di Patrizia Caiffa – Esiste una vita dopo la morte? La coscienza (o l’anima) sopravvivono al disfacimento del corpo? Sono le domande esistenziali più radicali e impegnative che prima o poi tutti ci facciamo, ad di là delle convinzioni religiose o spirituali. C’è chi nega radicalmente senza pensarci troppo e chi invece si interroga, studia, percepisce. Il fenomeno delle NDE (Near death esperience) o esperienze di pre-morte, è uno dei principali oggetti di studio, anche da parte della comunità scientifica.
Molte persone, soprattutto quelle che entrano ed escono da un coma o da una morte clinica, riferiscono di aver avuto esperienze molto intense in un aldilà dai contorni spettacolari, impossibile da descrivere a parole. Ne abbiamo parlato con la psicoterapeuta Lara Olga Scarsella, presidente dell’Associazione Ethicare Olistica, che il 5 luglio organizza, nella sua sede a Roma, un workshop su questo tema.
Cosa sono le NDE e quali sono i principali studi scientifici che sostengono l’autenticità di questo fenomeno?
Le NDE sono stati di coscienza particolari, che si verificano in situazioni critiche, come durante una morte fisica imminente o clinicamente accertata. Tuttavia, avvengono anche in altre circostanze, come durante forti crisi emotive o psicologiche, in stati meditativi profondi, o in momenti di grande paura, anche se non c’è una reale minaccia fisica. Lo studio principale è quello del dottor Pim van Lommel, cardiologo e ricercatore olandese, noto a livello internazionale proprio per le sue ricerche sulle esperienze di pre-morte. È autore del libro La coscienza oltre la vita, in cui riporta i risultati di numerose ricerche condotte da lui e da altri studiosi. Questo lavoro ha ricevuto importanti riconoscimenti, tra cui il “Network Book Prize Award” del Medical and Scientific Network. Il suo approccio è rigorosamente scientifico.
Cosa accade esattamente in una esperienza di pre-morte?
Gli elementi comuni sono:
la consapevolezza della morte, la scomparsa del dolore, l’esperienza extracorporea, l’ingresso in un tunnel, la percezione di un ambiente luminoso e ultraterreno, l’incontro con defunti, la visione panoramica della propria vita, e poi un confine oltre il quale non si può tornare.
Ci sono anche NDE negative, ma sono meno raccontate. Chi le vive può sentirsi giudicato o avere vergogna. Tuttavia, quelle esperienze spaventose hanno spesso un effetto terapeutico: chi tenta il suicidio e vive una NDE negativa, spesso non ci riprova più. Nancy Evans Bush, ex presidente dell’International association for Near-Death studies, ha studiato queste NDE “oscure”. Secondo lei non sono indice di “malvagità”, ma di parti di sé non elaborate. Secondo me chi è veramente cattivo probabilmente nemmeno si spaventa, perché è già allineato con la propria oscurità.


Nel libro Milioni di farfalle il neurochirurgo statunitense Alexander Eben – che ha vissuto una esperienza di pre-morte – riconosce, sulla base delle sue competenze, che queste esperienze non possono essere considerate semplici allucinazioni cerebrali. Eppure, sono state tentate mille spiegazioni. Sono esaurienti?
Sono state proposte tantissime spiegazioni alternative per evitare di ammettere l’esistenza di una coscienza indipendente da quella personale. Le ipotesi più comuni vanno dalla mancanza di ossigeno al cervello, all’eccesso di anidride carbonica, agli effetti di sostanze come la chetamina o la DMT (Dimetiltriptammina), alle endorfine, alle alterazioni dell’elettroencefalogramma. Ci sono anche spiegazioni psicologiche: depersonalizzazione, proiezioni mentali, elaborazioni del trauma.
Ma nessuna di queste teorie riesce a spiegare il fenomeno nella sua interezza. Alla fine, si arriva spesso a teorie che coinvolgono la fisica quantistica.
Si parla di una coscienza universale di cui il cervello sarebbe soltanto un’interfaccia. Anche la DMT, molecola prodotta dalla ghiandola pineale, potrebbe avere un ruolo. Ma la questione si complica se consideriamo anche il cosiddetto “junk DNA”, cioè il 95% del nostro DNA che la scienza non riesce ancora a spiegare. Potrebbe esserci lì una chiave importante.


Perché le NDE mettono in discussione tutti i tentativi di spiegazione?
Le NDE non somigliano a sogni, né a racconti confusi post-coma, né agli effetti collaterali di farmaci. Tutte queste sono ipotesi studiate, ma non sufficienti.
La scienza non riesce a spiegare perché persone di epoche e culture diverse raccontino esperienze molto simili. Non si spiega nemmeno perché alcune persone abbiano una NDE e altre no, pur trovandosi nella stessa condizione clinica. È evidente che manchi una teoria onnicomprensiva.
Eppure alcuni fenomeni simili possono essere indotti stimolando certe aree del cervello, ad esempio negli epilettici…
Sì, alcune esperienze simili sono state indotte. Ma non sono identiche.
Manca, ad esempio, il cambiamento profondo nella persona, che è uno degli aspetti più forti delle vere NDE. Dopo un’esperienza premorte, spesso si verifica una trasformazione radicale nella visione della vita.
Molti tornano cambiati profondamente: diventano più spirituali, meno materialisti, più altruisti ed empatici. Carl Gustav Jung stesso ha avuto un’esperienza di premorte e ne ha scritto in un libro in cui descrive con sorprendente precisione la terra vista dallo spazio — un’immagine che, all’epoca, non era nota.
Qual è l’argomento che potrebbe convincere gli scettici?
Il punto è questo: la scienza ufficiale ha prodotto molte spiegazioni parziali — la carenza di ossigeno, la DMT, le alterazioni cerebrali — e tutte hanno valore. Ma nessuna spiega tutto. La scienza, oggi, è in grado solo di fotografare gli effetti del pensiero, delle emozioni, ma non riesce a spiegare che cosa sia davvero il pensiero, né l’esperienza soggettiva.
La fisica quantistica, invece, fornisce un modello che include anche la coscienza, l’energia, l’informazione. Il cervello, in questa visione, è solo un’interfaccia.
Perché è importante leggere queste esperienze con l’approccio della fisica quantistica?
La fisica quantistica aiuta proprio a cambiare il nostro paradigma, il nostro modo di essere e di vederci nel mondo. La fisica quantistica è inclusiva, a differenza di quella classica, newtoniana, che ragiona per opposti: bianco o nero, tutto o niente. La fisica quantistica dice: “Io sono te, tu sei me: siamo tutt’uno”. Se ci spostiamo su una logica non binaria come quella della fisica quantistica, allora possiamo comprendere che sì, apparentemente siamo individui separati, come le punte degli iceberg che spuntano dall’acqua. Ma sotto, magari, siamo lo stesso iceberg, o comunque siamo fatti della stessa acqua. Quella diversità è un’illusione necessaria per fare esperienza, ma in realtà siamo tutti uno.
Accertare che le NDE sono una esperienza reale è utile per superare la paura della morte e credere alla sopravvivenza della coscienza?
Le esperienze di pre-morte positive permettono di superare la paura della fine. Ci mostrano un oltre, uno sguardo al di là della materia, oltre la separazione, per vedere cosa ci unisce, non solo come specie, ma come esistenza universale.
Per questo sono fondamentali. E lo è anche capire cosa dice la scienza. Per esempio, Pim van Lommel è un cardiologo, non uno sciamano. Ma in quelle culture arrivavano alle stesse conclusioni per intuizione e tradizione. Noi ci stiamo arrivando adesso, anche per via scientifica.
Infatti con l’Illuminismo l’Occidente ha praticamente rotto con la spiritualità…
Esatto. Potevamo scegliere tra Cartesio e Spinoza, e abbiamo scelto Cartesio. Ora dobbiamo rivalutare tutto. Le NDE ci aiutano non tanto a riscoprire una religiosità dogmatica – quella è personale – ma una spiritualità universale. Per me
l’essenza delle NDE è proprio questa: dimostrare che non siamo solo materia, ma anche energia, onde, coscienza.
Nella psicoterapia, per aiutare le persone nell’elaborazione di un lutto, quanto può essere utile sapere che esistono le NDE?
Molto utile. Anche tenendo conto che la nostra razionalità è materica – nel senso che segue i percorsi sinaptici del cervello – quindi va a una velocità limitata, circa 1 cm al secondo. Mentre l’inconscio è quantistico. Quando comunichiamo, lavoriamo con la corteccia cerebrale, quindi col pensiero razionale. Ma avere una cornice di senso è fondamentale: ci permette di gestire la paura della morte, dell’abbandono. Sapere che non siamo solo particelle ma siamo onde, spirito, ci spinge a pensare positivo, a tirar fuori le nostre risorse, e ad alleggerire le nostre paure. Aiuta anche chi ha vissuto grandi traumi: certo, lì serve un lavoro più profondo, ma intanto si crea uno spazio, un contenitore, dove mettere tutte queste emozioni e sensazioni.


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