di Daniele Poto – Dal nostro punto di vista eurocentrico, condizionato da influssi atlantici, siamo abituati a considerare l’Iran con un’espressione circospetta. Cinematograficamente abbiamo respirato fermenti di sedizione e di protesta con il cinema che si è fatto largo nella nostra distribuzione alla fine del passato secolo.
Ma il MedFilm Festival ora ci ha offerto un’occasione diversa con Boomerang di Shahab Fotohui, riproposto a Roma dopo la prima dell’8 novembre al The Space Cinema Moderno nella futuristica Sala Auditorium del Maxxi.
Vicende private che fanno filtrare anche gli agi e il clima borghese di una settimana vissuta a Teheran, la capitale.
Nessuna registrazione di insoddisfazione né di tensioni pre-belliche. Una famiglia che registra percezioni diverse, una figlia inquieta che, molto liberamente, agli angoli opposti di un semaforo conosce un ragazzo capelluto e, tra qualche ritrosia, sembra innamorarsene.
La relazione agli albori della giovane coppia s’accoppia con la passione declinante dei genitori di lei che si confrontano nella routine e si misurano anche con il ricomparire della vecchia fiamma dell’uomo.
Cinema lento e metodico di costi relativi, fissativo con grande uso di dialoghi ravvicinati, in casa, come in auto nel tentativo dei personaggi di capire, annullare le distanze e confrontare le percezioni.
Un lungo interminabile piano sequenza nel deserto abbracciando progressivamente tutta la superficie di quello che si rivela poi un lago.
Una sinfonia urbana permea tutte le situazioni, quasi avvolgendo i pensieri del quartetto di protagonisti.


Un ritmo registico che definiremo asiatico se non che nel cinema giapponese nel ristagnare dei dialoghi avvengono un mucchio di cose mentre qui l’azione è minimale.
Sullo sfondo Teheran che è caotica né più né meno di Roma e dove si capisce che trovare un parcheggio è una missione quasi impossibile.
Un film di atmosfera che cerca un mood originale trovandolo solo a tratti. Il finale è quanto mai aperto. La donna matura esplora la possibilità di un affitto per sé e per la figlia in una nuova casa. Chiede all’affittuario di rimanere da sola sul balcone per decidere il da farsi.
La svolta di una vita? Come per altri film della rassegna questo ha un valore auto-referenziale e quasi antropologico. Serve a farci conoscere un Paese lontano con un punto di vista che non abbiamo mai saggiato e sperimentato.
Un precipuo merito della rassegna al trentesimo anno di esistenza. Nel dopo Festival rimane difficile assegnare in Italia un possibile futuro distributivo per un’opera lontana da un qualunque intento commerciale in omogeneità con una recitazione asciutta, scabra, anti convenzionale.
- B-Hop magazine è tra i media partner del MedFilm Festival





















