di Daniele Poto – La Corea del Sud è foriera di piccoli capolavori di genere, anche quando prende spunto da un testo americano (The Ax), già virato al cinema con Cacciatore di teste di Costa-Gavras. Figurarsi dunque lo straniamento, il giallo ameno e d’azione, di un racconto occidentale reimmaginato nel cinema coreano, all’interno di un Paese con diversa religione, mentalità e costume.
Il regista non si pone troppi problemi e, dopo aver presentato un prologo già visto — l’idillio di una famiglia felice spezzato dall’improvviso licenziamento del capofamiglia — dipana una trama fatta di continui colpi di scena. Lo spettatore si accorgerà presto di essere entrato in un vortice narrativo borderline, dalla cui suggestione sarà difficile uscire.


I cadaveri aumentano, uccisi da un protagonista sempre più disperato, mentre la moglie osserva con crescente sconcerto le sue misteriose e continue assenze. Emergono tic psicosomatici e sottolineature ossessive che amplificano il disagio in sala.
Il più sconcertante è il reiterato mal di denti di Man-Soo — questo il nome del licenziato-killer — che, per risolverlo, arriva a strapparsi il dente con una maxi-pinza, in una delle scene più efferate del film, traboccante di sangue. Ma non mancano altri momenti disturbanti: l’inaspettato morso di un serpente; adulteri consumati in incontri clandestini; le gelosie del protagonista, che osserva la moglie ballare in costume, assillata da un giovane corteggiatore.
Tra equivoci, omicidi e deviazioni, la trama diventa quasi irraccontabile, ed è giusto non spoilerarla completamente.
La pellicola è attraversata da un ritmo quasi schizofrenico, che affascina proprio perché obbedisce a sinergie narrative lontane dallo stile filmico occidentale. Inizio e finale risultano comunque compatti e concentrati, mentre al centro del giallo si apre il dramma sociale del licenziato.
Fuori dal lavoro, Man-Soo non riesce più a ritrovare una dimensione identitaria ed è disposto a qualsiasi compromesso pur di riacciuffare l’impiego che lo vedeva dirigente in un’industria della carta.
Alla fine, la sua determinazione ossessiva viene premiata con una nuova assunzione. Ma lo scenario futuro che gli si apre davanti è profondamente distopico:
la nuova azienda ha licenziato tutto il personale ed è ormai completamente robotizzata.
L’uomo si aggira così, come nel deserto, governando intelligenze tecnologiche.
“Era davvero quello che voleva?” sembra chiedersi il regista, lasciando lo spettatore in uno stato di inquietudine morale.
Il titolo, distribuito dall’inizio del mese di gennaio, è tradotto letteralmente “Non c’è altra scelta”, ma ammette anche una parafrasi significativa: “non posso farci niente”. Un’espressione che allude alla coazione morale del protagonista, disposto a tutto pur di ritrovare un posto nella società che lo ha espulso, privandolo dei privilegi della condizione borghese.
Questa commedia nera, a tratti venata di tragedia greca, riflette un’attualità di assoluta modernità, delineando la spietatezza della vita quotidiana, dove persino il baluardo della famiglia può essere stravolto dalla perdita del lavoro.
In questo senso — tornando ab imo — Stati Uniti e Corea del Sud, Paesi altamente industrializzati, finiscono per assomigliarsi, riconnettendo il film allo spunto originale dello scrittore e sceneggiatore Donald E. Westlake e rendendo questa pellicola un esempio potente di cinema sociale e politico contemporaneo.
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