di Marianna Mandato – “Com’è possibile, solo pochi giorni fa hai detto di amarmi e ora invece mi dici che non mi ami più”.
Ascolta “Ti amo, non ti amo più. Le parole hanno una durata?” su Spreaker.
Ecco, scommettiamo che a non poche persone è capitato di trovarsi in una simile circostanza o di sentire da amici e conoscenti che proprio così sono andate le cose con la persona che li ha piantati in asso dall’oggi al domani.


Al di là della tristezza che potremmo provare sentendoci dire queste poche parole, che cos’è che ci colpisce con più forza in una tale situazione?
Senza dubbio, che le parole sembra abbiano cambiato contenuto o addirittura significato, troppo velocemente. Che in qualche maniera abbiano perso valore e consistenza.
Quando qualcuno ci dice “ti amo”, diamo per scontato che nei giorni seguenti non cambierà idea. Come se il contenuto di quella parola possedesse una specie di solidità a fare da garanzia.
Oltre che in quello che ci viene detto, insomma, diamo molta importanza alla parola che lo veicola.
Se non succede, una semplice espressione come “ti amo” finisce per non comunicare più nel modo corretto il contenuto della parola amore. E, così, non riusciamo a capire cosa possa essere accaduto. Ci sentiamo sbalestrati.
Ma siamo proprio sicuri che siano le parole ad aver perso valore e consistenza?
Ancora una volta, dunque, parliamo di parole. Ma stavolta lo facciamo da una prospettiva un pochino differente.


Che le parole abbiano un suono, una forma, che occupino uno spazio e che abbiano un peso è fuori di dubbio.
Ora ci chiediamo altresì: le parole hanno un loro tempo? Sono a tempo?
Quanto durano le parole che diciamo, le parole con cui comunichiamo? Hanno una durata oppure il loro senso dipende da qualcos’altro che ne determina anche la durata?
Cerchiamo di indagare.
Intanto, è necessario fare una distinzione tra le parole che contengono delle semplici informazioni rispetto alla realtà e le parole che invece contengono anche sentimenti ed emozioni. La cui sostanza, cioè, veicola una o più emozioni e/o sentimenti.
Una parola come albero è diversa da una parola come amore.
Ora, pensiamo alle parole come fossero utensili di ogni società. Va da sé che ogni tipo di strumento venga adottato e adattato alle esigenze e alle caratteristiche della società che ne fa uso.
Così, ogni parola che peschiamo nel ventaglio di “parole-utensili”, utili a comunicare qualcosa, sarà in qualche maniera anche espressione della società in cui viviamo nel suo complesso, oltre che di noi stessi e del nostro sentire.
Se puntiamo il riflettore sulle società che caratterizzano il nostro momento storico, apparirà da subito evidente la loro frenesia. La loro velocità. A volte senza respiro.


Apparirà altresì evidente che si tratta di società a più livelli, società che passano con la stessa frenesia dal virtuale al reale, dalle realtà social alle realtà sociali reali, spesso sovrapponendole e mescolandole. Società bombardate da input di tutti i tipi.
Non dimentichiamo che le realtà social vivono di valanghe di parole e immagini (spesso, molto veloci o che si scorrono velocemente) che enfatizzano, idealizzano, e soprattutto definiscono la realtà e tutta la gamma di sentimenti facendo uso massiccio proprio di parole “ad effetto”.


Ma resta che le esperienze non sono esperite. Sono immaginate. Sono “parlate” o “viste”.
C’è, di fondo, uno scollamento tra parole, immagini e realtà vissuta.
Ma torniamo ancora alla velocità.
Una persona che vive a velocità elevate – e che spesso passa dal virtuale al reale nell’arco della stessa giornata un numero considerevole di volte – tenderà a sviluppare atteggiamenti e idee del pari molto veloci, fatti di bisogni ed emozioni veloci oltre che di sentimenti poco definiti. Anzi, definitissimi a parole ma nebulosi a livello percettivo ed esperienziale.
E ancora, la velocità delle relazioni ha spesso come caratteristiche peculiari la distrazione e la fretta, con uno sguardo fisso ad un “poi” o ad un’idea di “meta” o “ben-essere” da raggiungere continuamente.
Simili caratteristiche costringono a concentrarsi più su se stessi che su se stessi insieme agli altri, perdendo la capacità di fermarsi, di ascoltare, di comprendere, di conoscere chi ci sta intorno diversamente da come lo si pensa o lo si immagina.
Non dimentichiamo infatti, che la velocità alimenta il pensiero personale a scapito del dialogo. Un pensiero che non di rado alimenta l’immaginazione a svantaggio della realtà, ripiegato su un grande “Io”.
Insomma, la distrazione dalla realtà, intesa come stato nel “qui ed ora”, come presenza, come esistenza (ossia esserci), ha come conseguenza piuttosto scontata il vivere più di pensiero vorticoso che di realtà, che invece oseremmo definire lenta o statica.


Il pensiero si alimenta di parole. Non esperite. Non riempite di realtà.
E così, si finisce non solo per non capire più che cosa si sta provando nel momento esatto in cui lo si sta provando ma anche per chi lo si sta provando, se per la persona reale o per quella che si era immaginata fosse fatta in un determinato modo. Magari, quello ideale per noi.
Per tornare all’affermazione iniziale, si sa che cos’è l’amore, si sa come se ne parla, e non appena si crede di provare qualcosa che ne abbia le caratteristiche, ci si lancia nell’uso di tante belle parole amorose per vivere la poesia che si attendeva e bramava anche per sé.
Non è raro, però, che si finisca semplicemente per scambiare l’idea di ciò che volevamo provare con ciò che proviamo realmente. In qualche modo, lo avevamo costruito.
Qualsiasi tipo di “sentire”, se basato sull’immaginazione e non sulla realtà, è effimero o passeggero, somiglia ai famosi fuochi di paglia. Le parole che verranno usate non saranno false ma varranno per la durata della fiammata emotiva.
Si crea uno scollamento tra parole e realtà.
La conseguenza più immediata sarà che quel che le parole comunicano appare confuso come la realtà che viviamo. Esprimono la realtà in modo incerto, volubile, pur mantenendo il loro inequivocabile significato.
L’incertezza corrisponderà a contenuti poco durevoli che le renderanno fugaci e labili.
Ogni tipo di relazione, per essere riconosciuta ed eventualmente crescere, ha bisogno di spazio e tempo.
Così, le parole che esprimono queste stesse relazioni, per poter acquisire spessore e valore nel tempo (un tempo che superi le poche ore o i pochi giorni), devono poter essere riempite della nostra consapevolezza del loro significato.
Le parole crescono e si solidificano insieme alle relazioni. Insieme ai sentimenti. Insieme alle emozioni. Altrimenti mantengono il loro bel suono, la loro bella forma, il loro bell’incedere. Ma il loro contenuto, pur essendone la sostanza, rimane lontano dalla realtà che vorrebbero incarnare.
Non dimentichiamo che vale anche il discorso inverso. Le parole incarnano il reale, lo veicolano.
Se le usiamo in modo frettoloso e poco convinto, anche la realtà diventerà nebulosa e ci convincerà poco.
Se ne facciamo abuso, senza riempirle di realtà, tendiamo ad usarle in modo superficiale, come se stessimo leggendo un copione. Ci limiteremo, nella migliore delle ipotesi, ad una bella interpretazione. Ma priva di coscienza, concretezza e di sentimento.


È una piccola trappola:
la mutevolezza o la velocità con cui affermiamo di provare o meno qualcosa, vanificano il potere della parola. Si vanifica il suo peso nella realtà. Vanificando, così, la reazione corretta col nostro interlocutore nel tempo. Che tenderà a non credere più a certe parole che usiamo.
E ora un piccolo segreto: è sufficiente allineare il dire, ovvero il parlare, il sentire e il fare, ovvero l’azione, con consapevolezza, e le parole non si scioglieranno come neve al sole.


In caso contrario, le parole, come protagoniste di una bella poesia, incanteranno per la loro bellezza, ma non vivranno più di realtà. Esattamente come noi.




















