Vola Barrilete Cosmico. Addio Diego Armando Maradona

di Massimo Lavena – Parole e immagini da ogni parte, ricordi più o meno veri, lacrime spesso di coccodrillo, immagini di gioia e di tristezza, tutto gira  intorno a lui, Diego Armando Maradona, che non c’è più, è morto a 60 anni mentre era in terapia riabilitativa a casa, a Tigre, nel circondario settentrionale elegante di Buenos Aires, dopo un difficile intervento alla testa.

El Pibe de Oro, l’uomo che veniva da Villa Fiorito, una città della cintura della Gran Buenos Aires,  barrio brutto, sporco e cattivo, uno dei luoghi più pericolosi della conurbazione urbana della capitale dell’Argentina.

Francesca Sanna 2020

A Villa Fiorito crebbe tra le strade ed i campi di calcio polverosi degli anni ’60, lì iniziò a far vedere ciò che sarebbe diventato, per tutti: Maradona, il grande Maradona, l’immenso Maradona, colui che diede due vittorie storiche nel campionato di calcio italiano al Napoli, che guidò la squadra partenopea al trionfo in Coppa Uefa; Maradona che vinse con la nazionale dell’Argentina, praticamente da solo, con un gruppo di comprimari al servizio del suo genio assoluto, il campionato mondiale di calcio nel 1986 in Messico; Maradona che vestendo la maglia del Barcellona nel 1983 regalò la gamba sinistra ai tacchetti di Andoni Goikoetxea, feroce terzino dell’Athletic Bilbao soprannominato “El carnicero de Bilbao – il macellaio di Bilbao”, che nel 1981 ruppe una gamba anche al tedesco Bernd Schuster, pure lui nella squadra catalana.

Foto Gerardo Prego – Pubblico Dominio

Maradona che a Barcellona fu iniziato alla cocaina e che con la cocaina e le amicizie sbagliate in ambito camorristico si perse a Napoli.

Quel Maradona che poco più che bambino entusiasmò i poveri di Buenos Aires giocando per il piccolo club dell’Argentinos Juniors; che poi si esaltò con il glorioso Boca Junior, facendo esplodere l”Estadio Bombonera” del popoloso e difficile quartiere della Boca de Buenos Aires con le sue giocate sempre più imprevedibili e vincenti.

Maradona, da sempre con il culto del Che Guevara, crebbe calcisticamente nella terra della junta militar del generale Videla che guidò il tremendo golpe del 1976, con le migliaia di desaparecidos, con le brigate della morte, le torture ed i giovani oppositori gettati dai C130 nelle gelide acque dell’Atlantico.

Generale Jorge Rafael Videla, Presidente della Giunta Militare Argentina – Pubblico dominio

C’è chi ancora si chiede perché il giovane campioncino Diego Armando Maradona non fosse stato convocato nella squadra argentina per i mondiali casalinghi del 1978: fu l’allora commissario tecnico dell’Argentina, César Luis Menotti detto “El flaco – lo smilzo”, a non chiamare il ragazzino già soprannominato “El Pibe de Oro”, invocato a gran voce da giornalisti e pubblico, ma, vox populi, inviso alla junta militar, alle prese con le repressioni e con la necessità di assicurarsi la vittoria, anche con le combine e gli aiuti arbitrali, per far bella figura, almeno pallonara davanti al mondo e mostrare una Argentina unita e festante, felice e gaudente attorno al pallone.

Era la squadra dei fedelissimi Passarella, Gallego, Luque, Tarantini, Bertoni, Fillol, Ardiles, con la sola voce contrastante di Mario Alberto Kempes, el Matador, che non strinse la mano al dittatore Videla alla fine della vittoriosa finale vinta per 3-1 contro l’Olanda.

Maradona non ha mai negato di essersi sempre sentito escluso non per motivi calcistici.

Non si può sintetizzare l’esplosività esistenziale di Diego Armando Maradona, strabordante nel suo essere il più grande in tante partite su campo, geniale, travolgente nel modo sublime di toccare il pallone, di accarezzarlo, farci l’amore possedendone ogni sinuosa variabile di geometria balistica, offrendo nuove posizioni impensabili per orgasmi multipli per le reti smosse dai palloni insaccati in reti difese da ignare vittime chiamate portieri.

Foto Getty Images – Pubblico Dominio

I suoi lanci, le sue punizioni, la sua capacità di flirtare con l’avversario di turno per superarlo senza mai irriderlo, affascinavano e conquistavano tifosi ovunque, in tutti gli stadi, chiamavano, le sue finte ed i suoi passaggi illuminanti, applausi da amici e nemici dell’agone sportivo.

Il suo essere leader anche nelle sconfitte, il suo difendere sempre i compagni anche a costo di andare contro il suo interesse, lo hanno spesso messo in contrasto con vari dirigenti e giornalisti sportivi, che ne hanno cavalcato con gioia le vittorie divenendo zerbini arricchiti dai suoi successi: ma che hanno scavato, molte volte, fosse cimiteriali davanti alle frequenti cadute umane e alle zone d’ombra interiori dell’uomo Diego Armando Maradona.

Tra donne, figli segreti,  cocaina, famiglie camorristiche, eccessi alimentari, sostanze dimagranti, squalifiche sportive, arresti per eccessi di violenza privata e familiare, disintossicazioni varie, fallimenti sportivi come allenatore, è difficile non valutare la discrasia tra il campione sublime nello sport e l’uomo controverso nella sua benigna capacità di essere un trascinatore ed un paladino delle ingiustizie e, al contempo, un disastro nella gestione delle solitudini e delle sollecitazioni prodotte dalle tensioni agonistiche e dalle luci seducenti del successo.

Pubblico Dominio

La totale incapacità di uscire dal personaggio “Pibe de Oro” ha caratterizzato la lenta decadenza del personaggio Maradona: ma l’uomo Diego Armando Maradona, in un modo o nell’altro, al netto delle fesserie compiute che ne hanno più volte offuscato la grandezza sportiva, ha mantenuto sempre la sua forza e la linea retta del suo pensiero spesso contrario al mondo del governo mondiale del calcio.

Questo era, in parte, Diego Armando Maradona. Ma c’è stato un uomo, Victor Hugo Morales, uruguayano, che un giorno, il 22 giugno 1986, era ai microfoni di Radio Argentina per commentare il quarto di finale dei mondiali del Messico: si giocava Argentina contro Inghilterra.

Finì 2-1 con doppietta in 4 minuti di Maradona e goal inutile nel finale di Gary Lineker per gli inglesi.

Erano passati 4 anni e 8 giorni dal termine della guerra delle Falkland/Malvinas, la partita non era soltanto un incontro di calcio.

Per il popolo argentino, per la nazionale, per Diego Armando Maradona non si trattava di segnare un goal in più ed accedere alle semifinali: era la riscossa di una Nazione ferita, straziata da una guerra assurda che aveva causato morte e disperazione ma, con ogni probabilità, anche la fine della junta militar, al tempo della fine della guerra, presieduta dal generale Galtieri.

Fu allora che Diego Armando Maradona divenne oggetto di gloria eterna e imperitura memoria nella storia dello sport.

Dopo aver segnato la rete del vantaggio argentino al 51mo minuto con la famosa “Mano de Dios”, una rete irregolare convalidata nonostante le proteste dei giocatori inglesi, Maradona si fece perdonare delle oscene esultanze per la rete truffaldina, realizzando al 55mo minuto quella che per molti commentatori sarebbe la rete più bella della storia del calcio.

Lo scrivente dissente, ma quella rete vale ed è diventata storica sia per la figura da birilli inetti fatta dai difensori inglesi davanti alle magie dribblinistiche maradoniane, sia per la radiocronaca travolgente, strabordante, walkiriana, da passaggio del Mar Rosso, prodotta da Victor Hugo Morales.

E da quel giorno, da quel 22 giugno 1986, Diego Armando Maradona divenne “El Barrilete Cósmico – L’Aquilone Cosmico”

“… la passa a Diego, ecco la tiene Maradona, lo marcano in due, tocca la palla Maradona, avanza sulla destra il genio del calcio mondiale, e potrebbe passarla a Burruchaga…! Sempre Maradona! Genio! Genio! Genio c’è c’è c’è c’è Goooooool! Goooooool! Voglio piangere! Dio Santo, viva il calcio! Golaaaaaazoooooo! Diegoooooooool! Maradona! C’è da piangere, perdonatemi… Maradona con una corsa memorabile, nella giocata migliore di tutti i tempi… Arcobaleno Cosmico…. da quale pianeta sei arrivato? Per lasciare lungo strada così tanti inglesi! Perché il Paese sia un pugno chiuso, che grida per l’Argentina!… Argentina 2 – Inghilterra 0… Diego, Diego Diego Armando Maradona… Grazie Dio per il calcio, per Maradona per queste lacrime, per questo Argentina 2 – Inghilterra 0″.

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Massimo Lavena
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Massimo Lavena

Cagliaritano, nato il giorno della befana del 1966. Io b-hop perché ho sempre amato mangiare e cucinare, la musica, lo sport, il cinema. Sogno un giorno di andare in Namibia, o nella Terra del Fuoco, o nello Saskhatchewan, o in Nuova Zelanda. Sognavo anche di andare nelle Isole Svalbard, ma adesso è vietato, troppi orsi bianchi! E non essendocene in Sardegna non saprei come comportarmi.