di Marianna Mandato – Tanto tempo fa, viveva in un Paese poco lontano dal nostro un signore di nome Descartes. In Italia lo chiamiamo Cartesio, in modo che anche lui sembri un pochino più italiano. Era un filosofo, francese, una roba strana e attualmente un po’ fuori moda. Era uno che pensava tanto, troppo, quasi una colpa, oggi.
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Insomma, questo tipo se ne andava in giro cercando di capire ad ogni costo come fare per dimostrare a tutti che lui esisteva veramente. Ma soprattutto voleva dimostrarlo a se stesso. molte nonne direbbero che forse era un po’ depresso, o che probabilmente si sentiva un pochino solo, poverino. Magari nessuno lo notava. O magari, veniva messo un po’ da parte.
Così, cercava conferme. Insomma, se ne andava in giro a pensare. E mentre pensava, si ripeteva “sto pensando, sto pensando, sto pensando”. Finché spariva la sua depressione adolescenziale. Sì, perché subito dopo aggiungeva fra sé e sé, “eureka! – questa parola l’aveva presa a prestito da Archimede, però – e se sto pensando allora sono qui! Sto pensando proprio qui e ora! Ci sono! Sono sicuro, sono proprio qui! Allora esisto! E se esisto lo vedono anche gli altri che esisto!”.
La conclusione?
Era contento perché aveva preso coscienza che se pensava allora esisteva. C’era, era lì a pensare. Nessuno poteva negarlo.


Comunque sia, siccome non pensava in italiano, e visto che era piuttosto erudito, tutto questo se lo diceva in latino. E diceva felice fra sé e sé “cogito ergo sum, cogito ergo sum…”, una specie di ritornello che probabilmente canticchiava, anche: penso dunque sono, penso dunque sono.
Oggi no. Se diciamo fra noi e noi “penso dunque esisto” tendiamo a sentirci stupidi. Depressi veramente. Non importa nulla né a noi né a nessun altro se pensiamo. O se pensano gli altri. Anzi, non capita di rado che ci venga suggerito di pensare poco. Perché pensare troppo “fa male”. Sì, fa male alla salute. Non ridete, va di moda dirlo.
Il motto così prezioso di Descartes, o Cartesio per gli amanti del cambiamento egocentrico, oggi non sembra avere più molto senso per sentire di esserci. Di esistere.
Proviamo allora a concentrarci e a capire che cosa garantisce oggi, in qualche modo, la nostra esistenza. Ci proviamo anche se avete quello strano sorrisetto sul volto, come se voleste dire “e certo che lo so che esisto, mica devo provarlo”.
Eppure, non è così. Capita a tutti di sentire a volte una strana sensazione addosso, come di esserci ma non sapere esattamente dove.
Sappiamo che ci siamo, che esistiamo, ma non sappiamo propriamente descriverne il senso.
Siamo proprio sicuri allora di sapere cosa sia l’esistenza? Siamo proprio sicuri di sapere cosa nasconde questa parolina dall’apparenza così ovvia? Siamo proprio sicuri di poter dare per scontato il nostro esistere, o meglio, la percezione dello stesso?
Perché non usiamo un’unica parola per dire che viviamo e che esistiamo? Quand’è che sentiamo di esistere veramente?


Che vuol dire “esistere”? A noi interessa soprattutto capire cosa ci vuole comunicare questa parola.
Alzi la mano chi lo sa o pensa di saperlo, e risponda immediatamente, senza sbirciare qui o lì.
Se vi è rimasta una strana espressione sul volto, tra lo sbigottito e lo sbruffone, non vi preoccupate, è normale. La risposta a questa domanda non è per niente facile, per quanto ogni vocabolario contenga una definizione adeguata della parola esistere. Che, ohi noi, non è soltanto “una parola”.
Fior fiori di filosofi oltre il caro Descartes – e sappiamo tutti che razza di rompiscatole siano – si sono arrovellati il cervello per cercare di capire l’esistere cosa sia.
Noi vorremmo capire che cosa si nasconde dentro questa parola.
“Vivere!”, dice il primo che ha alzato la mano. Non esattamente. Basti pensare alla frase “ora basta, tu per me non esisti più!”, per capire che tra esistere e vivere c’è una bella differenza. Non ci sogneremmo mai di dire “ora basta, tu per me non vivi più!”.
“Allora esserci!”, dice quello giù in fondo con la mano alzata. Giusto. Ma esserci che vuole dire?
Ci riferiamo a “dove” siamo? Nel nostro periodo storico, proprio quello in cui viviamo,
la realtà non è più tanto semplice da definire o capire. Non appare più unica.


E infatti il personaggio lì giù in fondo aggiunge,
“guarda che oggi per esistere e per esserci si deve piacere. Vanno subito a vedere i tuoi profili e che tipo di seguito hai. I tuoi like. È l’algoritmo che funziona proprio così. È lì che ti notano”.
Non importa più se abbiamo coscienza di pensare per essere certi di esistere, come diceva il nostro Descartes. Occorre avere coscienza di piacere a tanti altri.


Descartes probabilmente oggi finirebbe col dire:
I Like ergo sum.
Ci siamo appena infilati in uno strano tunnel. Quasi pare di vivere dentro un grande Matrix.
Ma, come in ogni serie che si rispetti, lasciamo che sia il prossimo articolo a svelare qualcosa in più.





















