di Marianna Mandato – C’era una volta un Paese dove le cose finivano.
Lo dicevano tutti. Lo sapevano tutti. Molti si rattristavano, per questo. Tutti esclamavano
“tanto finisce, allora a che serve?”.
Così, la fine era finita per essere malvista.
Ascolta “Il paese delle cose che finivano” su Spreaker.
Cosa si poteva fare?
Qualcuno ebbe un’idea eccellente.
Indisse un’assemblea cittadina e invitò tutti i maggiori e minori personaggi del paese a discuterne con lui.
“Diamo a ogni cosa una manciata di tempo e poi la rinnoviamo!”, esclamò il più saggio.
Non essendo chiaro il concetto, tutti acclamarono la nuova idea. “Le novità sono sempre benvenute”, dicevano.
Mentre la folla che ascoltava senza decidere si dimenava in una ola.
La prima cosa che pensarono di fare fu molto utile, anche se all’apparenza bizzarra, e la sperimentarono su tutto.
Decisero quanto tempo dovesse durare un anno. Quanto tempo dovesse durare un giorno, quanto tempo ciascuno dovesse andare al lavoro nell’arco della vita, quanto tempo dovesse durare una vacanza, quanto tempo fosse opportuno dormire, quanto tempo dovesse durare qualsiasi cosa per essere accettabile nella loro società.


Per non sbagliare e sentirsi male, diedero anche una scadenza a cibi e bevande. Allo scadere del giorno “x” sarebbero stati gettati via.
C’erano cataloghi e cataloghi, con scadenze e scadenze di tutti i tipi in ordine alfabetico. Persino sulle relazioni tra persone.
Laddove non si riusciva ad indicare una data di scadenza attendibile, le voci erano catalogate con la dicitura “per sempre”. Era preferibile durassero all’infinito anziché essere messe in dubbio.
Sembrava che finalmente tutto fosse sotto controllo nonché gestibile nella maniera più opportuna.
Eppure qualcosa sfuggì al controllo.


Spesso, si sentivano persone affermare “non doveva finire cosi!”. Oppure “mammamia che fine”. O ancora, “avevamo promesso che saremmo stati insieme per sempre”.
Insomma,
qualche fine non ne voleva sapere nulla di rispettare la propria programmazione e spesso troncava le cose all’improvviso, per conto suo.
Alla voce “B”, ad esempio, le Batterie, nonostante la programmazione “fino a sei ore”, si esaurivano quando volevano loro.
Alla voce “R”, le Relazioni (amorose, specialmente) etichettate col “per sempre”, finivano all’improvviso fra lo sgomento più assoluto. E spessissimo provocavano reazioni catastrofiche e risentimenti apocalittici.
Che cosa c’era che proprio non andava?
Uno tra i meno saggi del paese, uno di quelli che per diventare saggio avrebbe dovuto studiare secondo il catalogo almeno altri venti anni, pensò una cosa e la disse.
“E se tante volte la fine di alcune cose fosse variabile, non prevedibile e dipendesse perfino da noi?”.
Anche stavolta le persone non capirono ma dato che a parlare non fu un saggio dichiarato tale, allora tutti iniziarono a dire
“no, ma figurati, e che c’entriamo noi, semplicemente le cose finiscono”.
E nessuno si alzò per fare la ola.
Un saggio (dichiarato) che intuì la portata dell’intuizione, aggiunse “credo sia opportuno non soltanto delimitare la durata di qualcosa ma bilanciare le fini creando dei nuovi inizi. Tutti nuovi di zecca”.
Consapevole che avrebbe potuto procurare disappunto o sensazione di inadeguatezza, decise di non calcare la mano sulla possibilità che ciascuno dovesse invece metterci del proprio per far durare alcune cose di più o di meno del previsto. E che il “per sempre” in realtà non volesse indicare granché.
Gli ascoltatori ovviamente applaudirono. Con la ola.
Sulla base della saggia indicazione, le fini improvvise vennero bilanciate da inizi sostitutivi. In grado di placare il malcontento.
Ogni nuovo inizio costituiva una vera gioia.


Durò per un po’.
Ma presto l’idea di una fine improvvisa incombente iniziò a creare sentimenti di disagio, di paura, di incertezza.
Le cose e le persone finirono sotto il riflettore. Le aspettative e le delusioni erano sempre dietro l’angolo.
Si iniziò a sentire di persone che preferivano non avere più relazioni. Tanto sarebbero finite all’improvviso procurando dolore. Addirittura, cominciarono a circolare frasi come “l’amore fa soffrire”, “tanto poi ti abbandona”, “certe cose non sono mai affidabili”.
Per gli oggetti si cominciò a fare scorta. Per i sentimenti e le relazioni il clima divenne teso.
Tra persone si cominciò a perdere fiducia. Ad essere sospettosi. Aspettandosi una fine improvvisa da un momento all’altro.
Cosa si poteva fare?
Il non saggio, da vero scienziato, aveva notato che, come reazioni chimiche, i rapporti erano alimentati con certi atteggiamenti e accortezze. Anzi, se ne nutrivano proprio.


Del pari, i prodotti scadevano più tardi se trattati in un certo modo.
Il “per sempre”, purtroppo, acquisiva senso solo alla fine e non era possibile sceglierlo in anticipo.
Allegro, si candidò al cambiamento col lo slogan:
“la durata prima della fine dipende da come si lavora sull’ancora”
Mettendo in dubbio la bontà delle scelte fatte fino a quel momento, iniziò velocemente a fare proseliti.
La situazione cambiò. Anche senza ola.
Purtroppo il non saggio, dimenticò di mettere l’accento su ancora.
Chi fece proprio lo slogan mettendo l’accento sulla prima “a”, cercò di proteggere da attacchi esterni le relazioni, bloccandole e trattenendole con lucchetti di vario genere.


Chi mise l’accento sulla “o”, comprese che la durata era semplicemente proporzionale al proprio impegno, fatto di quotidiane accortezze.
E si continuò così.


Ancora oggi, nel paese dove le cose finivano, si possono notare da una parte gli arrabbiati e i delusi che non hanno sopportato la fine che trattenevano senza fare altro, circondati da nuove figure dette avvocati e giustizieri.
Dall’altra chi ha lavorato e tentato di alimentare la durata con stratagemmi concreti e costruttivi e, in caso di mal riuscita per le ragioni più varie, gioire per i giusti nuovi inizi a ragion veduta.
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