di Valerio Carbone – Oggi viviamo in una società globale dove tutto è uguale e omologato, anche l’Eros, il desiderio vitale che da sempre ci muove alla scoperta dell’Altro e del mondo, non riesce spesso a manifestarsi. Tutto diventa autoreferenziale: l’Ego prevale, cresce a dismisura ed è incessantemente preoccupato solo di ottenere consenso e approvazione.
In questo modo le persone si isolano sempre di più, pur essendo, nella realtà dei fatti, costantemente iper-connesse.
Questa dimensione genera un narcisismo diffuso dove ognuno riconosce solo sé stesso attraverso un rispecchiarsi continuo che conferma puntualmente il proprio ego. Come ritrovare questa energia vitale?
Eros era il dio dell’amore fisico ma anche, soprattutto, del desiderio. In quanto desiderio, l’eros è ciò che ci fa muovere verso qualcosa, dunque spinta, energia pura, pulsione direbbe qualcuno. Nelle cosmogonie, nelle prime fonti filosofiche e nelle religioni misteriche, Eros è una divinità primordiale coinvolta nella venuta all’essere nel mondo, il quarto dio a essere creato; soltanto in un secondo periodo, coi poeti satirici, assume la forma che non conosciamo: è rappresentato come il figlio di Afrodite e Ares, il precursore paffutello del posticcio Cupido rinascimentale, un bambino spesso malizioso che però, in origine, era incarnato in un maschio adulto detentore dell’arte e del potere sessuale. Eros è però citato anche ai tempi dei filosofi: già Parmenide ne ha parlato, ma è Empedocle, nel V secolo a.C, a donargli un ruolo fondamentale. Il filosofo siceliota pone accanto alle quattro “radici” poste a fondamento del cosmo, come motori del loro divenire nei molteplici oggetti della realtà, due principi: Φιλότης (Amore) e Νεῖκος (Odio, anche Discordia o Contesa); avente il primo la caratteristica di “legare” e “congiungere”, mentre il secondo possiede la qualità di “separare” e “dividere”.
Tuttavia, possiamo qui già notare una prima differenziazione, e non solo in termini terminologici, fra eros e filìa: dà una parte amore che brama, crea e desidera, dall’altra, amore che lega e che tiene uniti.


Nel Simposio di Platone Eros è un demone figlio di indigenza (la madre) ed espediente (il padre). Povero come la madre, Eros aspira alla ricchezza, alle possibilità del padre: Eros è quindi una tendenza, una mania (μανία), ovvero uno stato emotivo provocato dal desiderio dell’anima di fecondità (sia essa sensuale o spirituale). Eros è povero, privato (del padre), ma aspira a esso, desidera, brama. Ciò che salta all’occhio è sempre questa dimensione energetica, desiderante. Quando si parla di desiderio non occorre parlare in modo astratto: spesso si isola un oggetto che si suppone essere l’oggetto del desiderio: si può dire “desidero una donna, desidero un vestito, desidero vedere Parigi, desidero questo o quell’altro”. In realtà, però, non desideriamo mai davvero qualcuno o qualcosa. Noi desideriamo sempre un insieme, un concatenamento.
Gilles Deleuze citava espressamente a riguardo Marcel Proust:
io non desidero una donna, io desidero anche il “paesaggio” che è contenuto in quella donna, un paesaggio che forse neanche conosco, ma che intuisco, e finché non ho sviluppato questo paesaggio che l’avviluppa io non sarò contento, cioè il mio desiderio non sarà compiuto, resterà insoddisfatto. Perché io desidero me stesso insieme a quella donna. Io desidero il me stesso che è possibile anche grazie a quella donna.
Per questo il desiderio può essere pieno, perché è un ponte che presuppone un io e un Altro, e non soltanto, come invece insiste Lacan, soltanto legato alla mancanza, pur nascendo dalla mancanza (indigenza, povertà, come scriveva Platone).
Narciso, nella sua “ferita narcisistica”, associata ai sentimenti di vergogna e risentimento, nega proprio la possibilità dell’Altro.


Di solito, un bambino che sarà un adulto narcisista ha avuto una famiglia con ambizioni molto alte, che lo ha indotto a credersi “speciale” e che ha contemporaneamente ridicolizzato o severamente biasimato le sue paure e i fallimenti. Un’altra causa possibile di narcisismo si ha quando una famiglia, anziché spingere all’eccellenza, scoraggia le legittime ambizioni dei figli, eventualmente accusandoli di ingratitudine e di egoismo. Una storia personale di carenze affettive e di accudimento, dove genitori e famigliari non si sono potuti occupare del bambino/della bambina nel momento di maggiore bisogno, e che anzi, a volte, hanno sminuito le sue necessità porta il futuro narcisista a vedere la sofferenza o le difficoltà dell’altro come un ostacolo alla soddisfazione dei propri bisogni, e a provare risentimento e al tempo stesso a sentirsi in colpa per il desiderio di soddisfare i suoi soli bisogni.
Queste persone diventano estremamente esigenti, giudicanti con sé stesse e con gli altri, insofferenti alle critiche, che vivono come un giudizio sulla loro personalità: tendono a concepire le relazioni umane essenzialmente come basate sul potere e il controllo (in una relazione, in una discussione, si “vince” o si “perde”, non ci si incontra mai). Per questo utilizzano tecniche seduttive e manipolatorie per far valere le proprie ragioni.
Riguardo al tema della seduzione/conquista vorrei chiudere questa lunga riflessione Eros vs Narciso. Vorrei riprendere altresì il termine greco usato da Empedocle, Φιλότης, filìa, l’amore avente la caratteristica di “legare”, “congiungere” e “tenere insieme”. Questa è la dimensione precisa della fiducia. Perché l’affidarsi all’altro è tanto fondamentale e deve integrare la dimensione erotica?
La parola “fiducia” deriva in questo caso dal latino da fides, che significa “riconoscimento dell’affidabilità dell’altro”, e indica, dunque, qualcosa che si conquista sul campo, che richiede l’incontro e il contatto, un affidarsi.
Perché è sì vero che eros è conquista, intesa come brama e, soprattutto, come desiderio; parlavamo però anche di un desiderio dell’altro già pieno di sé che rimanda a una forma compiuta di seduzione (se-durre, condurre a sé, dissuadere dai propri obiettivi, spostare) che, etimologicamente, com’è spiegato chiaramente nel mito classico di Didone, ha a che fare con la distruzione, seppure inconsapevole, dell’altro.


Didone fu la fondatrice e prima regina di Cartagine che, secondo la narrazione virgiliana dell’Eneide, s’innamorò perdutamente dell’eroe troiano Enea, figlio di Anchise, il quale approdò nella ridente città nuova di Cartagine per colpa di una tempesta causata da Giunone prima di poter arrivare finalmente nel Lazio. I due ebbero una relazione appassionata, sincera ed erotica, che terminò però con l’abbandono della regina da parte di Enea. Disperata per la partenza improvvisa di Enea, costretto dal Fato, la bella Didone finì per trafiggersi con la spada donatale dal troiano, chiedendo al suo popolo di vendicarla e profetizzando così i futuri scontri tra Cartagine e i discendenti di Enea, ovvero i Romani.
Il mito mi occorre per raccontare quanto Eros da solo sia di per sé insufficiente ad arginare la distruzione dell’altro (proprio perché piccole dosi di narcisismo sono insite in ognuno di noi); e questo, a mio parere, è ciò che la stessa saggezza classica ha sempre insegnato: ricordandoci che amore è sì eros ma anche filìa, desiderio e legame, amore per Sé e amore per l’Altro. L’unico antidoto all’amore cieco di Sé che non riconosce e che non contempla l’Altro: lo specchiarsi di Narciso in un’immagine vuota.
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