di Margherita Vetrano – Ogni vita merita un romanzo” è la celebre frase di Gustave Flaubert, diventata leit motiv della vita di Filomena Bellusci, orientatrice nel campo della narrazione autobiografica.
Formatasi con studi in Giurisprudenza, si appassiona alla comunicazione frequentando master in Italia e in Francia, fra i quali unoin coaching umanistico.
Dalla collaborazione con l’associazione romana Gli scoordinati, per la prima volta, inizia un percorso laboratoriale dedicato alla narrazione autobiografica.
“Ogni vita merita un romanzo” è il sottotitolo del laboratorio che ha coinvolto Filomena e che sottende all’unicità delle esperienze umane e all’eccezionalità della loro storia che merita il racconto.
“La mia esperienza parla degli effetti benefici della narrazione – racconta Filomena a B-Hop -.
Portando luce ed attenzione ai nostri vissuti, ci accorgiamo di avere una storia da raccontare.”
Appassionata a questi temi, ha sempre amato scrivere. Ci sono stati momenti di passaggio nella sua vita, in cui la scrittura autobiografica l’ha aiutata a capire e focalizzare meglio situazioni anche dure. E ad uscirne.
Ha frequentato corsi di scrittura autobiografica ed incontrato “La libera Università dell’autobiografia” di Anghiari facendo diverse esperienze di scrittura del sé.
Il progetto condiviso con Gli scoordinati nasce da una spinta donativa; coniugare la narrazione autobiografica e la propria storia con l’appartenenza più ampia alla propria famiglia d’origine.
Dall’osservazione del sé si può procedere all’analisi delle strutture del vissuto e delle vette apicali della propria vita, le esperienze massime, gli incontri, gli amori e le delusioni.
Il passato che non passa è il punto di partenza per ogni individuo e da lì si possono indagare, attraverso la scrittura, le dinamiche della propria famiglia d’origine, anche usando strumenti come l’albero genealogico.
“Non si tratta di uno strumento di biocostellazioni ma di un contributo ad un modo di pensare anche comune ad esso. Penso che la narrazione di sé debba sempre coordinarsi alla narrazione del nostro contesto”, prosegue.
L’indagine del passato, prelude ad un futuro possibile e desiderabile, immaginato dal ricostruttore della propria esistenza.
La scrittura del sé, per il sé è lo strumento più forte che esista per proiettarsi nel futuro più desiderabile, senza curarsi di un lettore esterno ma confidando nel confronto con sé stessi.
Se poi l’attività intimista viene inserita all’interno di un piccolo gruppo di ascolto, non giudicante, legato da un patto non scritto che equipari i partecipanti verso un obiettivo comune, gli effetti sono amplificati.
Le storie esistono poiché raccontate e questo permette alla persona di distanziarsi da sé stessa, passando da soggetto narrante a oggetto del racconto.
La forza che ne deriva, se condivisa, acquisisce un potere esponenziale.
Come nella bottega medievale; tutti concorrono alla realizzazione di un prodotto e l’intervento di ognuno è basilare per la riuscita del progetto.
Non solo nel confronto con un facilitatore che ha già vissuto quell’esperienza ma anche nel relazionarsi con chi l’esperienza la sta condividendo ex-novo.


“Il momento in cui ho capito la forza del racconto autobiografico risale alla mia tesi di laurea – ricorda Filomena -. Ho avuto molto tempo per scrivere ma oltre alla tesi ho scritto per me e di me. La scrittura resta sempre un’entità sotto traccia nella mia vita che mi ha portata poi a svolgere sempre lavori di scrittura e di ascolto”.
Si definisce una “cacciatrice di storie”, non soltanto delle sue personali ma anche di tutti coloro che ha incontrato.
La scrittura di sé coinvolge ed avvince tutte le storie delle persone che incontriamo.
E’ un processo osmotico di contatto continuo, come in una rete delle storie che da noi dipanano.
“La contaminazione è reciproca, nell’accezione più positiva del termine – spiega -. Siamo circondati da storie che ci precedono, ci camminano accanto e ci seguiranno nel processo evolutivo. E’ importante porre l’attenzione sul sistema al quale apparteniamo, consapevoli di appartenere perciò a qualcosa di più grande della nostra vita”.
Impossibile dunque scindersi dai propri condizionamenti a partire dal nome? Secondo Filomena si.
“La mia persona di riferimento in questo processo è stata senz’altro mia nonna. E’ sua la frase t’ cont nù cont ( dal dialetto: ti racconto un racconto) che usava dirmi da bambina e che ha un’assonanza molto forte con Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile. E’ lei che mi ha insegnato che, per chi ha occhi ed orecchi, è facile osservare che le persone non raccontano altro che storie, le loro”.
Filomena raccoglie storie e le condivide. Sono molte quelle che affollano la sua memoria ma, fra le tante, c’è n’è una particolarmente cara.
Quella di un ragazzo che le ha condiviso un segreto in poche, semplici parole. Si è sentita onorata di raccogliere il racconto e una ricostruzione così intima.
Ma ciò che l’ha colpita, è stata la sua voglia di raccontare e il desiderio di salvezza ad essa connesso.
“Ogni pratica autoriflessiva ha un potere salvifico ed oggi più che mai ce n’è un grande bisogno”.
La sua riflessione si sposta sul mondo iperconnesso e veloce in cui viviamo, dove il ritrovarsi e parlare per il solo piacere della presenza dell’altro, si sta perdendo.
Agogna ad una dimensione più intima e al bisogno di fare anima di James Hillman moltiplicando contesti di ascolto e di scambio umano.
“Abbiamo necessità di metodi empatici che ci mettano in contatto con l’altro ma che non possono essere sostituiti da quelli cognitivi – sostiene – L’uomo come animale simbolico ha bisogno di metodi, modi e occasioni per mettersi in contatto con sé stesso. Se c’è un modo per valorizzare le persone, farle crescere attraverso l’autocoscienza del vissuto, anche in termini di tempo, bisogna coglierlo”.
La connessione della persona con sé stessa e con tutto ciò che ha attorno, migliora la sua capacità di stare anche con gli altri.





















