di Sara Valente* – Il 7 febbraio non è solo una ricorrenza sul calendario, ma una sollecitazione a prestare attenzione al tema del bullismo e cyberbullismo.
Ascolta “Prevenire bullismo e cyberbullismo: quando il gruppo diventa risorsa” su Spreaker.
In questa Giornata Nazionale, siamo chiamati a guardare oltre la superficie di comportamenti che troppo spesso vengono liquidati come conflitti passeggeri, ma che in realtà nascondono dinamiche di potere distruttive.


Il bullismo non è un semplice litigio.
Si parla di bullismo quando sono presenti tre elementi precisi: l’intenzionalità di nuocere alla vittima da parte del bullo, la ripetitività degli atti lesivi nel tempo e, soprattutto, lo squilibrio di potere tra chi colpisce e chi subisce. Che sia fisico, verbale o relazionale,
il bullismo mira a isolare la persona minandone l’identità sociale.
Con l’avvento del digitale, il bullismo ha mutato forma, diventando pervasivo.
Il cyberbullismo possiede caratteristiche che lo rendono, per certi versi, ancora più insidioso.
Si passa dal conoscere il bullo al non sapere chi c’è dall’altro lato dello schermo, al suo anonimato, con la conseguente riduzione del senso di responsabilità dell’aggressore.
Si verifica l’assenza di confini, spaziali e temporali, la vittima viene seguita fin dentro le proprie mura domestiche, la propria camera, 24 ore su 24. E infine i contenuti diventano virali, vengono condivisi migliaia di volte in pochi secondi, rendendo l’umiliazione pubblica e indelebile.


Perché questi fenomeni sono così pericolosi?
La Psicologia della Salute insegna che non possiamo scindere il danno psicologico da quello fisico e sociale. Il benessere di una persona è il risultato di un equilibrio dinamico tra componenti biologiche, psicologiche e sociali.
L’esposizione prolungata di un soggetto a prevaricazioni, attiva una risposta di stress cronico. Questo non causa solo tristezza, frustrazione, senso di inadeguatezza e di impotenza ma una vera e propria alterazione dei sistemi biologici, così come ci insegnano molti studi neuroscientifici.
Di conseguenza, si verifica un indebolimento delle difese immunitarie e l’individuo tende ad essere più vulnerabile a malattie somatiche, cefalee e disturbi del sonno.
Da un punto di vista psicologico, la vittima sviluppa un’immagine di sé distorta, sentimenti di colpa e uno stato di allerta costante. Questo risulta essere un terreno fertile per l’insorgere di disturbi d’ansia, depressione e, nei casi più gravi, autolesionismo e suicidio.
Il bullismo è una patologia delle relazioni.
Gli studi hanno dimostrato quanto l’ambiente circostante possa fungere da tossina o da medicina: se il gruppo resta in silenzio, convalida l’aggressione, se il gruppo interviene, diventa un potente fattore protettivo che influisce sulla resilienza della vittima.
Guardare al bullismo attraverso questa lente ci mette nella posizione di considerarlo non come un problema comportamentale, ma come una questione di salute che include aspetti di carattere sociale e relazionale.
Intervenire non significa punire il bullo, ma sensibilizzare l’intero ecosistema.
In questa giornata, la domanda non è più solo “chi è il bullo?”, ma “come possiamo costruire un ambiente sano e funzionale affinché questo fenomeno non si manifesti?”.
*Specializzanda in Psicologia della Salute, Università La Sapienza di Roma.
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