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Home B.I.N. - Bellezza Interna Netta

L’attore Nino Racco, “così recupero la figura del cantastorie”

Intervista all'attore e cantastorie Nino Racco, interprete di un teatro cantastoriale e di denuncia sociale, a fianco degli oppressi

di Paolo Madaio
5 Febbraio 2026
in B.I.N. - Bellezza Interna Netta
Tempo di Lettura: 5 mins read
47 1
A A
Fra Pinocchio e Colapesce

Fra Pinocchio e Colapesce - Credits Fabio Orlando

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di Paolo Madaio –  Nino Racco inizia la sua formazione teatrale negli anni ’80 a Roma,
periodo scandito da forti tensioni politiche, da grandi dinamiche di militanza e passione ideologica, esattamente quello che oggi forse ci manca. La passione politica sarà connotativa di una identità e di una energia canalizzata poi nella scelta per il teatro, scelta artistica ed esistenziale insieme.

Ascolta “L’attore Nino Racco, “così recupero la figura del cantastorie”” su Spreaker.

Nei primi anni di teatro Nino Racco matura un’esperienza varia ed eclettica frequentando più di una accademia di teatro, ma la sua formazione è istintiva e disordinata e spazia addirittura dal teatro classico a quello di strada, caratterizzata da un attento spirito autodidatta. Lo abbiamo intervistato.

Canto_Brecht
Canto_Brecht Credits Fabio Orlando
Come nasce la tua passione per il teatro?
La mia passione per il teatro è venuta fuori dopo un periodo di intenso coinvolgimento politico.

Negli anni ’70, come molti della mia generazione, mi sono dedicato politicamente e attivamente prima alla sinistra istituzionale e successivamente a quella extraparlamentare. Dopo questa esperienza, con la crisi manifestatasi tra il ‘78 e il ’79 (rapimento Moro e conseguente fase repressiva), ho iniziato a cercare nuovi orizzonti. Alcune esperienze artistiche vissute in adolescenza, come suonare la chitarra interpretando le canzoni dei cantautori alle feste dell’Unità, sono così riemerse. Si è riaccesa una scintilla che mi ha gradualmente condotto verso il teatro.

Una storia palestinese
Una storia palestinese – Credits Franco Cantarello
Quale tra le esperienze giovanili ha indirizzato maggiormente la scelta del teatro cantastorie?

A 22 anni ho avuto la fortuna di incontrare Jerzy Grotowski, una figura fondamentale nel panorama del teatro contemporaneo. Era il 1981, periodo di tensione in Polonia tra Solidarnosc e il governo comunista, quando Grotowski da Varsavia fece tappa in Italia al Teatro Ateneo di Roma. Durante uno dei suoi interventi pronunciò parole che avrebbero cambiato la mia prospettiva artistica: “Non esiste il teatro, esiste la tua forma di teatro, ed è questa che devi scoprire”. Quell’affermazione mi spinse ad approfondire le mie radici culturali. Mi immersi nella tradizione teatrale più profonda del Sud Italia, lontana dai canoni della prosa nazionale.

Scoprii il cantastorie, il suo intreccio di narrazione popolare e musica realizzata con l’uso della sola chitarra, che nella mia visione incarnava pienamente la migliore essenza del teatro meridionale.

Tutto mi divenne improvvisamente chiaro: il cantastorie era la rappresentazione più genuina del teatro che cercavo.

Mondo Cantastorie Salvatore_Giuliano
Mondo Cantastorie Salvatore_Giuliano – Credits Fabio Orlando
Cosa ha rappresentato per te l’ascolto di Ciccio Busacca (il più noto cantastorie siciliano) e la storia di Salvatore Giuliano?

In quel periodo mi dedicai alla realizzazione di diversi spettacoli, tra cui “Canto Brecht”, organizzato grazie al supporto del Folkstudio di Roma. Di lì a poco realizzai il mio primo spettacolo in stile cantastoriale, “Storia di Salvatore Giuliano”. Allora lo vedevo semplicemente come uno spettacolo-omaggio al mondo dei cantastorie. Non avrei mai immaginato che quella scelta sarebbe diventata il punto di partenza per un lungo e profondo percorso artistico. “Storia di Salvatore Giuliano” superò le mille repliche, un risultato eccezionale. Qualcuno – diciamo pure il grande maestro e mio amico Eugenio Barba – arrivò a definirlo, per la la continuità delle repliche, un caso unico in Europa. Quello spettacolo inaugurale lasciò via via un segno cruciale nella mia vita, quasi come fungesse da bussola e da propulsore per il mio futuro artistico. “Storia di Salvatore Giuliano” rappresentò non solo il mio debutto teatrale autentico, ma anche il primo vero incontro con il pubblico.

Fu in quell’occasione che sperimentai il senso profondo di una connessione diretta con gli spettatori.

Ciò mi spinse a riflettere sull’importanza del rapporto con la comunità e su come le storie rappresentate in scena potessero e dovessero intrecciarsi con la vita intima delle persone.

Una storia palestinese
Una storia palestinese – Credits Fabio Orlando
Che ricordo hai di quel pomeriggio di molti anni fa a Gioiosa Jonica, in provincia di Reggio Calabria, dove incontrasti la comunità nel debutto della tua personale versione di teatro cantastorie?

Il ricordo di un evento che definisco di energia magica.

Gli eventi magici costituiscono quei momenti che valgono non uno, ma tremila giorni, perché cambiano la tua vita e ti portano su un nuovo cammino.

Uno di questi momenti l’ho vissuto a Gioiosa Ionica, in provincia di Reggio Calabria, luogo di provenienza dei miei avi. Un pomeriggio d’estate andai lì con l’idea di fare una semplice ‘’prova in piazza’’. In quei giorni stavo lavorando su “Storia di Salvatore Giuliano” e, anziché provarlo in sala, decisi di esercitarmi all’aperto. Mi sistemai al centro della piazza e, con sorpresa, vidi che dieci, quindici persone cominciarono ad avvicinarsi e ad ascoltare la storia che raccontavo. Rimasi colpito. Doveva essere solo una prova, ma quelli non si staccavano e così non mi fermai più. Arrivai al finale, seppur ancora incompleto e non memorizzato, e lo improvvisai al momento, pur di raccontare la storia a quelle venti persone che si erano radunate lì.

Una storia palestinese
Una storia palestinese – Credits Franco Cantarello
Il teatro, oltre che arte, si fa politica, questo accade nelle tue rappresentazioni più recenti, ad esempio ‘’Una storia palestinese’’. Si tratta dell’impellenza di riaffermare la passione di un tempo in un periodo in cui la passione politica appare persa?

La mia fase giovanile, segnata fortemente dalla politica, ha reso naturale trasformare il mio fare teatro in un mezzo politico. Oggi chi assiste a “Una storia palestinese”, coglie chiaramente questa impronta. Ma la politica è stata sempre presente nei miei lavori cantastoriali, conformati ai cantastorie militanti degli anni ’50 e ’60, che di fatto davano voce alle classi subalterne e alla causa degli oppressi. Seguendo quella linea, ho tenuto fede a un teatro di denuncia. Penso in particolare a due spettacoli, “L’amore muore” e “Opera aperta”, che sono la denuncia del fenomeno mafioso e ndranghetista. Tornando a “Una storia palestinese” mi ha colpito particolarmente il commento di uno spettatore che ha intravisto nello spettacolo un messaggio finale di speranza. Sì, ma

una speranza politica, che risvegli nell’uomo la ragione e un’autentica volontà di pace unita alla giustizia sociale.
Teatro Binario30
Teatro Binario30

Lo spettacolo “Una storia palestinese” sarà replicato a Roma al Binario30 in Via Giovanni Giolitti, 163, 00185 Roma RM , il 14 e 15 febbraio 2026.


 

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Paolo Madaio

Paolo Madaio

Perseveranza e resilienza sono due elementi che mi caratterizzano. Sono nato e cresciuto a Roma. Di formazione tecnica ed appassionato di arte e cultura, amo viaggiare e vivere relazioni sociali sincere e stabili. Io B-Hop perché scrivere notizie positive mi fa stare bene ed ho piacere di diffondere questa mia sensazione.

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