliori. In qualche maniera, tramite il pettegolezzo, si esorcizzano i propri difetti e il proprio malcontento sociale proiettandoli su un qualcuno o un qualcosa che faccia da catalizzatore.
E così, come l’autore di un peto, chi, con una parola popolare, scoreggia parole su qualcosa o qualcuno sta spargendo nell’aria opinioni travestite da fatti perché ne ha bisogno, ma che non hanno un sostrato reale e che inevitabilmente saranno digerite male o in modo inopportuno anche dagli altri “commensali” al banchetto.
Il pettegolezzo, sostanzialmente, costruisce false realtà con pochi elementi a disposizione, mai verificati.
Insomma, pur essendo tra gli strumenti d’eccellenza di socializzazione, quasi al pari degli antichi miti e leggende, i pettegolezzi posseggono un’innata pericolosità: sono parole che si nutrono di parole a danno di qualcuno o qualcosa per impacchettare realtà alternative a quella vera.


E tutti ormai sappiamo quale sia il potere delle parole. Anche quando il loro contenuto è sbagliato.
Le parole possono creare delle realtà effettive. Che si sostituiscono a quella reale anche nelle convinzioni delle persone. In pratica,
l’immagine creata di qualcuno o qualcosa finisce per prendere il posto a tutti gli effetti di quella reale.
Pensiamo ad esempio ai personaggi del mondo dello spettacolo. Ambito per eccellenza in cui sembra si sia del tutto autorizzati a dare il meglio di sé col pettegolezzo.
Tali personaggi, svuotati del loro “essere umani”, con pregi e difetti personali e veri, si offrono ai rocamboleschi arzigogoli mentali per il pubblico sollazzo. La loro vita viene stravolta e raccontata in modi sempre nuovi e più intriganti per essere specchio e fulcro di invidie, desideri, speranze e odi. Il pettegolezzo su di loro prende il posto della realtà, ma di loro continuiamo a non sapere nulla.
Tutto pare sopportabile finché la mira del pettegolezzo non siamo noi. Quel “venire incontro” proprio a noi, non ci piacerà. Non ci piaceranno quelle socialissime ragazzinate.
Insomma, prima di aprire bocca ed emettere fiato sotto forma di parole, pensiamoci. Potrebbe trattarsi di flatulenza. Per di più, maleodorante.























