Il saluto militare dei calciatori turchi non ci piace. Ma sport e politica vanno a braccetto

(di Massimo Lavena) – L’aggressione armata dell’esercito turco alle popolazioni curde e siriane del nord della Siria, ha rilanciato  il trito  quesito della relazione tra sport e politica.

Come se la politica e lo sport non facessero parte del vivere comune, della società degli uomini da quando questa ha deciso di darsi delle regole: ed anche dalla preistoria, se vogliamo, quando le esigenze di sopravvivenza spingevano  uomini di Cro-Magnon e Neanderthal a simpatiche corse, spesso inseguiti da tigri dai denti a sciabola o altri predatori.

la nazionale turca di calcio – ©globalist.it

Apriti cielo?! dunque, cosa pensare davanti ai soldatini con la mezzaluna stellata della squadra nazionale di calcio turca, immobili in un surreale saluto militare al termine di recenti partite o nei propri club internazionali di appartenenza: fermi a celebrare gli eroici giannizzeri intenti a massacrare inermi civili nei territori curdi, tra il quasi silenzio delle istituzioni internazionali?

Le reazioni allo scalpore causato  dal gesto dei calciatori turchi sono quanto di più antistorico e ipocrita si possa immaginare: fermi nelle logiche benpensanti e politicamente corrette, cosa c’è di più odioso di uno sportivo, ricco e profumato, tutto griffato dalla testa shampata alle scarpe elettrodinamiche, che esterna un pensiero, una azione, un gesto politicamente esplicito?

Vergogna, Shame, Verguenza, Wstyd, Schande, Honte, Vergonha,  Teshuvah, Schaamte, Haji: quale oscenità osannare e onorare i soldati turchi. Sono stati costretti, hanno le famiglie sotto ricatto, licenziamoli, critichiamoli, additiamoli come brutti e cattivi.

Ma, mi raccomando, continuiamo a farli giocare, che son bravi. No, c’è qualche cosa che non ritorna in questi dialoghi dell’assurdo: perché i calciatori turchi son brutti, sporchi e cattivi ed invece i loro connazionali esuli come il cestista dell’NBA Enes Kanter, oppositore del regime di Erdogan, sono bravi?

Eccoci al nucleo della questione: il problema si risolve con le scelte personali, perché la politica e lo sport debbono per forza essere indipendenti. Ognuno faccia le sue scelte, parteggi per chi vuole, ma fuori dagli stadi e dall’agone sportivo.

bombe in Rojava – ©retekurdistan.it

Quando lo sport, invece, da sempre è stato veicolo di politica e di questo o quel regime.

Ma guai a dirlo, guai a violare la legge di “Citius , Altius , Fortius” voluta dal visionario Barone Pierre de Coubertin, colui che impose un velleitario obbligo di attività sportiva amatoriale e non professionistica per poter partecipare ai Giochi Olimpici, regola che negli anni ha causato diversi problemi a tanti atleti.

Fino a che la consacrazione dello sport olimpico come veicolo economico, tra sponsorizzazioni, regimi e guerre ha progressivamente intaccato anche questa regola: ed oggi, salvo i nuotatori della Guinea Bissau o i calciatori delle isole Marshall, ovunque nel mondo, chi partecipa alle attività sportive internazionali deve per forza esser professionista.

Le regole del barone de Coubertin erano profondamente misogene, le donne per lui erano inadatte a fare sport: smentito anche qui, visto che proprio con lo sport molti traguardi dell’emancipazione femminile son stati raggiunti. Oggi lo sport femminile richiama a gran voce il giusto pagamento delle prestazioni sportive allo steso livello di quelle maschili.

Ma la donna dalla politica sportiva ha ricevuto molto, ed ha spesso pagato moltissimo in termini di vita: come Hassibah Boulmerka, algerina, prima medaglia d’oro femminile del suo Paese, con il trionfo ai Giochi olimpici di Barcellona 1992 nei 1500 metri piani.

Boulmerka ha aperto una strada, ha tolto il velo, ha corso, è stata minacciata di morte dagli integralisti islamici dell’Algeria: ha diverse Fatwa addosso, non dorme mai in una stessa casa per più di una settimana, ma gira il mondo testimoniando alle bambine, alle giovani, che

lo sport libera, trasforma la vita, rende le donne forti e consapevoli.

Già prima di lei ci fu la marocchina Nawal el Moutawakel, oro nei 400 ostacoli a Los Angeles 1984, ma lei fu più fortunata, fu definita eroe nazionale dal re Hassan II del Marocco, ed a lei si debbono molti traguardi che le donne marocchine hanno raggiunto in questi anni.

Forse non è politica questa?

O la scelta  del lottatore iraniano Alireza Karimi-Machiani, ai mondiali del 2017 in Polonia, di perdere volontariamente contro un avversario russo a lui inferiore per rating, per non dover incontrare nel turno successivo un lottatore israeliano, non è logica politica?

Non è politica la scelta che fece la nazionale di tennis italiana di giocare in maglietta rossa il doppio della finale per la Coppa Davis del 1976 in Cile?

Quel Cile insanguinato dalla dittatura del generale Pinochet, coi suoi desaparecidos, con lo stadio Nazionale di Santiago trasformato in un enorme carcere e camera delle torture?

Non fu il segretario del partito comunista italiano, Enrico Berlinguer, a tuonare perché l’Italia democratica ed antifascista desse un segnale internazionale boicottando la finale in Cile?

Panatta, Pietrangeli, Barazzuti, Bertolucci, Zugarelli vennero offesi, minacciati, le manifestazioni eran quasi tutte contro di loro, che volevano giocare. “Panatta milionario-Pinochet Sanguinario”, la logica del vil denaro contro il sangue degli assassinati nelle carceri cilene.

Fu proprio la politica a giocare invece, un ruolo decisivo, per quella che sarà la sola coppa Davis vinta nella storia del tennis italiano in quel lontano 18 dicembre 1976: Enrico Berlinguer, proprio lui, cambiò parere, dopo che fu supplicato dai rappresentanti in esilio del Partito comunista cileno di andare a giocare in Cile, di battere la squadra di tennis cilena, di togliere al generale Pinochet un motivo di ribalta internazionale, per dare un segnale al mondo di ciò che in Cile continuava a succedere nel silenzio dei media internazionali.

E i tennisti italiani vinsero, con la maglietta rossa, rossa come i fazzoletti delle madri dei desaparecidos, come le bandiere della Unidad Popular di Salvador Allende, il presidente eletto democraticamente nel 1970 e morto suicida durante il bombardamento del palazzo presidenziale della Moneda.

E arriviamo ai Giochi Olimpici.

Non possiamo dimenticare quanto la politica si sia intrecciata con i Giochi Olimpici.

Da subito, dai Giochi dell’Antichità, nei quali i vincitori per 4 anni erano considerati semidei, legati a filo doppio con il dittatore di turno, osannati, curati, quando non venivano beccati a truffare ed allora era per loro pena e oblio. E dai giochi moderni di Atene 1896 sino ai nostri giorni quanta politica nelle scelte delle città, nei regimi di volta in volta chiamati in causa, nelle guerre non rispettose più della tregua Olimpica, nei Giochi non assegnati per le tragedie della Prima e della Seconda Guerra mondiale.

Berlino 1936, con l’esaltazione della razza ariana, l’antisemitismo, le svastiche, il saluto nazista, Hitler e Goebbels e la regista Leni Riefenstahl che girò il monumentale film “Olympia 1-2” per glorificare l’immortalità delle vittorie del nazismo anche nello sport: e che si trovò ad avere come personaggio principale il più forte atleta di tutti i tempi, l’afroamericano dell’Alabama Jesse Owens.

Londra 1948, con la capitale del Regno Unito, ancora con le ferite aperte dei bombardamenti della Guerra, per decisione politica chiese i Giochi che le sarebbero spettati nel 1944, in pieno conflitto mondiale.

Per scelta politica gli atleti delle due Germanie, Est ed Ovest, dal 1956 al 1964 (Melbourne, Roma, Tokyo) gareggiarono insieme, nonostante la Guerra Fredda. Eppure Melbourne 1956 è stata l’antesignana dei boicottaggi Olimpici:  Spagna, Svizzera e Olanda non parteciparono in protesta contro l’Unione Sovietica e l’invasione dell’Ungheria, mentre Egitto, Libano e Iraq per protesta contro l’occupazione franco-anglo-israeliana del Canale di Suez.

1968, i Giochi a Città del Messico: forse la prima volta nella quale si sentì dire apertamente che “la politica e lo sport non debbono convivere”. I Giochi rischiarono seriamente di fallire, alla luce della feroce repressione del movimento messicano degli studenti che sfociò con il massacro di piazza Tlatelolco – delle tre Culture: il 2 ottobre 1968, dieci giorni prima dell’inaugurazione dei Giochi polizia e esercito spararono contro centinaia di giovani riuniti per protestare contro le enormi spese per la realizzazione delle strutture olimpiche.

Anche la giornalista italiana Oriana Fallaci venne ferita e data per morta. Fu allora che il presidente del CIO, il miliardario statunitense Avery Brundage, fautore già nel 1936 della partecipazione degli USA a Berlino 1936, rifiutò ogni opposizione internazionale ai giochi, imponendo il rispetto del calendario, mettendo una sorta di silenziatore ai fatti di Tlatelolco, ed imponendo letteralmente la scissione della politica dallo sport. La cosa non andò però come lui , e molti, speravano.

©sergiocavaliere.wordpress.com – Jesse Peter John

A rompere le uova nel paniere alla Pax Brundageana dei Giochi ci pensarono i 3 atleti dei 200 metri piani: gli afroamericani Tommie Jet Smith (medaglia d’oro con record del mondo) e John Carlos (bronzo) che salirono sul podio scalzi e con un pugno guantato di pelle nera. In mezzo a loro, con una spilla del movimento degli atleti contro il razzismo, l’australiano Peter Norman.

I tre a capo chino pagarono amaramente il loro gesto di denuncia delle condizioni dei neri americani: espulsi dai Giochi, rifiutati dalla loro Patria, Smith e Carlos fecero i lavori più umili restando però sempre nella storia olimpica. Norman sparì, cancellato dall’Australia, lui bianco in un Paese dove si praticava l’apartheid contro i nativi aborigeni divenne un reietto. E se a Smith e Carlos hanno, comunque,  dedicato una statua, lui non venne invitato ai Giochi di Sidney del 2000. Solo nel 2012, ormai morto, il Parlamento australiano gli ha chiesto scusa.

Se un guanto ed una spilla furono la causa della fine della carriera sportiva dei tre duecentisti, a Vera Čáslavská il capo chino e gli occhi rivolti verso il pavimento costarono l’estromissione da ogni competizione sportiva e l’ostracismo totale dalla vita sociale in Cecoslovacchia, la sua Patria, per dodici anni.

Il capo chino e gli occhi bassi in protesta contro l’invasione della Cecoslovacchia da parte degli eserciti del Patto di Varsavia: dover guardare alzarsi la bandiera dell’Unione Sovietica ed onorarne una vittoria sportiva non parve consono alla sua scelta di appoggiare la Primavera di Praga di Dubcek. Scelta che Vera pagò amaramente, lei, considerata la perfezione della ginnastica artistica, capace di vincere in quei Giochi 4 ori e due argenti, divenne persona sgradita a casa sua.

Ed eccolo, il punto di non ritorno, la perdita della finta verginità dello sport: i Giochi di Monaco 1972, i Giochi della XX Olimpiade. Furono i Giochi del massacro di 11 componenti della delegazione israeliana, tra atleti ed allenatori, uccisi in parte nelle stanze a loro dedicate nel Villaggio Olimpico, da un commando di assassini di Settembre Nero, organizzazione terroristica palestinese; in parte all’aeroporto bavarese di Furstenfeldbruck, dove la polizia tedesca, impreparata ad una simile evenienza, ingaggiò un conflitto a fuoco coi terroristi. Uno dei due elicotteri predisposti per la fuga dei terroristi con gli ostaggi venne fatto esplodere dagli uomini del commando. Sopravvissero 3 terroristi, catturati poi dalla polizia.

La morte prese possesso dei Giochi. Non da sola. Lo spregiudicato senso dell’affarismo di Avery Brundage – giunto al termine della sua presidenza del Comitato Internazionale Olimpico -, lo portò ad interrompere per un giorno le gare, e durante una mesta commemorazione allo stadio olimpico di Monaco di Baviera, davanti ad 80 mila persone e 3 mila atleti, riuscì a non fare alcun riferimento alle 11 vittime israeliane, esaltando invece la fermezza e la coesione dello spirito olimpico.

Nulla è stato più come prima. Nessuna manifestazione sportiva, nessuna partita, nessuna gara ha avuto più lo stesso valore dopo i fatti di Monaco 1972.

La politica, la guerra, l’affarismo, si sono impadroniti della gioia dello sport, dello spirito olimpico:

quello spirito che nel nome della legge dello spettacolo, quello solo e troppo spesso è divenuto The show must go on, lo spettacolo deve continuare. Anche i Giochi di Monaco continuarono. Ma si portarono appresso tanto dolore, tante domande, tanto odore di morte.

Seguì l’era dei boicottaggi: la politica si impadronì dei Giochi a Montreal 1976, che videro la maggioranza dei Paesi Africani non partecipare per protestare contro i rapporti sportivi tra la Nuova Zelanda ed il Sud Africa, ancora lacerato dall’Apartheid.

I Giochi di Mosca del 1980 vennero boicottati da 65 Paesi al seguito degli Stati Uniti a causa dell’invasione sovietica dell’Afghanistan. Altri 15 Paesi (tra i quali l’Italia) autorizzarono i propri atleti non militari a partecipare ma sotto la bandiera a 5 cerchi del CIO.

Nel 1984, in occasione dei Giochi di Los Angeles 17 Paesi, al seguito dell’URSS come appartenenti al Patto di Varsavia, o per altri motivi, boicottarono i Giochi con non meglio specificate motivazioni di sicurezza: il capo dell’organizzazione locale, Peter Ueberroth, parlò apertamente di ritorsione per la non partecipazione a Mosca ’80. Nessuno lo ha mai smentito.

Cosa dire a chi parla di distinzione tra i fatti dello sport ed i fatti della politica?

Con il candore di un pupo che si alimenta al seno della sua mamma, non gli si può dir nulla, se non

di studiare un po’ la storia dello sport non distinta dall’evoluzione sociale della comunità umana.

Bensì come sua parte integrante. Solo allora Citius, Altius, Fortius non saranno più solo un motto fine a se stesso.

***

Questo articolo e tutti gli articoli pubblicati da B-hop magazine sono originali e tutelati dal diritto d’autore. Per chiedere l’autorizzazione alla pubblicazione dei contenuti su altri siti o blog, riproduzione in qualsivoglia forma o sintesi, contattare info@b-hop.it e citare l’autore con link alla fonte. 

Massimo Lavena

Cagliaritano, nato il giorno della befana del 1966. Io b-hop perché ho sempre amato mangiare e cucinare, la musica, lo sport, il cinema. Sogno un giorno di andare in Namibia, o nella Terra del Fuoco, o nello Saskhatchewan, o in Nuova Zelanda. Sognavo anche di andare nelle Isole Svalbard, ma adesso è vietato, troppi orsi bianchi! E non essendocene in Sardegna non saprei come comportarmi.
Massimo Lavena
Massimo Lavena

Massimo Lavena

Cagliaritano, nato il giorno della befana del 1966. Io b-hop perché ho sempre amato mangiare e cucinare, la musica, lo sport, il cinema. Sogno un giorno di andare in Namibia, o nella Terra del Fuoco, o nello Saskhatchewan, o in Nuova Zelanda. Sognavo anche di andare nelle Isole Svalbard, ma adesso è vietato, troppi orsi bianchi! E non essendocene in Sardegna non saprei come comportarmi.