fiaba per adulti di Marianna Mandato – “Sì, ma sai, io sono strano”, oppure, “ma voi lo sapete, no, che io sono proprio matto”, erano le frasi che solevano caratterizzare il mondo di cui stiamo per parlare nel preciso momento in cui ne stiamo per parlare.
Era un mondo affollatissimo.
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Gli abitanti non erano distribuiti in modo tale da occupare lo spazio in modo ottimale. In alcune aree vivevano tutti attaccati, gli uni sopra gli altri, come in tanti piccoli alveari.


In altri, invece, le abitazioni erano talmente distanziate che lo spazio a disposizione di ciascuno era decisamente esagerato.


Quelli che abitavano nelle zone affollate desideravano gli spazi ampi. Perché, nonostante fossero tutti attaccati, non tendevano a collaborare come negli alveari, dove lo scopo è il miele e una ben solida struttura sociale.


Anzi, tendevano a detestare i comportamenti altrui e a cercare di strattonarsi un po’ di qua e un po’ di là.
Nella maggior parte dei casi, cercavano di evitarsi e far finta di non conoscersi.
Quelli che abitavano in zone troppo spaziose, invece, desideravano le zone affollate. Perché avere troppo spazio intorno a sé li faceva sentire soli, ma soprattutto lontani dai luoghi dove sembrava che le cose succedessero davvero e gli individui si incontrassero per vivere esperienze strabilianti.
Loro erano così. Costantemente alla ricerca di ciò che non avevano. Oltre che desiderosi e tendenzialmente invidiosi di ciò che non riuscivano proprio ad avere.
Gli abitanti di questo mondo, sia quelli che vivevano in zone affollate sia quelli che vivevano sparpagliati, avevano comunque una caratteristica imprescindibile: tutti, o quasi tutti, sentivano il bisogno di sentirsi unici. Ma, specialmente, che tutti gli altri lo notassero.
Per non sbagliarsi, così, solevano ripetere spesso “io” e fare cose che a parer loro potevano sembrare bizzarre, affascinanti o sbalorditive per tutti gli altri.
Ognuno cercava la visibilità in un mondo di invisibili.
Ognuno cerva di mettersi “in bella mostra” in qualsiasi luogo.
Non pensavano a sé come tanti soggetti con caratteristiche simili, anzi, ciascuno tendeva a pensare a sé come al migliore di tutti gli altri. A colui che possedeva un qualcosa in più, “una marcia in più”, dicevano. Un ché per cui essere ritenuto incredibilmente impareggiabile.
Sempre più individui, così, si erano convinti che il presupposto essenziale per differenziarsi da un folto gruppo di persone tutte uguali fosse dichiararsi strani. O folli, perché no. Già, perché la follia era ben vista e sinonimo di originalità, ricercatezza o addirittura di quella pura ingenuità infantile che, sola, avrebbe mostrato l’essenza della vita stessa oltre l’apparenza.


Non era mica un disagio mentale come in tanti altri mondi.
Gli altri venivano considerati ordinari, monotoni, tristi, senza quel guizzo in grado di stimolare le mosse giuste per godersi appieno la vita.
Quando la massa di folli unici divenne abbastanza consistente, gli altri si ritrovarono ad essere gli unici isolati dal contesto. Fuori da quelle che venivano definite “mode”.
Le mode erano dei movimenti all’unisono di qualcosa che faceva sentire tutti unici ma nel contesto giusto.
E fra gli unici, l’unico unico, nel vero senso della parola, avrebbe creato il modello.
Il modello di ogni moda, non solo sfilava per primo ma era colui che tutti avrebbero considerato icona dell’unicità.
Era quello da seguire ed emulare.


Vi renderete conto da soli che iniziò a crearsi un po’ di confusione attorno al concetto di “altri”.
Se tutti erano unici, gli altri chi erano?
E se gli altri seguivano un modello, quali altri sarebbero stati unici?
Questa confusione era essenziale per cambiare moda e ripartire da zero.
La moda del momento, in ogni caso, era il disgusto ironico degli unici nei confronti della massa di coloro che non erano arrivati a comprendere l’essenza della vita. Degli altri, insomma.
Quel disgusto si traduceva in un aspetto che potesse confermarlo.
Quello da duro era perfetto.
Ci si lavorava molto per ottenere un simile aspetto. La bocca doveva sempre essere tendenzialmente all’ingiù, oppure dritta impassibile, ma con un pizzico di disgusto a caratterizzarla. Lo sguardo doveva essere fisso, con la pupilla dilatata come fosse una specie di piccolo buco nero, e l’atteggiamento in generale piuttosto scostante per trasmettere l’idea che quasi quasi, “se ti togli di mezzo mi fai un favore, visto che non riesci a capire”.


Il corredo necessario per far funzionare questo tipo di aspetto erano le emozioni giuste.
Un po’ arrabbiato, un po’ insensibile, un po’ sopra le righe, un po’ affranto, un po’ devastato.
Purtroppo, a forza di impostare sé stessi in questo modo, in tanti iniziarono a immedesimarsi nell’atteggiamento da duro. Smisero di sorridere e rinvigorirono l’atteggiamento di disgusto nei confronti del mondo intero, oltre che le emozioni adeguate a sostenerlo.
Sembrava che per ragioni tra le più disparate gli individui avessero deciso di perdere la voglia e il gusto di ridere.
E le cose andarono avanti così per molto tempo.
Tra desideri impossibili da realizzare, folle di individui soli ma folli unici e individui isolati e unici perché soli. Ma tendenti alla follia di altro genere.
Eppure, i folli ridevano sempre. Come si potevano conciliare le cose?
Bene, è evidente che in tutto questo c’era qualcosa che proprio non tornava.
Qualcuno così, forse l’unico davvero, chi lo sa, esclamò ad alta voce:
“non si può parlare di unici al plurale!”.
E poi c’era questa storia degli “altri”. Come si poteva capire chi fossero e cosa li differenziasse da una valanga di unici? Non erano unici e altri a seconda della prospettiva?
Si finì per non capire più chi fossero gli unici e chi gli altri.
Se tutti si sentivano unici, gli altri non esistevano.
Ma ce n’era bisogno per l’unicità.
Bisognava creare una massa di altri? Forse erano quelli che non seguivano le mode? Ma quelli erano in genere ben visti perché fuori dagli schemi. Quindi rientravano a pieno titolo negli unici.
Che pasticcio.
Quell’unico qualcuno, allora, ebbe una buona idea.
Se invece che unico, ciascuno si fosse ritenuto semplicemente sé stesso avrebbe compreso da subito l’inutilità di cercare di essere unico. E di fare cose incredibili per mostrarsi tale.
Ma soprattutto avrebbe compreso di essere insostituibile. Che è molto meglio di unico.
Gli altri sarebbero stati i “non sé stesso” ma tutti sarebbero stati assolutamente indispensabili in quanto sé stessi. Tutti incredibilmente particolari. Proprio come le parti o pezzettini un grande puzzle. Dove non importa essere quello angolare o quello centrale ma semplicemente quello senza il quale l’intero non è completo.


Purtroppo non sappiamo ancora se la voce isolata di quell’unico individuo abbia avuto una buona risonanza fra mode e visibilità varie.
Forse, era un unico isolato. Troppo singolare.
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