di Stefano Macera – Il Casino Giustiniani Massimo si trova in un angolo appartato dell’Esquilino, a Roma. Ma s’impone subito all’attenzione di chi passa in via Matteo Boiardo. Impossibile non notare la sobria eleganza della sua facciata, che esemplifica al meglio il clima artistico d’inizio ‘600, quando lo sfarzo del barocco non aveva ancora preso il sopravvento. Certo, in una seconda fase ne fu notevolmente arricchito l’apparato decorativo, con tanto di reimpiego di elementi d’età imperiale, ma ciò non ne ha alterato l’impronta garbata.
In origine l’edificio faceva parte di un’ampia villa, comprensiva di orti e giardini ed estesa tra le odierne via Merulana, via Tasso, Viale Manzoni e Piazza San Giovanni in Laterano. Purtroppo, tale insieme non ha resistito alle cementificazioni di fine XIX secolo.


Parliamo dunque d’un gioiello sopravvissuto, di norma attribuito all’architetto Carlo Lambardi. Qui, negli anni 1817-1829, per volontà del Marchese Carlo Massimo tre stanze del pianterreno furono decorate con un singolare ciclo di affreschi, ispirato ad altrettanti capolavori della letteratura italiana: la Divina Commedia, l’Orlando Furioso e la Gerusalemme liberata. Oggi, tali ambienti sono custoditi dai Frati minori di Terra Santa, animati da un forte senso di responsabilità verso un sito che, durante i giorni cupi dell’Occupazione di Roma (10 ottobre 1943 – 4 giugno 1944), venne usato in modo improprio.
Vista la prossimità a via Tasso, sede del Comando delle SS e dello spaventoso carcere da esse gestito, vi fu sistemata la mensa degli ufficiali e sottufficiali nazisti. I quali si trovarono a quotidiano contatto con l’opera di un movimento artistico dalla forte connotazione cristiana. Quello dei Nazareni, pittori in prevalenza tedeschi che, nel 1810, si trasferirono a Roma. A motivarli era il rifiuto degli insegnamenti impartiti nelle Accademie di Vienna e di Copenaghen, improntati all’imitazione dell’antichità classica e tali da portare a rappresentazioni convenzionali.
A loro avviso, il ritorno a un’arte pura passava per la lezione dei maestri italiani del ‘400 e del ‘500: Beato Angelico, Filippo Lippi, Luca Signorelli, Perugino, Michelangelo e, più di tutti, Raffaello.
Non a caso, gli affreschi del Casino sono densi di riferimenti a quella lontana stagione figurativa, di cui si apprezzava anzitutto l’afflato spirituale. Lo si evince già nella Stanza di Dante, dove l’occhio è subito catturato dalla decorazione della volta, dovuta a Philipp Veit e incentrata sulla rappresentazione del Paradiso Celeste. Se in apposite vele troviamo gli Otto Cieli in cui Dante ha potuto conoscere i Beati, nell’ovale centrale l’artista ha raffigurato l’Empireo con la SS. Trinità e la Madonna tra Dante e San Bernardo. Si è cioè confrontato con qualcosa di intraducibile in immagini: il culmine del viaggio dell’Alighieri, in un uno spazio ormai immateriale perché coincidente con la mente di Dio.


Per sostenere la sfida, il pittore ha scelto richiamarsi ai soavi modi del Perugino, i soli capaci di evocare una dimensione eterea.
Netto è il contrasto con Le pene dell’inferno, eseguito da Joseph Anton Koch. Tale affresco restituisce diversi passaggi della Prima Cantica del poema dantesco, risultando attraversato da personaggi facilmente riconoscibili. Purtroppo ha subito gravi censure. Dopo la morte del committente, sua cognata Cristina di Sassonia, ritenendone indecorose alcune parti, vi fece metter mano da un pittore dilettante, che ritoccò o addirittura nascose alcune figure.
Nondimeno la rappresentazione preserva il suo vigore, ricordando la potenza visionaria di prestigiosi precedenti, come il Giudizio Universale del Duomo di Orvieto, realizzazione tra le maggiori di Luca Signorelli.


Nella Stanza di Ariosto ha operato un solo artista: Julius Schnorr von Carolsfeld, intenzionato a valorizzare tutti gli aspetti dell’Orlando furioso. Quelli epici sono richiamati nei due episodi che occupano la parete ovest: Agramante e l’esercito dei Saraceni davanti Parigi e Carlo Magno e l’esercito dei Franchi a Parigi.
Per il secondo, la critica ha rilevato puntuali riferimenti all’Incendio di Borgo, dipinto da Raffaello nelle Stanze Vaticane. Ma conta soprattutto che, in entrambe le scene, l’affollamento coesiste con il senso della misura.


Invero, il vertice dell’intero ciclo si trova nella Stanza di Tasso e si deve al caposcuola del movimento: Johann Friedrich Overbeck.
Nel suo Odoardo e Gildippe uccisi in battaglia da Solimano colpiscono la fluidità dei movimenti, l’atmosfera densa di pathos e l’uso del placido paesaggio sullo sfondo per allentare la tensione, così da non sconfinare nella retorica.
Nel raffigurare I Crociati al Santo Sepolcro, il boemo Joseph von Führich non si è avvicinato a tanta qualità. Però ha realizzato un assieme godibile, in cui non si celebra solo il condottiero Goffredo di Buglione.
Tra gli astanti sono ritratti diversi membri della famiglia Massimo, intenti ad osservarci.
Ciò ricorda diversi dipinti rinascimentali, in cui la presenza dei committenti creava un ponte con il pubblico. A ben vedere, anche in quest’opera l’omaggio alla fase aurea dell’arte italiana non dà il senso d’una fredda esercitazione formale, risolvendosi invece in un atto d’amore.


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