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Home E-volver

Si parla tanto di pace ma cos’è veramente?

Cosa significa la parola pace? E come si raggiunge realmente la pace? Come ogni cosa che si impara, è indispensabile che qualcuno sappia insegnare la pace. Sappia far emergere il nodo del problema e la possibile soluzione.

di Marianna Mandato
24 Ottobre 2024
in E-volver
Tempo di Lettura: 5 mins read
45 1
A A
Bandiera della pace

Foto da pexels di Markus Spiske

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di Marianna Mandato – “È stato lui a cominciare.” “No, è stato lui!” “Adesso fate pace, però, è ora di smetterla, e stringetevi la mano”.

Ascolta “Si parla tanto di pace ma cos’è veramente?” su Spreaker.

A chi non è successo prima o poi nella vita di sentirsi dire una cosa del genere? Chi ha almeno un fratello o una sorella, lo sa bene. I nostri genitori ci insegnavano a “fare pace”.

Ma che vuol dire “fare pace”? la pace è qualcosa che si fa?

Che cosa significa la parola pace? Cosa ci comunica realmente? Ci pare di saperlo all’istante, vero. Eppure, alzi la mano chi lo sa spiegare senza andare a sbirciare velocemente sul magico Google. Tanto più che sulla pace e per la pace sono state scritte valanghe di “cose”.

A quanto pare, però, senza ottenere un vero o duraturo successo reale. Sì, proprio così, questa parola, con la realtà che veicola, pare proprio che non riesca mai a realizzarsi in modo stabile nella realtà. O meglio, pare proprio che abbia un senso qui e lì ma mai del tutto duraturo o realizzabile nello stesso modo ovunque. Contemporaneamente.

Cerchiamo di capirne il perché.

Come siamo soliti fare, andiamo subito a cercare i genitori linguistici di questa parola. L’etimologia, direbbe qualcuno più preciso ed esigente.

La parola pace ha un’antichissima radice indoeuropea, pag o pak che significa pattuire, unire, legare, saldare. La stessa radice è anche la mamma delle nostre parole “pagare” e “pacare”. L’una, la usiamo infatti nel senso di “saldare” – un conto, ad esempio – l’altra nel senso di “calmare”, acquietare – le acque, ad esempio –.

Da questa radice deriva la parola pax dei latini, esattamente quella che poi abbiamo adottato anche noi.

Pax voleva dire proprio “patto”.

Ebbene,

la nostra pace pare proprio che altro non sia che un patto.
stretta di mano
Foto di Rdne da Pexels

Ma andiamo avanti.

Di che cosa imbottiremmo la parola pace per darle una forma convincente? Di quali altre parole la riempiremmo per poterla spiegare a un bambino, o, perché no, ad un alieno che volesse imparare la nostra lingua con lo scopo di comunicare nel modo giusto con noi?

Sicuramente patto, accordo, intesa, armonia, accoglienza, calma, pacatezza, quiete, accettazione, concordia, consenso. La lista potrebbe essere allungata ma, In ogni caso, da termini che prevedano tutti un certo tipo di consapevole accettazione di uno stato.

A questo punto, facciamoci la domanda che ci piace tanto: può dalla parola pace derivare un verbo? La risposta è un sì un po’ particolare. “Paciare” infatti non esiste, ma esistono pacare, rappacificare, fare la pace.

Sottolineiamo come sempre che, trattandosi di verbi, siamo direttamente chiamati in causa.

Affinché la parola possa avere un senso nella realtà, ossia una sua realizzazione, un suo corrispettivo concreto, dobbiamo muoverci, dobbiamo agire.

La pace non è qualcosa che si può contemplare o guardare dall’esterno come fosse un’opera d’arte ma è qualcosa che per realizzarsi ha bisogno della nostra azione. Ovviamente in questo discorso non sono tirati in ballo animali o natura in generale. Si parla di interazione tra esseri umani.

Ma torniamo ai verbi.

Pacare ha la stessa radice di pace ma non esattamente lo stesso significato. Meglio, il verbo pacare fa quasi da introduzione alla pace e a ciò che ci comunica.

Appare da subito evidente che pacare voglia fare riferimento alla capacità di far tornare alla quiete uno stato di cose che invece si è agitato, si è acceso, si è infuocato. Far tornare la pace, vuol dire dunque smorzare l’agitazione, spegnere un incendio, in senso metaforico.

tranquillità e pace
Foto di pexels-pixabay

Occorre rappacificare, porre rimedio ad una rottura, la “rottura” della pace e dell’equilibrio che evidentemente precedevano il disequilibrio. Perché sia fattibile, vanno trovate le cause della rottura o dell’agitazione per tornare a un nuovo stato di quiete.

Alla base della pace c’è la calma.

Ora puntiamo l’attenzione su quel “fare la pace” che invece attrae la nostra attenzione.

Fare vuol dire costruire, vuol dire creare, vuol dire lavorare per realizzare qualcosa.

Sì, ma che cosa? Uno stato di calma che soddisfi in qualche maniera le parti coinvolte.

Mettendo insieme i pezzi di quanto detto fin qui, sembrerebbe proprio che per fare un patto che abbia un senso occorra lavorare con calma alla sua realizzazione.

In che modo?

Vanno stabilite in qualche maniera “le regole del gioco”. Le parti che suggellano il patto, che “si stringono la mano”, devono essere d’accordo sulle regole di quel gioco e rispettarle affinché il gioco funzioni.

lettura delle regole del gioco
Foto di Kampus da pexels

Rispettare le regole crea armonia. Stabilendo i termini della pace, si dichiara tacitamente o meno “ho capito dov’è l’errore, ora ristabiliamo armonia tra noi”.

Barare in questa specie di gioco o decidere univocamente che le regole non piacciono più, nullifica il gioco, nullifica la pace stabilita e con essa la calma.

Le parti in causa, insomma, devono essere d’accordo rispetto al comportamento che dovranno avere in futuro.

Qualsiasi pace imposta da una delle parti poggia su un’armonia e un equilibrio fatui che rischiano di degenerare in turbolenza molto più rapidamente.

Così, se un genitore impone ai propri figli una stretta di mano, senza far capire loro l’errore dov’è, quella stretta non sarà garanzia di una pace vera tra i suoi figli.

Ne consegue che la pace è necessario saperla fare. Affermare “non si sa più fare pace” è una dichiarazione di impotenza che ammette un disagio più profondo. Sì, perché,

come ogni cosa che si impara, è indispensabile che qualcuno sappia insegnarla. Sappia far emergere il nodo del problema e la possibile soluzione.

Le fondamenta di ogni insegnamento che implichi un “patto”, un accordo, devono poggiare sui diritti di ciascuno. Se un genitore dice ai suoi figli “ora fate pace”, deve anche essere in grado di comunicare loro qual è stato l’errore che ha innescato il litigio o la controversia, che ha turbato la quiete, quale può essere stato il torto e la ragione, quale può essere il punto di incontro e perché, senza mai prescindere dalla comprensione e dal rispetto del punto di vista altrui.

La pace va compresa.

La pace, essendo un accordo, non è mai una volta per tutte, purtroppo.

È una condizione, non un fatto. Da sola non esiste né resiste, e soggiace molto spesso ad egoismi e interessi di vario tipo.

È sempre un pochino in bilico.

Un po’ come l’ago di una bilancia che deve far stare in equilibrio i pesi caricati sui due piatti. Basta che ad una delle due parti venga aggiunto o tolto qualcosa, perché debba essere trovato un nuovo equilibrio.

sassi zen
Foto di pexels-pixabay

Riuscire a mantenere l’equilibrio è più importante che saperlo “ricreare”. Ma occorre sempre essere pronti a ricrearlo. Sempre pronti a “scambiarsi un segno di pace”. Sempre pronti a ricercarlo.

Non è possibile dire un semplice “e lasciatemi in pace!” per ritrovare l’equilibrio, a meno che non si tratti dell’urgente esigenza di stare un pochino per conto proprio, senza continue pressioni esterne. Per cercare una pace interiore personale che in certi momenti non preveda l’incontro con l’altro.

Facciamo attenzione, allora, perché l’unica pace che non preveda più un accordo fra le parti è, ohinoi, quella eterna.

pace
Foto di Brett Sayles da pexels
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Marianna Mandato

Marianna Mandato

Filosofa, dottore di ricerca pedagogica e scrittrice. Mi affascinano il linguaggio e la percezione del reale che passa per i sensi. Amo la bellezza che si trasforma in arte, in ogni suo più piccolo modo di esprimersi. In ogni ambito. In ogni circostanza. Amo scrivere. Nelle parole che usiamo c’è la realtà che viviamo. Ma è come le usiamo che le dà forma mentre ne informa. La scrittura è un fluido magico che si esprime attraversando il mondo, in ogni luogo. Partendo da noi stessi. Io B-Hop perché è espressione del bello che esiste ovunque ma spesso non si nota. Che attraverso la scrittura si mostra, e può volare lontano…

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