di Daniele Poto – Si può scegliere un film con scarni dialoghi, con un ritmo che certo non ricorda quello adrenalinico degli omologhi americani e rispetto a cui le pellicole italiane appaiono ridondanti. Ma è grande cinema quello che fissa Jafar Panahi, abituato a ricavare da piccole storie momenti di grande significato filmico.
Apparentemente il contesto è disadorno: tra deserto, un’officina e il convulso traffico di Teheran, a documentare che l’Iran non è lontana dalle abitudini delle nostre jungle urbane.


Ma vince il caso o la vendetta se un meccanico riconosce in un possibile cliente il passo strascicato della protesi dell’uomo dei servizi segreti dal quale era stato picchiato e torturato in carcere dove era entrato come oppositore del regime? Il caso l’ha fatto incontrare e la vendetta può essere in agguato. Ma l’incertezza muove le sue mosse e nell’affannosa ricerca di verità intanto il protagonista recluta sul suo van una coppia di sposi, un esagitato possibile testimone sempre oltre le righe di comportamenti civili. Come lui vittime del sistema carcerario.
Il presunto torturatore è cloroformizzato e chiuso in un baule. Quasi tutto il film scorre in questo palese dubbio che fa revocare la prima intenzione di massacro quando già il sequestrato è infilato in una fossa con poche possibilità di respirare. Man mano che la storia procede il dubbio si dilata anche perché la prova è solo legata a quella gamba e a ricordi incerti. La ferocia lascia progressivamente il posto alla ragione e persino alla solidarietà, perché rispondendo al telefono per una chiamata dalla figlia si scopre che la moglie è incinta.
C’è una scena che fa per un attimo decadere il tono drammatico del plot. Esattamente quando questa strana compagnia di giro ospita la signora e la figlia per portarle in ospedale dato che il parto è più che mai imminente. Ora il nostro lettore vorrà sicuramente sapere se il sequestrato era veramente l’uomo della violenza. Ma non gli toglieremo la gioia di scoprirlo nelle ultime scene.
I lutti e le malversazioni dell’Iran sono una piaga ancora aperta e manifesta. Panahi, che con Un semplice incidente ha vinto la Palma d’Oro al Festival di Cannes oltre a ricevere numerosi riconoscimenti, mostra la piaga scoperta della corruzione.
Non si va lontani in Iran senza mance e clientelismi, persino nei confronti della polizia.
Panahi sa di quello di cui parla perché è stato nove mesi in prigione dopo le accuse mossegli dal Tribunale rivoluzionario di Teheran che gli ha proibito di realizzare film, in patria come all’estero. Ora ha un’attività borderline perché non ha il permesso ufficiale del governo per continuare a svolgere la propria attività anche se come regista assicura prestigio e rispetto all’Iran.
Dunque non documenta per sentito dire e con questa opera ribadisce il ritorno alla piena disponibilità della propria creatività.
Il film spoglio e dalla sceneggiatura disadorna, con dialoghi rarefatti, mantiene molto di più di quello che promette e dunque rappresenta un investimento sicuro di tempo, di conoscenza e di bellezza estetica per lo spettatore.
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