Fu in quel momento. Fu in quel preciso momento. Proprio quando smise di agire cercando di incarnare corretti modelli di comportamento, fu proprio in quel momento che si accorse di non capire chi fosse.
Si guardò intorno circospetto e proferì ad alta voce “ma io chi sono?”.
Ascolta “L’uomo che si chiese: “Io chi sono?”” su Spreaker.
Si rese conto che se smetteva di pensare a come agire prima di agire, non sapeva più come agire.
Insomma, restava bloccato. Cominciò ad osservare le persone.
E tutte sembravano avere una meta. Ognuna pareva sapere esattamente cosa stesse facendo e perché lo stesse facendo. Sguardo fisso al poi.


Lui rimase pietrificato. La mente persa. Il corpo immobile. Lo sguardo fisso e basta.
Qualcosa stonava.
Qualcosa non tornava.


Si accorse che prima di fare qualsiasi passo, pensava a che tipo di risposta avrebbe ottenuto facendo quel passo. Prevedeva puntualmente le reazioni delle persone di turno e in base a quelle che gli sembravano le migliori agiva.
Oh, caspita – pensò – e se non servisse a nulla fare quello che faccio?
Già, perché in fin dei conti era sempre lui che immaginava cosa dovesse passare nella testa delle persone.
Era sempre lui che arzigogolava ipotesi sulla correttezza del suo agire agli occhi degli altri. Era sempre lui che pensava al posto degli altri.
Oh, caspita – rincarò – e se nessuno ci avesse fatto caso mai?
Si rese conto che fino a quel momento aveva agito come se coloro che aveva intorno, osservando il suo corretto comportamento, dichiarassero tacitamente “ma che bravo che è, che brava persona”.
Era l’approvazione la sua necessità.
Era sentirsi accettato e ammirato.
Era sentirsi giusto e nel giusto.
Era il consenso generale.
Era formarsi con il giudizio benevolo altrui.
Era conformarsi.
Era l’idea di essere a posto.


E se tutto questo non avesse avuto un reale senso?
Oh, caspita – riprese – che vita estenuante inutilmente.
E adesso come avrebbe agito?
Quale sarebbe stata cosa giusta da fare?
E in vista di che cosa?
Se gli altri non pensavano a come agiva lui, a che cosa pensavano quando lui agiva?
Restò immobile fra i suoi pensieri ancora per un pochino.
Rifletté.
Ancora senza capire chi fosse.
E perché fosse.
“Ehi tu!, te, proprio te, spostati che non posso passare!”, disse una voce alquanto irritata.
Lui si scosse, guardò in qualche direzione e si mosse dalla sua posizione.
Senza capire quella voce di chi fosse. Sembrava infatti che il mondo intorno a lui si muovesse esattamente come prima.
Però si mosse.
Pur non sapendo in quale direzione stesse andando.
Mentre si muoveva, cominciò a fissare le persone. Si accorse che guardandole negli occhi, le persone si giravano a guardarlo. E qualcuno indispettito gli diceva a muso duro “ma che vuoi?!”.
Insomma,
lo sguardo fisso sulle persone era una specie di chiamata. Lui, diventava una presenza.
Mentre, spostando lo sguardo su punti inesistenti, le persone non si accorgevano né di lui né di nulla che avvenisse intorno a loro. Né lui si accorgeva di loro.
Tanto che i ladruncoli potevano rubare indisturbati.
Mosso da questa scoperta, fece un esperimento. Quando le persone si giravano a guardarlo sentendosi fissate, lui chiedeva qualcosa, qualsiasi cosa, dall’ora a un’indicazione, da un fazzolettino a notizie sul luogo in cui si trovavano.
E fece una nuova scoperta. Le persone rispondevano. Lo guardavano negli occhi e si accorgevano di lui. E lui non sapeva assolutamente che cosa stessero pensando in quel momento.
Non poteva prevedere nulla dei loro pensieri. Non poteva indovinare cosa conveniva fare per piacere loro.
Sembrava anche che potesse piacere a prescindere dal comportamento che a parer suo dovesse essere ritenuto il più apprezzabile. Già, perché in genere, da un corretto punto di vista in vista di un corretto giudizio, lui non avrebbe dovuto importunare nessuno.
Iniziò ad agire solo tenendo in mente i suoi impegni e i luoghi da raggiungere. Senza programmare aspetti dell’azione. Senza girare un film immaginario su eventuali reazioni seguenti eventuali azioni.


E cominciò a sentire qualcosa in lui che prescindeva dal pensiero.
Cominciò a capire che non erano le persone a strutturare pareri su di lui ma lui stesso a moltiplicare se stesso in tutte loro come tanti riflessi proiettati nella mente.


Più invece agiva seguendo un giudizio interiore che pilotasse ogni sua azione con una consapevolezza istintiva della sua presenza e di quella degli altri, più sentiva quel qualcosa che vibrava dentro e che lo faceva sentire mente e corpo all’unisono.
Non si formava più su idee ma su constatazioni. Azioni constatate.
E fu in quel momento. Fu in quel preciso momento. Proprio quando smise di agire cercando di incarnare corretti modelli di comportamento, fu proprio in quel momento che si accorse di capire chi fosse.


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