di Patrizia Caiffa – Il suo entusiasmo è trascinante e la sua dialettica gentile, puntuale e coinvolgente. La prima volta che ci siamo incontrate on line con Assunta Corbo, giornalista, autrice e fondatrice del Constructive Network, la rete italiana di giornalisti, comunicatori e testate giornalistiche impegnate nella divulgazione del giornalismo costruttivo, è stato sorprendente scoprire tante sintonie e affinità. Lei a Milano, noi a Roma. Un sogno e una visione di giornalismo possibile simile, pur provenendo da percorsi professionali e storie di vita diverse.
Assunta Corbo gira l’Italia per diffondere modalità, valori e contenuti del giornalismo alternativo a quello cui siamo abituati nel mainstream, tiene conferenze (tra cui il TedX Frosinone), va nelle scuole, partecipa a convegni come relatrice.
Oggi il Constructive network conta 270 giornalisti e giornaliste in tutta Italia e vi aderiscono varie testate, tra cui B-Hop magazine. Ogni anno organizzano a maggio il Constructive Day, che riunisce colleghi e colleghe da ogni parte d’Italia e d’Europa. Lo scopo è mettere in rete chi pratica questo tipo informazione, offrire formazione professionale e far conoscere il giornalismo costruttivo.
Il Constructive Network, fondato da sette soci e solo di recente diventato associazione di promozione sociale, ha anche stilato una Carta Etica del giornalismo costruttivo come riferimento. Organizza anche corsi per l’Ordine dei giornalisti. Si ispira ed è in contatto con il Constructive Institute danese e il Solutions Journalism Network negli Stati Uniti, fondato da Tina Rosenberg e David Bornstein. Grazie ad un grant statunitense Assunta Corbo ha potuto inoltre fondare la testata che dirige, News48.
“È un percorso di crescita collettiva: un giornalismo che non polarizza, ma connette; che non alimenta paura, ma fiducia informata”,
dice Assunta Corbo in questa intervista a B-Hop.


Cos’è per te il giornalismo costruttivo e perché utile per migliorare la società?
Quello che mi ha colpito del giornalismo costruttivo, quando l’ho scoperto intorno al 2013, è stato il profondo rispetto per le storie e le persone. Di fatto non è un nuovo modo di fare giornalismo, rappresenta l’essenza della natura dell’informazione nel suo ruolo di servizio pubblico.
Fare giornalismo costruttivo significa guardare con cura a chi è protagonista delle vicende che raccontiamo, restituire dignità a ogni voce, evitare di ridurre la complessità a etichette o stereotipi.
E naturalmente consentire al pubblico di comprendere il mondo che viviamo e di costruirsi un proprio pensiero critico. Andando oltre i problemi, questo approccio indaga anche le risposte, le soluzioni, le possibilità di trasformazione.
I problemi non spariscono dalla narrazione, naturalmente: restano il punto di partenza, il contesto. Ma fermarsi solo al problema significa consegnare al pubblico un racconto incompleto.
Perché credo sia utile alla società? Perché questo approccio restituisce un’informazione più completa e responsabile: mostra le difficoltà ma anche le strade possibili, alimenta fiducia invece di rassegnazione, stimola partecipazione invece di passività. Non ci lascia spettatori impotenti, ma ci accompagna a diventare parte del cambiamento.
Il lettore/ascoltatore medio è ormai assuefatto ai toni violenti, polemici, di denuncia, acchiappaclic… Quali consigli per coinvolgerli e fidelizzarli al giornalismo costruttivo?
Il punto credo sia quello di costruire un nuovo patto di fiducia. La sfida è proporre contenuti che siano allo stesso tempo rigorosi e coinvolgenti. Questo significa, in pratica:
- Usare un linguaggio chiaro che stimoli la riflessione senza rinunciare alla profondità.
- Coltivare la relazione: ascoltare il pubblico, coinvolgerlo nelle domande, nei dubbi, nei bisogni, perché un giornalismo che ignora chi legge o ascolta è destinato a perdere rilevanza.
- Mostrare l’impatto: far capire che un’informazione costruttiva non è morbida ma è utile, perché mette in luce soluzioni replicabili, esempi di resilienza e cambiamento.
Il giornalismo costruttivo non vuole educare dall’alto ma accompagnare: è un esercizio di cura e di responsabilità verso la comunità.
Il panorama delle testate e dei giornalisti che praticano il giornalismo costruttivo ha diverse sfumature. Come si può collaborare senza perdere l’identità?
In realtà il panorama non è così ampio: in Italia i progetti che scelgono davvero di adottare i principi del giornalismo costruttivo sono ancora pochi, anche se in crescita. Esistono realtà che si avvicinano, altre che adottano singoli aspetti. È naturale: il cambiamento richiede tempo e coraggio. Per crescere, credo servano due elementi: fare rete e chiarezza. Rete, perché lavorare insieme consente di rafforzare le risorse, di avere più voce e di non sentirsi soli in una trasformazione così radicale. Chiarezza, perché
ogni progetto deve restare fedele alla propria identità: non serve uniformarsi, ma riconoscersi in principi comuni di rigore, completezza e responsabilità.
È così che si può costruire un movimento solido e credibile.
Immaginiamo che un giorno gran parte dei media si orientasse verso i principi del giornalismo costruttivo. Cosa succederebbe?”
Sarebbe una conquista straordinaria, vorrebbe dire che il giornalismo costruttivo ha smesso di essere una nicchia per pochi e ha in qualche modo cambiato il paradigma dell’informazione.
Questo significherebbe che la professione ha ritrovato la sua funzione originaria: non solo informare ma anche sostenere il tessuto democratico, offrendo chiavi di lettura più ampie e strumenti per agire. Con il Constructive Network abbiamo iniziato a seminare in questa direzione nel 2019. Oggi siamo 270 giornalisti e giornaliste in tutta Italia ma serviranno colleghi e colleghe sempre più attenti a mantenere alta la qualità, a vigilare sul rispetto dei principi, a innovare continuamente. È un percorso di crescita collettiva: un giornalismo che non polarizza, ma connette; che non alimenta paura, ma fiducia informata. Mi piace pensare che sia possibile. Lo dobbiamo a noi stessi e alle nuove generazioni.
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