di Valerio Carbone – Il mondo della comunicazione e dell’interazione su internet (con le sue propaggini di blog, messenger e social) è contraddistinto da due fattori determinanti: la rapidità – quasi impulsività – di reazione e la possibilità di costruire una rappresentazione falsata di sé (che può arrivare a forme inquinate, leggasi profili fake, o addirittura rinchiudersi dietro a uno strumentale anonimato). Questo comporta rischi e pericoli che andrebbero ben oltre le note interferenze comunicative di cui studiosi, massmediologi o semiologi hanno spesso parlato.
Ascolta “Come gestire haters e leoni da tastiera” su Spreaker.
Questi due fattori hanno portato a un incremento significativo di contenuti e interazioni stereotipate, discriminatorie, violente e razziste (razzismo in ogni sua forma) proprio perché l’impulsività e la mistificazione dell’identità contribuiscono a slegare significativamente la comunicazione (nelle sue componenti di messaggio, canale, codice e contesto) dalla responsabilità di ciò che viene veicolato (e dunque dal modo in cui il contenuto arriva al destinatario).
L’uomo civilizzato diventa un barbaro nella massa – scriveva Gustave Le Bon (1895) – e si trasforma in un individuo spontaneo, impulsivo, dai tratti euforici, contrari ai suoi interessi e alle sue abitudini.
Slegarsi dalla deissi della comunicazione (ovvero al riferimento contestuale) e, soprattutto, dalla propria responsabilità comunicativa trascina il dialogo in zone oscure, contraddittorie e troppo spesso contaminate. Parlare senza filtri e senza freni comporta una pericolosa emersione dei lati profondamente irrisolti della propria personalità, spesso veri e propri istinti bestiali.
“Poche persone riescono a essere felici senza odiare qualche altra persona, nazione o credo” diceva il filosofo e matematico britannico Bertrand Russell, premio Nobel per la letteratura, interrogandosi sull’odio nelle relazioni umane.
Oggi siamo più esposti all’odio e all’aggressività di quanto non si creda. Dalle chat di gruppo (di scuola, di lavoro, condominiali) ai commenti di sconosciuti su Facebook, dal reel di Instagram all’ultimo TikTok: la connessione ci espone costantemente – e in modo non sempre consapevole – a rischi comunicativi e a forti ripercussioni emotive e sociali (ansia, rabbia, problemi di autostima, sensi di colpa, evitamenti vari).
L’incitamento all’odio e la comunicazione aggressiva sono fenomeni frequenti e trascurati.


L’hate speech è un fenomeno che indica discorsi (post, commenti, video, immagini) che esprimono odio e intolleranza e che rischiano di provocare reazioni violente a catena, oppure ripercussioni psicologiche di ordine ansiogeno o depressivo.
Gli haters sono i cosiddetti leoni da tastiera. Spesso chi incita o fomenta rabbia, odio e intolleranza via web sono coloro che si trincerano dietro la deresponsabilizzazione e l’impunità di un account anonimo, e che veicolano le loro frustrazioni della vita offline nel mondo virtuale.
Per questo, psicologicamente parlando, sarebbe più corretto osservare la forma comunicativa anassertiva che esprimono, non propriamente come violenta o aggressiva ma come passivo-aggressiva.
Rispetto alla chiave psicologica proposta, ovvero alla focalizzazione sull’anassertività passivo-aggressiva della comunicazione, vorrei ricordare delle modalità comunicative efficaci per declinare gentilmente l’invito alla contesa e, soprattutto, per difendersi non soltanto dalla comunicazione in sé ma anche dalle ripercussioni emotive derivate dall’hate speech.
Innanzitutto (ma questo vale per ogni circostanza) sarebbe importante e per certi versi imprescindibile cogliere lo scopo ultimo di una comunicazione. Questo è fondamentale anche al di fuori delle interazioni social.
Una comunicazione assertiva ha uno scopo costruttivo. Comunicare significa infatti mettere in comune: veicolare contenuti, informazioni, emozioni.
Un sano comunicare ha pertanto una visione relazionale.
Lo scopo degli odiatori seriali è invece un non-scopo comunicativo. O meglio: uno scopo distruttivo. È una non-comunicazione in cui mancano le componenti del confronto e dell’ascolto.
Gli haters mirano a ferire e screditare gli altri piuttosto che a fornire un contributo costruttivo alla discussione.
Utilizzano linguaggio offensivo, manipolatorio, condito spesso da insulti e minacce per attaccare le proprie vittime online. Manifestano disprezzo per le differenze e la loro persistenza (messaggi ripetuti, anche a distanza di tempo) ha il solo intento di molestare e causare stress emotivo e danni psicologici a chi si interfaccia con loro.


Per questo sarebbe ottimale inquadrare subito (e con un po’ di allenamento è possibile farlo già dalle prime battute) lo scopo insito di una comunicazione e, semplicemente, quando è il caso, decidere di fare un passo indietro.
Se è necessario, uscire fuori dalla non-comunicazione spacciata per confronto e fare l’unico gesto di comunicazione possibile: non rispondere affatto. Rispondere a un leone da tastiera è solo fiato sprecato.
Mi viene in mente uno studio del 2021 condotto in Canada, nel quale furono coinvolti 1215 individui: alcuni dei tratti che caratterizzerebbero tipicamente il leone da tastiera sarebbero il narcisismo, il machiavellismo, la psicopatia e il sadismo. Ci sarebbe da domandarsi come ci si potrebbe davvero relazionare e parlare con questo tipo di persone.
La strategia della diplomazia può essere utile in alcuni (pochissimi) casi: si può sempre provare a smorzare gli animi per cercare di far capire all’odiatore l’importanza di un confronto basato su un discorso pacato e sull’importanza di toni civili. Ricordare quindi all’altro il contesto in cui ci si trova. È un tentativo che il più delle volte va a vuoto, proprio perché lo scopo dei leoni, come detto, è palesemente un altro: provocare, litigare.


Qualora si fosse già caduti all’interno della contesa aggressiva e non ci si riuscisse a divincolare sarebbe importante prendere al più presto consapevolezza che “non si può uccidere il serpente con il suo stesso veleno”.
Occorre provare a rispondere abbandonando il sistema della logica (che spesso in questi casi favorisce “chi alza di più la voce”) e spostare il discorso da un botta e risposta (semantico) sul contenuto a un piano più prettamente emotivo. In alcuni casi (non sempre) rispondere con empatia e gentilezza può smorzare l’aggressività degli haters; in altri casi si può invece provare a veicolare il discorso su una dimensione paradossale.
La comunicazione paradossale è spesso associata al concetto di “doppio legame”, una situazione in cui un individuo riceve messaggi contraddittori, creando un dilemma difficile da risolvere. Lo scopo è solo strategico: quello di confondere l’hater, metterlo in condizione di chiudere lui stesso la conversazione perché gli stiamo rispondendo in modo per lui “non interessante”.
Una tecnica molto efficace è dare al bastian contrario una risposta apparentemente gentile e innocua ma proprio per questo paradossale. Qualcosa del tipo: “Ti ringrazio per le tue critiche, mi aiuteranno a migliorare. Ti prego sentiti libero di criticarmi ogni volta che vuoi”.
Ho voluto abbozzare il discorso rispetto al piano che più mi compete, quello comunicativo e psicologico. Naturalmente esistono tanti sistemi di tutela che passano anche attraverso il blocco, il silenziamento, lo screen-shotting dei contenuti offensivi, la sensibilizzazione sulle relative piattaforme e, infine, la querela.
Come in moltissimi casi, fortunatamente, la storia ci ha dimostrato, usciti fuori dal velo dell’impunità, i leoni da tastiera diventano soltanto… pecore in tribunale.
Se hai necessità di un aiuto o di un supporto psicologico professionale, non esitare a contattarmi.
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