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“Andare in pensione è pericoloso: con Seconda Chance aiuto i detenuti a ricominciare”

La storia di Stefano Fabbri, giornalista dell'Ansa in pensione, diventato volontario con “Seconda Chance” per dare un futuro a chi esce dal carcere. L'associazione in tre anni ha collocato 600 detenuti

di Agnese Malatesta
25 Luglio 2025
in Buenvivir
Tempo di Lettura: 4 mins read
49 2
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credits: Seconda chance

credits: Seconda chance

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di Agnese Malatesta – “Andare in pensione è pericoloso. Perché può essere che, quando meno te l’aspetti, ricevi una telefonata che ‘rischia’ di riempirti questo pezzo di vita che immagini dedicata al riposo e alla noia”. Di quale rischio sia, che è poi diventato un impegno di volontariato, parla – con B-hop magazine – Stefano Fabbri, giornalista, una vita professionale al vertice di redazioni di cronaca, fra Roma e Firenze, dell’Agenzia Ansa.

“Mi è successo tre anni fa, quando una collega che conosco da oltre 30 anni, Flavia Filippi de La7, mi ha chiamato mentre ero a godermi il sole della Maremma. La proposta – dice – non era di quelle indecenti. Peggio, prometteva di essere una seccatura che riguardava qualcosa a cui non avevo mai pensato approfonditamente: il carcere”.

“Flavia aveva appena dato vita ad un’associazione che si proponeva di trovare imprese che fossero disposte ad assumere detenuti prossimi alla fine della loro pena. Il nome è già un programma: Seconda Chance, una seconda – e spesso unica – possibilità per loro di essere destinatari di quanto prevede la Costituzione, e cioè e che la pena deve tendere al reinserimento di chi è condannato”.

credits: Seconda chance

“Dopo qualche neanche troppo timida schermaglia, mia, e non poche insistenze, sue, ho accettato dietro la promessa che questo impegno non mi avrebbe occupato più di un paio d’ore al giorno… Poi a non mantenerla sono stato io, perché

quando hai a che fare con le vite degli altri non puoi farlo guardando l’orologio”.

Da allora, in tutta Italia, i detenuti che hanno ricevuto un’offerta di lavoro attraverso Seconda Chance sono stati oltre 600.

“Mi sono occupato principalmente della Toscana, la regione in cui vivo. Ma all’inizio sapevo poco e niente della vita carceraria, se non il minimo sindacale necessario a fare ciò che ho fatto nella vita, il giornalista. Ma presto ho imparato cosa vuol dire semilibertà o affidamento, cioè i principali strumenti che consentono di uscire dal carcere per lavorare. Ma non solo quello.

La lezione più bella è la prima volta che accompagni un imprenditore ai colloqui di lavoro in carcere con i detenuti che direzioni ed educatori hanno selezionato.

È qualcosa che ho visto ripetersi tante volte. Però la prima non la dimentichi: gli incontri sono colloqui di lavoro veri, come quelli che fanno le persone libere. Ma nessuno dei partecipanti ci entra e ci esce senza che qualcosa sia cambiato in quel quarto d’ora. Spesso per i detenuti è il primo colloquio di lavoro della loro vita. Mani sudate, imbarazzo, la tensione che ti fa dimenticare di dire che sì, hai anche una patente per i veicoli speciali e che ti sei diplomato in carcere”.

credits: Seconda chance

Anche per i titolari delle imprese è una novità e, “qualunque sia l’esito del colloquio, varcano il cancello d’uscita dal carcere con il groppo alla gola e diversi, dentro, da come sono entrati”. Il perché un’azienda decida di assumere detenuti, non ha una risposta unica. E’ vero, ci sono dei moderati vantaggi fiscali, spesso non riescono a trovare la persona giusta tra i potenziali aspiranti liberi, e così via.

“Ma – secondo Stefano – nessuna di queste motivazioni da sola può bastare se manca la decisione di far parte di un grande progetto che può cambiare radicalmente la vita di un recluso e migliorare te come persona, darti la soddisfazione di aver fatto qualcosa per un altro essere umano e per la società”.

I dati del Cnel sono crudi e chiarissimi. Sei persone su dieci tra quelle detenute sono alla loro seconda esperienza di cella: una recidiva del 60%, che può scendere tra il 2 ed il 4% se le stesse persone prima di uscire dal carcere comincia a lavorare, evitando così il forte rischio di tornare a delinquere per poter mangiare.

Ma quali sono le imprese che decidono di farlo? “Di tutte le dimensioni, dalle grandi catene dei fast food, dell’abbigliamento e dei lavori pubblici alle piccole aziende dell’edilizia, del commercio, dell’artigianato. Dalle multinazionali al carrozziere di paese. E sono più di quante si possa pensare e di quante io potessi immaginare. Ma non bastano mai: il numero di detenuti che trovano lavoro è ancora troppo basso. Anche perché manca l’informazione: la prima domanda che i responsabili delle aziende ti fanno è se i nuovi assunti devono venire al lavoro a bordo del cellulare della Polizia penitenziaria o con il braccialetto elettronico. Quando spieghi che arrivano con l’autobus come gli altri dipendenti e devono essere trattati esattamente al loro pari, tirano un sospiro di sollievo”.


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Agnese Malatesta

Agnese Malatesta

Giornalista professionista. Per trent’anni cronista all'Ansa, mi piace raccontare fatti e persone ‘comuni’. Scrivo su B-hop perché quelle storie, forse semplici ma non scontate, e comunque vitali e positive, di solito non fanno la storia del momento ma arricchiscono le vite di tutti. Mi piace pensare che questo sia un modo per contribuire al vivere civile. Sempre attratta dai temi sociali – laureata, più o meno consapevolmente, in Sociologia – guardo con passione alle novità in questo ambito. Ho una predilezione per i fiori, le rose in particolare, e per le scrittrici donne.

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