Teatro: “Il giardino dei ciliegi” ai tempi del coronavirus. Le ultime parole di una civiltà

(di Rinaldo Felli)  – Roma – Teatro Argentina ore 19 – va in scena “Il giardino dei ciliegi” di Anton Cechov per la regia di Alessandro Serra.  Sala semideserta per effetto del coronavirus. Pochi spettatori, forse i più incoscienti, quelli maggiormente coraggiosi, gli inconsapevoli o magari gli irriducibili appassionati, chissà?

Si sono già incontrati nel foyeur, ora siedono fianco a fianco ma sono tutti sospettosi, preoccupati, persino diffidenti. Ci sono amici che s’incontrano per l’occasione, sono imbarazzati nel salutarsi, perplessi nello stringersi la mano o giovani coppie incerte se scambiarsi l’abituale innocente carezza.

Nell’aria si avverte, oltre all’ormai familiare, onnipresente odore di Amuchina, un profondo senso di incertezza, d’inquietudine, si rincorrono freneticamente voci di una chiusura delle scuole, delle università, l’amato campionato di calcio potrebbe saltare, probabilmente i cinema ed  i teatri spegneranno le loro insegne.

Forse, quella a cui si sta per assistere, è l’ultima recita.

© sipario.it

Poi il buio e con il buio il silenzio. Il rito ha inizio, la parola è restituita agli attori.

Ed è parola che travolge, che incanta, in grado di alienare per un paio d’ore qualsiasi infezione.

Ma è anche parola che opera negli spettatori un straordinario transfert. Sarà pure per il contesto anomalo della serata ma è incredibilmente naturale compenetrarsi in quei protagonisti/ombra che si aggirano sul palco.

Ombre perché hanno smarrito la loro identità, perché vivono di memorie e di illusioni, ombre che ballano come afferma Alessandro Serra:

“Un valzerino allegro in una commedia intessuta di morte”,

ombre incapaci di accettare l’idea che la vita intorno a loro è mutata e che ciò imporrà un cambiamento.

©teatro e critica.net

La fine di una civiltà, così magistralmente narrata da Anton Cechov nel 1903, ci viene oggi riproposta da Serra e dalla sua compagnia in una versione intrisa di poesia, di magnetismo “una partitura sinfonica per coro, per una moltitudine, come nella vita”, una versione che rasenta il capolavoro nella sua capacità di esprimere sentimenti profondi, quasi ancestrali non solo attraverso un perfetto recitato ma anche grazie a suoni, musiche, immagini quasi pittoriche, fotografiche.

E per lo spettatore il transfert non s’interromperà neanche uscendo dal teatro, tanto sarà forte la commozione per quelle ombre che si sono afflosciate sul palco, arrese ad un destino che non gli concederà più di essere protagonisti di se stessi, per l’incedere sfinito, stanco del vecchio domestico Firs e per quelle sue ultime parole, le ultime parole di una civiltà che non si è saputa adeguare alla mutazione: 

“La vita è passata ed io non mi sono neanche accorto” .

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Rinaldo Felli

Regista teatrale, appassionato di economia, finanza e politica.
Io B-hop perchè “Del tempo antico e del tempo futuro rimarrà solo la bellezza” (P.Pasolini).
Rinaldo Felli
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Rinaldo Felli

Regista teatrale, appassionato di economia, finanza e politica. Io B-hop perchè “Del tempo antico e del tempo futuro rimarrà solo la bellezza” (P.Pasolini).