di Vincenzo Sorrentino – Se provate a cercare via Modesta Valenti negli stradari di Roma o in Google maps non otterrete alcun risultato, ma se, invece, scorrete gli elenchi dell’Anagrafe del comune di Roma, noterete che vi sono tante persone che hanno lì il proprio domicilio.
Non si tratta di un errore, né di uno scherzo generato dai più moderni sistemi di Intelligenza Artificiale, ma solo la logica conseguenza del fatto che via Modesta Valenti è la strada in cui “hanno casa” coloro che “una casa non ce l’hanno”. Coloro che le circostanze della vita hanno costretto e costringono a vivere per strada.


Via Modesta Valenti” è pertanto, un indirizzo virtuale, che – come si legge nel sito del Comune di Roma – consente a chi è in condizioni di disagio socio-abitativo il pieno godimento dei diritti di cittadinanza.”
“Possono richiedere l’iscrizione anagrafica virtuale a questo indirizzo le persone in condizioni di precarietà abitativa – senza tetto, senza casa o persone con sistemazione insicura – ma anche persone senza fissa dimora in senso proprio, cioè coloro (artisti, girovaghi, artigiani itineranti, circensi…) che non si fermano mai a lungo in uno stesso luogo. Con la residenza virtuale è possibile richiedere anche un fermo posta presso il Municipio per ricevere la corrispondenza. La posta viene conservata fino a due anni dalla data del ricevimento.”


Ma chi era Modesta Valenti e come è nata l’idea di intitolarle una via, seppur virtuale, a Roma?
Modesta Valenti era una donna triestina, nata nel 1912, che ad un certo punto della sua vita ha deciso di trasferirsi a Roma, forse perché voleva vivere nella città del papa.
Modesta Valenti, per lunghi anni ha condotto una vita normale a Trieste ed ha abitato in un appartamento che lei, in dialetto friulano, chiamava “bel quartin”
Aveva, però, dei problemi psichici che l’hanno portata a passare molto tempo negli ospedali psichiatrici dove potrebbe aver vissuto anche l’esperienza degli elettrochoc. Forse è stato proprio quando è uscita l’ultima volta da un ospedale psichiatrico che ha deciso di trasferirsi a Roma dove ha iniziato a vivere per strada, chiedendo l’elemosina dalle parti della stazione Termini in cui si rifugiava la notte per dormire.
Ed è stato qui, proprio vicino al Binario 1, che la mattina del 31 gennaio del 1983, dopo l’ennesima notte passata al freddo, Modesta si è sentita molto male.
Alcuni passanti hanno chiamato l’ambulanza, che però non ha voluto soccorrerla perché era troppo sporca e aveva i pidocchi. Per quattro lunghe ore diversi ospedali si sono rimbalzati la responsabilità di soccorrerla e, quando finalmente è arrivato l’ultimo mezzo di soccorso, era già morta.
Modesta Valenti, pochi mesi prima di morire, era stata assistita da alcuni volontari della Comunità di Sant’Egidio che anche dopo la sua morte si sono presi cura di lei celebrandone il funerale a distanza di circa un anno dalla morte, il tempo che ci è voluto per farsi consegnare la salma dopo i doverosi esami legali.
E’ stata la stessa Comunità di Sant’Egidio che si è fatta promotrice dell’iniziativa che ha portato all’intitolazione della strada, ufficialmente poi riconosciuta anche dal Comune di Roma, come gesto di dignità nei confronti di tutte le persone che vivono per strada.
In memoria di Modesta Valenti è stata anche posizionata una targa, al Binario 1 della stazione Termini, ed ogni anno viene fatta una commemorazione nella chiesa di Santa Maria in Trastevere.


Il numero di “abitanti” di via Modesta Valenti varia continuamente per effetto delle inevitabili nuove iscrizioni ma anche delle cancellazioni che vengono fatte d’ufficio dall’Anagrafe comunale qualora, per un certo periodo di tempo, un “abitante” non abbia avuto contatti con il Servizio Sociale, l’Agenzia delle Entrate, la Pubblica Sicurezza, le associazioni, ecc.
Sicuramente, si tratta di una “popolazione” molto numerosa, considerando che dal censimento ISTAT del 2022 si rileva che “i senza tetto e senza fissa dimora censiti nei 121 comuni dell’area metropolitana di Roma sono circa 24.000 di cui oltre 22.000 nella sola capitale”.
Nel “Rapporto Povertà” della Caritas di Roma del 2024 sono state censite 2.024 persone in strada nella sola area dell’anello ferroviario, compreso tra le stazioni di Roma Ostiense, Tiburtina, Trastevere e Tuscolana. Di questi una metà è ospitata in strutture di accoglienza notturna ed una metà dorme per strada.
Sono per lo più uomini (82,7%) con un’età compresa tra 40 e 50 anni con una maggioranza di italiani ma anche con una nutrita presenza di romeni, somali e marocchini.
C.E., di 68 anni, è uno di loro: è nato e cresciuto a Roma dove ha lavorato per molti anni come fabbro e installatore di porte blindate ed è stato anche anche titolare di una piccola azienda prima che, una serie di vicende sfortunate lo costringessero a chiudere tutto e vivere per strada.
Anche L.A, anch’egli di Roma, abita in via Modesta Valenti. Ha 55 anni e dopo aver svolto numerose e differenziate attività (commesso, portiere, operatore di call center, ecc.) da alcuni anni lavora saltuariamente in un Centro Dialisi ma senza avere una continuità retributiva tale da consentirgli di pagare un affitto. Ciò nonostante ha ancora la forza e l’intenzione di frequentare un corso per Operatore sanitario per cercare una stabilità occupazionale in tale settore e, chissà, una nuova vita.
Ovviamente ci sono anche molti abitanti che vengono dall’estero, come C.D., 45 anni, argentino, che è arrivato in Italia all’inizio degli anni 2000 con l’obiettivo di sfondare nel mondo del cinema e che, dopo alcune occasionali comparsate, oggi sarebbe disponibile a fare qualsiasi lavoro pur di uscire dalla situazione di indigenza in cui vive. O come C.P., egiziano di 35 anni, che si barcamena con lavoretti occasionali, prevalentemente come lavapiatti, ma con il sogno di lavorare regolarmente in un ristorante o in una pizzeria.
Insomma una popolazione di “invisibili” che sopravvive tra mille difficoltà ma che comunicano il loro indirizzo con dignità, pur non nascondendo che il loro maggior desiderio è quello di poterlo cambiare al più presto.
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