di Daniele Poto – Prima e dentro l’Amleto, nell’affascinante mondo del bardo inglese William Shakespeare. Visto di profilo tanto che il ruolo principale è di Jessie Buckley, la moglie nel film, che si è aggiudicata la prestigiosa statuetta dell’Oscar come migliore attrice protagonista della stagione filmica. Prima del quadro intuisci la seduzione della cornice. Prima della storia la fotografia cinematografica e i costumi d’epoca che restituiscono magnificamente un’epoca e un’aura.
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Nella semplicità della nascita di un mito attraverso l’affermazione di un uomo semplice ma creativo che ha bisogno di affrancarsi dalla famiglia per veder lievitare la propria arte a Londra. Tra i disagi della consorte che si vede abbandonata e che deve crescere senza aiuti una famiglia numerosa ma anche indigente. Anche attraverso la pena di una malattia che le strappa il figlio forse più amato, Hamnet.


E Shakespeare in quel momento è lontano anche se ha sognato di trascinare a teatro l’erede per trasformarlo forse nel primattore delle proprie commedie. Può apparire sorprendente che la regia di un’opera di così intensa sensibilità sia stata firmata da Chloé Zhao, ma la riuscita è incantevole perché destruttura l’arte restituendola al valore di un nascente artigianato teatrale.
Dunque da una parte i luoghi di adozione con un bosco magico, il contatto con la natura e con credenze antiche; dall’altra la nascita di un teatro popolare e metropolitano, grazie a cui, praticamente dal nulla, William Shakespeare crea un pubblico.
Sarà proprio il lutto a ispirare il genio per la creazione de L’Amleto.
E la moglie, scettica e lontana da quei progetti, trovandosi nella capitale inglese per la prima volta, assiste al miracolo del successo, ritrovandosi finalmente affettivamente vicina al marito, comprendendo in un flash le necessarie ragioni del distacco.


Come se intuissimo Shakespeare uomo, attraverso il buco della serratura, più fragile (anche attraverso lo svelamento delle sue debolezze) che creatore di commedie e tragedie teatrali. Il film è scarno di dialoghi ma ci rende ricchi di percezioni e di intuizioni, anche attraverso la sofferenza e le pene dei protagonisti in un mondo descritto come ferino e restituito – che differenza con la nostra epoca! – ai bisogni primari della sopravvivenza: lo scampare alle malattie, il nutrirsi, il dar vita a una famiglia necessariamente numerosa.
L’Inghilterra del Cinquecento è magnificamente restituita dalla fotografia curata da Lukasz Zal. I colori sono smorzati, mai troppo intensi e vividi.
Il cinema ha spesso ruotato attorno alla figura di Shakespeare, disinteressandosi della traduzione su schermo dei suoi capolavori teatrali per soffermarsi sul personaggio storico. Ricordiamo i precedenti di Shakespeare in Love o di Rosencrantz e Guildenstern sono morti.
Qui è sbalzata la figura della moglie – Agnes Shakespeare – che da personaggio secondario si erge a puntello della famiglia. Il teatro è necessità, prima che artistica, sopravvivenza economica.
L’arte diventa medicina che cura metaforicamente le ferite della vita ed è un unguento salvifico per credere nel miracolo della creazione drammaturgica.
L’Amleto, mostrato nella sua “prima” in piazza davanti a una folla prima inebetita poi entusiasta, è la funzionale sublimazione di questa metafora. Non è dunque un caso se il teatro del bardo mostra sofferenze, lutti e stenti. La materia viva consiste nei suoi disagi esistenziali, nelle tappe della sua sofferta biografia.
Con una donna protagonista, moglie al centro, che registra, deduce e alla fine lo appoggia. Il film è un libero adattamento del romanzo della scrittrice britannica Maggie O’Farrell, in cui c’è la precisa volontà, da dati storici inoppugnabili, di riscattare la personalità della moglie di Shakespeare, facendola uscire, una volta per tutte, dalla nebbia dell’anonimato, dall’ombra ingombrante del marito.
Ma l’opera filmica è destinata a piacere a tutti, non solo alle donne.
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