di Marianna Mandato – Oggi parliamo d’arte. E parliamo anche di intelligenza artificiale (AI). Quella di cui parlano tutti, ma forse senza sapere esattamente di cosa si tratti. E quasi quasi ci stiamo anche abituando a considerare l’AI qualcosa che potrebbe minare la stabilità dell’essere umano stesso.
Ma noi vogliamo guardare oltre, vogliamo girare la prospettiva.
Ascolta “Quando l’arte incontra l’intelligenza artificiale” su Spreaker.
Conversiamo con un interessante artista di cui sentirete molto parlare nel prossimo futuro.
Vi presentiamo Arturo Ursumando, in arte The Kintsugi jar, pioniere della nuova avanguardia artistica, proprio quella che usa l’intelligenza artificiale per creare opere d’arte.


“La mia attività nasce da un profondo interesse per il cinema e per l’arte in generale. Per tutto ciò che può essere analisi di un’emozione, per la voglia e la necessità di comunicare un pensiero e un’emozione”
dice a B-Hop magazine.
Studia arte, cinema, fotografia. E ancora, montaggio cine-TV e poi teatro con Fiorenzo Fiorentini. Insegna teatro a ragazzi speciali e ama scrivere, da sempre. Viaggia e vive tra Portogallo, Spagna, Italia.
La sua voglia di espressione passa dalla fotografia tradizionale, particolarmente cara quella di Bresson con la fotografia di strada, fatta di immagini rubate e di emozioni personali racchiuse in un attimo fuggente, verso la ricerca di quella che lui stesso chiama “fotografia più emotiva, più emozionale, più concettuale”.
“Sempre di più, ho sviluppato la voglia di provare a descrivere le cose tramite un’immagine, una sensazione, uno stato d’animo, un qualcosa che provavo io e che si potesse trasformare in qualcosa di sempre meno reale e sempre più concettuale. Fino alla scoperta, del tutto casuale, dell’intelligenza artificiale”.


Partendo dal presupposto che l’arte sia “un livello di comunicazione più elevata”, ci dice, “un messaggio che parte dall’artista e arriva alle persone disposte a riceverlo e a decodificarlo secondo la propria sensibilità”, allora “affinché l’arte sia vera e sincera, ed esprima il messaggio dell’artista, qualunque mezzo che lui utilizza deve essere ridotto il più possibile ad un mero strumento”. Compresa l’AI.
Arturo maneggia l’intelligenza artificiale come un pittore maneggerebbe il suo pennello per dar vita a un dipinto. Usa l’algoritmo e il foglio elettronico come tavolozza da cui attingere per dar forma alle emozioni. Media costantemente con l’algoritmo stesso rispetto al messaggio che vuole comunicare.
“Parto sempre da immagini mie o da me selezionate già esistenti. Poi chiedo al programma o all’algoritmo – sto provando a umanizzarlo – di trasformarle, mixarle, mischiarle in modo tale che possano esprimere il mio messaggio, che possano realizzarlo. È un lavoro lungo e faticoso. Per ogni immagine l’evoluzione è quasi paragonabile alla pittura o alla scrittura (…). Lascio al ‘potere decisionale’ dell’algoritmo il minimo che sia possibile. Si può anche decidere se lavorare sulle proposte dell’AI. Ma si tratta sempre, comunque, di un lavoro di mediazione”.
Ecco allora che l’AI si trasforma per Arturo nel prolungamento di mente e corpo così da rendere esplicito qualcosa che già gli scorre nelle vene e che aspetta soltanto di prendere una forma visiva e/uditiva.
Ed è emozione. Quella che per il nostro artista “genera una scintilla”.
“L’emozione è un attimo in cui ci fermiamo e in cui riteniamo che quell’esperienza vada conservata e messa da parte”.
E ancora,
“La parte più emozionante, sicuramente è il momento in cui mi rendo conto che attraverso il mio lavoro sto ottenendo quello che volevo, sto andando nella direzione del messaggio”.


Ma Arturo non si accontenta di se stesso. Dopo ciò che chiama “apice emozionale”, per lui viene “la parte critica” ossia il riscontro indispensabile che quel messaggio possa veramente passare.
Tendiamo a rendere l’arte un fatto ‘egoistico’ ma l’interlocuzione e lo scambio ne restano il fulcro. Il concettuale dell’arte, non è ciò che è distante da noi o qualcosa del tutto personale, magari il pensiero di un’altra persona che noi osserviamo dall’esterno e cerchiamo di capire. Quando la nostra mente, la nostra percezione si unisce al pensiero e al messaggio di un altro, di un artista, allora la percezione dell’arte diventa sinergia.
Anche in tal senso, l’arte è mediazione.
“Mi pongo sempre il problema del giudizio degli altri nei confronti di ciò che sto creando”, afferma deciso Arturo.
Per lui è essenziale un dialogo continuo e un confronto vero anche con altri artisti.
“La mia è una costante e continua ricerca di confronto, con la frequentazione di altre persone che fanno arte e che possano rappresentare una fonte di arricchimento”.
Non scordiamoci mai che sono gli artisti che fanno l’arte. Spesso si parte da un’idea di arte oggettiva, come se venisse fuori dal nulla. L’arte non prescinde dall’artista che la fa. A meno che non si parli di opere naturali.
Allora chiediamo al nostro artista che connotazione dà al termine “artificiale”. Si ha un po’ la sensazione che tutto ciò che è legato alla parola artificiale corrisponda ad un qualcosa di artificioso e che in realtà si tenda a sganciarlo da ciò che ingloba, cioè l’arte. “Arte” e “artificiale” hanno la stessa radice. Un supporto artificiale all’arte pare finisca per rendere l’arte un artificio. Tanto che nel caso degli artisti che fanno uso di intelligenza artificiale si potrebbe finire per parlare non più di artisti ma di “artificisti”.
“Sinceramente non mi pongo il problema. Nel senso che sicuramente mi sto trovando di fronte ad una cultura pregressa già solida che respinge questa nuova forma creativa. Ma se guardo indietro, dalla fotografia alla pop art, ai graffiti, scopro come poi, passando attraverso il giudizio delle persone, dei fruitori, tutto quello che un tempo veniva ritenuto artificio si sia trasformato in forme d’arte. Io sono andato oltre e sono arrivato alla parte emozionale, piuttosto che chiedermi se l’artista che usa una cosa artificiale possa essere definito artificista o artificiere. Ecco, io vorrei e mi piacerebbe, pensando alla mia arte, essere artificiere, più che artificista. Ma credo sia un falso problema”.
Insomma, molte persone affermano che quella fatta con AI non possa essere ritenuta vera arte, come se fosse chiaro l’arte cosa sia e che limiti debba avere. I sospetti sono sempre legati a pre-giudizi.


Le novità devono sedimentare, devono essere accettate, devono essere capite. E l’opinione rispetto alle novità viene spesso pilotata, creata, indirizzata.
È probabile in definitiva che non tutto ciò che viene fatto con AI si trasformi in arte e non tutto ciò che è arte debba escludere l’uso di AI.
Abbiamo chiesto ad Arturo di parlarci dei suoi progetti passati e futuri.
“Dopo una serie di mostre di fotografia più tradizionale, ho organizzato una prima mostra di opere realizzate con l’intelligenza artificiale. Ho realizzato anche un primo cortometraggio audiovisivo, fatto di immagini, suoni, musica, contro la guerra in generale e in particolare quella attuale in Medio Oriente, puntando l’attenzione su Gaza”.


Il prossimo 25 maggio invece, all’interno di una rassegna di artisti al teatro di Monteverde di Roma, ci sarà la presentazione di un secondo cortometraggio ambientato nel mondo delle carceri: Prijail. Ed Arturo esporrà anche alcuni suoi polittici di “volti interiori”.
Seguirà, sempre a Roma, l’esposizione Oltre la Siepe, tra giardini privati messi a disposizione di vari artisti per esporre arte figurativa, ceramica, pittura, scultura e arte digitale nel suo caso.
Poi, con la sua voglia di percorrere sempre nuove strade, ci racconta della realizzazione un nuovo cortometraggio fatto delle sue immagini e della sua scrittura unite alle opere di arte materica di un altro artista, alla colonna sonora originale di una musicista, e alla recitazione di alcune attrici.
Ma il nostro artista ha in mente tanto di più. In particolare un progetto che coinvolge religione e credenze popolari nel confronto tra il sacro e l’umano.
Ciò che anima Arturo è un impulso interiore, una spinta. È un brillare negli occhi. È una capacità singolare di trasformare ciò che ha a disposizione sia fisicamente sia mentalmente avvalendosi di un mezzo nuovo per tradurlo. È il suo sospirare profondo quando si parla di opera d’arte. Il suo prendere aria. Il suo guardare oltre mentre guarda. Il suo tormento interiore quando affronta alcune tematiche particolari come la guerra. È la sua capacità di trovare, smussare, trasformare e tradurre delle immagini in un linguaggio inconscio ma accessibile a chi guarda, trasformandole in emozione.
Invitiamo a partecipare, ad incontrare l’autore di queste opere artistiche. Proprio come fa lui con le persone che lo osservano.


È un incontro. Uno scambio di emozioni.
(Leggi qui l’intervista integrale ad Arturo_Ursumando)





















