di Valerio Carbone – Nella società di giudici e giudizi, è sempre più accentuata la cosiddetta ansia da prestazione, ovvero quella preoccupazione eccessiva e patologica (poiché corredata di sintomi fisici, emotivi e fisiologici) di non riuscire a svolgere un compito o raggiungere un obiettivo.
Questa forma di malessere non risparmia davvero nessuno, men che meno i bambini.
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, per loro, l’ansia da prestazione non riguarda soltanto scuola e compiti ma può arrivare a impedire di svolgere anche attività che amano profondamente. La paura limitante è associata alla minaccia di fallimento e porta, dunque, a prestazioni ridotte (con conseguenti ricadute negative sulla propria autostima).


I disagi dovuti all’ansia da prestazione correlano sintomi propriamente fisici (come l’aumento della frequenza cardiaca e della pressione sanguigna, il respiro veloce, la secchezza delle fauci, la sudorazione, l’arrossamento) a quelli emotivi e comportamentali.
Spesso l’ansia rimane presente anche dopo una prestazione (riuscita o frustrata che sia) poiché il bambino rivive la paura di fallire o ripensa al mancato raggiungimento di quanto sperato. Le ruminazioni possono consolidare alcune credenze disfunzionali (“Non sono abbastanza intelligente per andare bene a scuola”, “Se mi esibisco in uno spettacolo tutti gli amici rideranno di me”, “Non piacerò a nessuno se sbaglio una partita di pallavolo”, ecc.) e dare adito a comportamenti compensativi, anche di segno opposto.
Per questo alcuni bambini possono diventare ossessivi fino ad allenarsi in modo estenuante, mentre altri “capiscono” invece che il calcio, semplicemente, non fa per loro. Questo accade anche nelle vie di mezzo, facendo nascere tendenze evasive come la procrastinazione oppure mostrare atteggiamenti tipici di chi dice “Non mi interessa” e prova a fare altro (cambiando sport per uno che gli interessa ancora meno).


Come fanno i genitori a capire quello che succede?
I genitori devono osservare e comprendere il comportamento e gli atteggiamenti dei loro figli e valutare se esiste un’eccessiva apprensione o attivazione emotiva per alcuni aspetti legati alle attività che quotidianamente svolgono:
se rimangono svegli tutta la notte per studiare una materia, se dormono spesso male o mangiano svogliatamente poco prima di una partita non importante, un’amichevole o addirittura un semplice allenamento, se scelgono senza un’apparente motivazione di saltare una gara, se si rifiutano di uscire con gli amici, ecc.
La comunicazione rimane essenziale poiché tra i compiti di un genitore c’è quello di chiedere cosa si muove nella testa e nel cuore dei propri figli:
chiedere se è soddisfatto o meno di una qualche attività che lo coinvolga, se una cosa gli piace e lo diverte oppure se interferisce con la sua felicità (“Oggi sarebbe una giornata bellissima se soltanto non ci fosse matematica”), se quell’attività la svolge solo per essere considerato o accettato, per sentirsi parte di un gruppo.
È importante educare però anche all’imperfezione e al “fallimento”


Nella vita non si può sempre eccellere in tutto e se si sbaglia una verifica, una partita o se non si è accettati in un gruppo queste cose non hanno mai conseguenze definitive o catastrofiche.
Volere primeggiare a tutti i costi e addirittura riuscire bene in qualunque campo non sono solamente un assillo comune per molti bambini ma segno di obiettivi irrealistici, spesso frutto di aspettative esagerate proprio da parte dei genitori. Raccontare, invece, come “anche mamma e papà hanno avuto problemi ai loro tempi a scuola, al lavoro oppure nelle amicizie” non solo rassicura il bambino ma fa comprendere quanto l’insuccesso sia una variabile irrinunciabile in qualsiasi attività e che impegnarsi nelle cose non necessariamente porta a un risultato pieno sperato.
Per questo è fondamentale incoraggiare l’impegno ma anche il gioco e il divertimento, lo stare bene con gli altri e il piacere di fare delle attività che possono essere viste come un’opportunità di crescita e condivisione, indipendentemente dai risultati.


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