C’era una volta un uomo.
Si ritrovò suo malgrado ad essere se stesso.
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Mica se n’era mai accorto che poteva essere se stesso soltanto in alcune circostanze. Quali fossero queste circostanze però, neanche lui riusciva fino in fondo a focalizzarlo.
Essere se stesso comunque gli piaceva. Poteva dire fra sé e sé “ehi oggi mi sento proprio me stesso”. “Perbacco che bello essere se stessi”, “caspita, mi sento come quando ero bambino”.
Se stesso non era molto diverso dal non esserlo.
D’altra parte, lo sapeva solo lui. Gli altri non se ne accorgevano che lui era se stesso solo a volte. Anzi, gli altri non perdevano mai occasione per dire “sai, quello è fatto così e pure cosà” oppure “sì, lo conosco proprio bene quello là”.
Il problema era che non sentirsi proprio se stessi, faceva sentire come se si volasse con la testa chissà dove, sganciati dal corpo.
Insomma, cambiava il tipo di sensazione.


Essere se stessi trasformava la parte interna del corpo in uno scintillio che prima faceva il giro delle vene e poi spuntava fuori dagli occhi.
Gli altri potevano osservare qualcosina di diverso dal solito, e magari potevano fare affermazioni tipo “oggi è una buona giornata eh!” o anche “che ti è capitato che sei così su di giri, dicci un po’?”.
A quel punto la scelta era rispondere “è solo che oggi sono felice perché sento proprio di essere me stesso” e senza dubbio gli altri non avrebbero capito, oppure rispondere “oggi mi sento proprio felice” e senza dubbio poi gli altri ne avrebbero chiesto il perché.
Se stesso si rattristò.
In un attimo pensò che essere se stessi non era affatto semplice in mezzo agli altri. Richiedeva lo sforzo di continuare ad esserlo nonostante tutto. Un pochino innervosiva. Se ci si distraeva anche solo per un attimo, allora si perdeva contatto con se stesso e si finiva per essere quello di sempre.
“Quello di sempre” era uno che si era abituato a stare al posto suo e poi pretendeva di essere proprio lui. Era quello che lui stesso aveva deciso che le persone dovessero vedere e conoscere come fosse proprio lui. Perché, per ragioni che ormai gli sfuggivano, aveva ritenuto fosse più meritevole di lui stesso di essere conosciuto come se fosse lui.
In pratica, “quello di sempre” faceva una figura migliore. Riusciva meglio di lui ad essere lui.
E se stesso finiva sempre per fare e dire quello che ci si aspettava che lui facesse o dicesse nei panni di quello di sempre.
Ma allora come faceva ad essere proprio se stesso se poi si trovava in imbarazzo ad ammettere che quello di sempre aveva in fondo qualcosa che non gli piaceva?
Poi gli avrebbero chiesto se si sentiva bene.
“Ma chi, io?” avrebbe potuto scappargli di bocca.
Senza sapere più quell’io chi fosse di sé.
Non gli restava dunque che un’unica possibilità.


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