di Patrizia Caiffa – Il più grande mollusco bivalve del Mediterraneo, la Pinna nobilis, conosciuta anche come “nacchera di mare”, è a rischio estinzione a causa dei cambiamenti climatici e del riscaldamento della temperatura del mare, che quest’anno in Italia ha toccato il record assoluto di 28,9° C. La sua conchiglia può superare il metro di altezza. Un importante progetto europeo sta tentando in tutti i modi di salvarla.
Dal 2016, infatti, un’epidemia ha determinato una mortalità senza precedenti della specie, con un tracollo di oltre il 95%, tanto da essere considerata dagli esperti in “pericolo critico”.
Un tema di grande attualità negli stessi giorni in cui è in corso a Baku, in Azerbaijan, la COP29, la 29esima Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.


Il riscaldamento delle acque, infatti, ha portato all’ingresso di specie “aliene”, molte delle quali provenienti dal Mar Rosso e dall’Oceano Indiano attraverso il Canale di Suez. Negli ultimi anni sono state avvistate anche in Italia specie esotiche come il pesce scorpione, il pesce palla maculato e il pesce coniglio. A fare le spese del nuovo ecosistema che si sta delineando c’è anche la Pinna nobilis.
Si è dunque ad un passo dall’estinzione di un mollusco che svolge un importante ruolo ecologico perché cresce nelle praterie di Posidonia oceanica, dando vita a uno degli ecosistemi più complessi e preziosi del Mediterraneo, offre sostegno e rifugio a tante altre specie di invertebrati, filtra fino a 3.000 litri d’acqua al giorno e aiuta a contrastare l’erosione dei fondali.
Per tentare di salvare la specie, alla fine del 2021 è stato avviato il progetto europeo LIFE PINNA che si svolge in quattro regioni italiane e una slovena ed è guidato da Arpal, l’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente Ligure, avvalendosi di un partenariato di importanti enti pubblici e privati come l’Università di Genova, l’Università di Sassari, il Parco Nazionale dell’Asinara, la società Shoreline, l’Istituto Nazionale di Biologia della Slovenia e Triton Research.


I ricercatori stanno monitorando i fondali, per individuare e proteggere gli ultimi esemplari sopravvissuti nei nostri mari e per mettere a punto le tecniche di allevamento in cattività.
Hanno anche cominciato a trasferire alcuni giovani individui in specifiche aree pilota, dal Mar Ligure all’Alto Adriatico, per cominciare il ripopolamento della specie. Ad esempio dalla Laguna Veneta sono stati portati all’Area Marina Protetta di Capo Mortola, al confine tra Italia e Francia.
Nel laboratorio di Camogli, inoltre, i biologi stanno perfino tentando la strada, mai realizzata prima per questa specie, della riproduzione in cattività che consentirebbe di allevare i molluschi prima di reintrodurli in natura. Per ora hanno ottenuto un primo grande successo, la fecondazione, portando le larve a uno sviluppo mai raggiunto in precedenza.


In contemporanea il progetto ha avviato una campagna di Citizen Science denominata “Segnala la Pinna!”, che ha permesso di raccogliere su una piattaforma digitale decine di segnalazioni di esemplari vivi in tutta Italia.
A livello scientifico è nato un gruppo di lavoro internazionale che oggi coinvolge decine di ricercatori di varie discipline, dall’ecologia alla riproduzione, che studiano Pinna nobilis in tutto il bacino Mediterraneo, dalla Spagna alla Turchia passando per il Nord Africa.
L’obiettivo è mettere in condivisione in modo trasparente le conoscenze attuali e sviluppare nuove strategie per salvarla.























