di Marianna Mandato – Nell’articolo precedente ci siamo salutati con questa nuova consapevolezza: per sentire di esistere, per esserci, pare proprio che oggi occorra piacere. Ma così tanto che al suo cogito Descartes preferirebbe un bel like.
Già. I Like ergo sum, ci direbbe.
Occorre avere coscienza di piacere. Ma reggetevi forte, occorre piacere in una para-realtà che crea senso nella realtà in cui siamo con tutto il corpo. La coscienza che il nostro pensiero ci renda esistenti, beh, non pare avere più un qualche tipo di significato.
Ma che cosa è successo?
Ascolta “I like ergo sum: il significato della parola esistere (2)” su Spreaker.
È probabile che da un po’ di tempo sia cambiata la prospettiva d’osservazione e riflessione. Quando Descartes diceva “cogito”, il movimento di conferma del proprio esserci partiva dall’interno di se stesso verso l’esterno, nella realtà. Era, cioè, il suo pensiero che convalidava la sua esistenza.
Oggi, parrebbe proprio che il movimento sia inverso. Che la convalida della nostra esistenza arrivi da qualcosa che è fuori di noi. Qualcosa dall’esterno conferma che ci siamo veramente.


A chi si dovrebbe piacere? Chi ci noterebbe? Perché pare necessario piacere per esserci, per esistere?
Questa posizione in cui ci siamo infilati o questa consapevolezza tutta moderna, crea un certo tipo di disagio. Anche perché la parola che utilizziamo per parlare d’esistenza è sempre la stessa.
Riflettiamo. Immaginiamo di camminare per le strade di una città. Prima di uscire ci siamo lavati, vestiti, pettinati, abbelliti, esattamente come piace a noi. A quale scopo? Evidentemente, non solo per sentirci puliti e ordinati ma anche per sentirci gradevoli agli occhi della società esterna a noi.
Ora, immaginiamo ora che ad ogni passo, le persone in cui ci imbattiamo camminando, alzino il pollice alla nostra vista e ci dicano “mi piace!”.
Totalizzati il maggior numero di “mi piace” mentre camminiamo, acquisiamo in parallelo una sempre maggiore sensazione di esistere.
Anche perché il consenso rafforza la percezione di sé, crea il sorriso e fa sentire gagliardissimi.


Esistere ed essere notati, più o meno finisce così per coincidere.
Qualora camminando nessuno ci notasse e nessuno ci dicesse “mi piace”, si farebbe strada l’ipotesi di avere il dono dell’invisibilità, dunque di non esistere. E lasciamo stare il gorgo di depressione che ne deriverebbe e che indurrebbe affannosamente a capire le ragioni del rifiuto. Il consenso diventerebbe essenziale.
O lo è già diventato?
Pare che l’esserci si possa sostituire col “mi notano”, insomma. Ma dove vogliamo essere notati?
Gli altri ci guardano. È vero. Pensiamo che ci vedano proprio come vogliamo essere visti, come immaginiamo di essere all’esterno di noi in quel momento. Quasi fossimo una fotografia di noi stessi che se ne va in giro per il mondo.
In realtà avviene qualcosa di diverso: gli altri ci vedono come ci vedono loro. E noi non sappiamo com’è.
Un po’ come quando ascoltiamo la nostra voce uscire dalla bocca, articolata in suoni. Crediamo che tutti la sentano nel nostro stesso modo ma la voce che sentiamo noi non è quella che sentono gli altri. Basta fare una stupida registrazione mentre parliamo per accorgerci della differenza.
Ma c’è un posto dove è possibile far coincidere le due percezioni?
Qualcuno ha pensato di costruire un luogo adatto. I social sono esattamente questo: fare in modo che noi vediamo e sentiamo noi stessi proprio come vogliamo che gli altri ci vedano e ci sentano. Il “like” esprime il consenso sulla percezione che offriamo di noi stessi al mondo.
Azzera la distanza mentale e percettiva tra me e l’altro, sfruttando uno spazio comune.
Quello spazio garantisce la coscienza della mia esistenza come persona in modo univoco. Più consensi ho, maggiore sarà la percezione benevola che ho di me.
Conosciamo qualcuno nel mondo reale. Ci piace, ci è simpatico. Dice anche di essere abbastanza noto nel suo ambito. Ci attrae. Che facciamo appena possibile? Andiamo a cercare notizie su di lui. Quelle che girano on line. E poi? Quanti followers ha sui social e quanti like adornano il suo profilo.
Quando una persona non fa uso di social, allora ci spiazza, è come se non esistesse più. Non riusciamo quasi a farcene un’idea per conto nostro.
Ci toccherebbe conoscerla in una sola dimensione. E accipicchia, come pare remota questa possibilità.
Ma siamo proprio sicuri che così esistiamo?
Una gran confusione.
Facciamo un passetto indietro, allora, e ragioniamo sulla cara e semplice parola esistere.
Partiamo dalla ricerca più ovvia: chi sono i genitori della parola esistere?
Ci siamo un pochino stufati di sentircelo dire ma torniamo ancora una volta ai latini.
La parola da cui deriva il nostro esistere è exístere. Sistere in latino vuol dire “stare saldo”, “essere stabile”, “essere in atto” direbbero i filosofi, essere proprio veri.
Quell’ “ex” ad inizio parola, in questo caso serve a rafforzare, non a significare che qualcosa o qualcuno è sparito o andato via, che non è più con noi. I latini erano stranucci e lo stesso prefisso stava spesso ad indicare significati contrari. Insomma, existere voleva dire esserci pienamente. Non potenzialmente.
Sì ma dove? In quale realtà?


I Latini non avevano internet, si sa. Eppure esistevano. Credeteci. Così, esserci pienamente voleva dire essere con tutto se stesso nell’unica realtà nota, mente compresa. Coscienti di essere parte di quella realtà. Di sentirsela addosso.
Per capire meglio, pensiamo al ben tristemente noto lockdown. Molte persone si sono ritrovate sole col loro pensiero. Alcune, per la prima volta nella vita, ammettiamolo. Hanno fatto conoscenza col loro pensiero.
Ma prendere coscienza del proprio pensiero, spesso ha un effetto dirompente. In qualche modo “l’esistenza ci crolla addosso”. Tanto che il lavoro degli analisti è d’improvviso aumentato. Gli altrettanto famosi bonus per lo psicologo lo confermano.
E che ruolo avevano i social in quel periodo? Fondamentale, saremmo portati a dire. Facevano sentire di esistere. Di essere ben saldi in una realtà comune anche se buttati fuori da una realtà “vera” nella quale non si poteva più stare.


Dentro una scatola virtuale si creava la possibilità di avere un pubblico molto vasto che potesse lusingarci e dirci “ti vedo!”. Non importava certo l’identità di quel pubblico. Gli “altri” non avevano e non hanno un volto. Se ce l’hanno non sappiamo se è quello “reale”. Il loro nome potrebbe essere fittizio.
Ecco, i social hanno soprattutto questo ruolo basilare. Distrarci dal nostro pensiero. Pensiero che crea la coscienza di ciò che accade in noi mentre le cose nella realtà intorno a noi accadono. Distrarci dalla nostra esistenza, direbbe Descartes.
Insomma,
quel che pare perdersi in questo amalgama è la coscienza di ciò che accade.
Compreso il sentire. Anche rispetto ai sentimenti, che si sentono appunto, il filtro del social crea un vero subbuglio. Diventiamo esseri a più strati, dalle molteplici esistenze. Senza un sentire unico. Non sappiamo più collocarlo.
Dite di no? Allora non siete fra quelli che sentirebbero la disperazione più nera addosso, qualora il proprio profilo venisse hackerato e sparisse per sempre.
C’è comunque speranza. Sapete di cosa si riempie la parolina esistenza per prendere forma? Di realtà, presenza, vita, tempo, partecipazione, consapevolezza.
Per di più, esistere è un verbo, derivato di esistenza, e in quanto tale, implica l’azione. Perché l’esistenza si realizzi nella realtà bisogna agire realmente. Con mente reale e corpo reale.
Insomma, per dare fondamento alla nostra esistenza dobbiamo agire.
Per esistere sui social va bene e può bastare la poltrona. Per esistere nella realtà no.
“Alzati e cammina”, direbbe un ben noto personaggio.
Buona esistenza a tutti, allora.























