di Agnese Malatesta – “Andare in pensione è pericoloso. Perché può essere che, quando meno te l’aspetti, ricevi una telefonata che ‘rischia’ di riempirti questo pezzo di vita che immagini dedicata al riposo e alla noia”. Di quale rischio sia, che è poi diventato un impegno di volontariato, parla – con B-hop magazine – Stefano Fabbri, giornalista, una vita professionale al vertice di redazioni di cronaca, fra Roma e Firenze, dell’Agenzia Ansa.
“Mi è successo tre anni fa, quando una collega che conosco da oltre 30 anni, Flavia Filippi de La7, mi ha chiamato mentre ero a godermi il sole della Maremma. La proposta – dice – non era di quelle indecenti. Peggio, prometteva di essere una seccatura che riguardava qualcosa a cui non avevo mai pensato approfonditamente: il carcere”.
“Flavia aveva appena dato vita ad un’associazione che si proponeva di trovare imprese che fossero disposte ad assumere detenuti prossimi alla fine della loro pena. Il nome è già un programma: Seconda Chance, una seconda – e spesso unica – possibilità per loro di essere destinatari di quanto prevede la Costituzione, e cioè e che la pena deve tendere al reinserimento di chi è condannato”.


“Dopo qualche neanche troppo timida schermaglia, mia, e non poche insistenze, sue, ho accettato dietro la promessa che questo impegno non mi avrebbe occupato più di un paio d’ore al giorno… Poi a non mantenerla sono stato io, perché
quando hai a che fare con le vite degli altri non puoi farlo guardando l’orologio”.
Da allora, in tutta Italia, i detenuti che hanno ricevuto un’offerta di lavoro attraverso Seconda Chance sono stati oltre 600.
“Mi sono occupato principalmente della Toscana, la regione in cui vivo. Ma all’inizio sapevo poco e niente della vita carceraria, se non il minimo sindacale necessario a fare ciò che ho fatto nella vita, il giornalista. Ma presto ho imparato cosa vuol dire semilibertà o affidamento, cioè i principali strumenti che consentono di uscire dal carcere per lavorare. Ma non solo quello.
La lezione più bella è la prima volta che accompagni un imprenditore ai colloqui di lavoro in carcere con i detenuti che direzioni ed educatori hanno selezionato.
È qualcosa che ho visto ripetersi tante volte. Però la prima non la dimentichi: gli incontri sono colloqui di lavoro veri, come quelli che fanno le persone libere. Ma nessuno dei partecipanti ci entra e ci esce senza che qualcosa sia cambiato in quel quarto d’ora. Spesso per i detenuti è il primo colloquio di lavoro della loro vita. Mani sudate, imbarazzo, la tensione che ti fa dimenticare di dire che sì, hai anche una patente per i veicoli speciali e che ti sei diplomato in carcere”.


Anche per i titolari delle imprese è una novità e, “qualunque sia l’esito del colloquio, varcano il cancello d’uscita dal carcere con il groppo alla gola e diversi, dentro, da come sono entrati”. Il perché un’azienda decida di assumere detenuti, non ha una risposta unica. E’ vero, ci sono dei moderati vantaggi fiscali, spesso non riescono a trovare la persona giusta tra i potenziali aspiranti liberi, e così via.
“Ma – secondo Stefano – nessuna di queste motivazioni da sola può bastare se manca la decisione di far parte di un grande progetto che può cambiare radicalmente la vita di un recluso e migliorare te come persona, darti la soddisfazione di aver fatto qualcosa per un altro essere umano e per la società”.
I dati del Cnel sono crudi e chiarissimi. Sei persone su dieci tra quelle detenute sono alla loro seconda esperienza di cella: una recidiva del 60%, che può scendere tra il 2 ed il 4% se le stesse persone prima di uscire dal carcere comincia a lavorare, evitando così il forte rischio di tornare a delinquere per poter mangiare.
Ma quali sono le imprese che decidono di farlo? “Di tutte le dimensioni, dalle grandi catene dei fast food, dell’abbigliamento e dei lavori pubblici alle piccole aziende dell’edilizia, del commercio, dell’artigianato. Dalle multinazionali al carrozziere di paese. E sono più di quante si possa pensare e di quante io potessi immaginare. Ma non bastano mai: il numero di detenuti che trovano lavoro è ancora troppo basso. Anche perché manca l’informazione: la prima domanda che i responsabili delle aziende ti fanno è se i nuovi assunti devono venire al lavoro a bordo del cellulare della Polizia penitenziaria o con il braccialetto elettronico. Quando spieghi che arrivano con l’autobus come gli altri dipendenti e devono essere trattati esattamente al loro pari, tirano un sospiro di sollievo”.
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