di Vincenzo Sorrentino – “Come un albero“ è un’Associazione di promozione sociale di Roma che gestisce un Museo Bistrot dedicato alle persone con disabilità intellettiva.
L’Associazione è nata nel 2004 da una costola di una precedente esperienza solidale del Centro Sociale Carlo Iavazzo, in cui alcuni degli attuali soci si sono conosciuti nel lontano 1990.
Stefano Onnis, antropologo di Roma, è tra i soci fondatori dell’Associazione che ancora oggi gestisce con passione ed entusiasmo. Ci racconta di quando ha cominciato a fare volontariato con l’Associazione Carlo Iavazzo, che all’epoca operava nei locali messi a disposizione dalla Parrocchia di San Saturnino, in zona Piazza Vescovio a Roma.


“Facevamo un volontariato di tipo tradizionale – ricorda parlando con B-Hop – impegnando persone con disabilità intellettiva in attività ludiche ed in piccole improvvisazioni teatrali. Da lì è nata una rete di relazioni, non solo con i ragazzi seguiti ma anche con le famiglie, da cui è scaturita la voglia di provare a fare qualcosa di più e di nuovo.
Parlavamo di lavoro e di inclusione: all’epoca erano solo pensieri ma avevamo forte la motivazione di andare oltre il semplice intrattenimento”.
Questi pensieri si sono tradotti in azione quando, nel 2004, hanno deciso di fondare l’associazione, che all’epoca non aveva neanche una sede ma operava in vari spazi promiscui.
Poi, come si legge nel sito “è arrivata la svolta grazie alla decisione di una signora, Renata Skok, rimasta colpita dal nostro approccio alla disabilità, di fare una donazione testamentaria a nostro favore”.
“Purtroppo non sto bene e non ho figli – ci disse -.
Ma vorrei veder realizzata una caffetteria dove possano lavorare ragazzi disabili, e ho pensato a voi”.
E noi accettammo. In modo pienamente inconsapevole, se non della nostra voglia di realizzare il sogno. Tutti quei pensieri, che sembravano parole al vento, ora potevano trovare piena concretezza.
Ma come fare? Cosa fare? Come si fa una caffetteria? E perché non puntare allora ancora più in alto?”


Con i soldi della donazione sono stati comprati i locali, in via Alessandria a Roma, nel quartiere Salario, dove oggi l’associazione ha sede ed è stata pian piano avviato il percorso che ha portato all’apertura, nel 2014, della “Casa Museo dello sguardo sulla disabilità” con annesso angolo bar e laboratorio di gastronomia fredda, e poi, nel 2018, del Bistrot che offre anche la possibilità di mangiare cibi caldi.
E’ ancora Stefano Onnis a raccontare come l’idea gli sia venuta da un catalogo IKEA che illustrava i mobili dei diversi ambienti domestici. Da lì, per una persona con visione antropologica come la sua,
“l‘intuizione che ogni stanza potesse essere “la metafora” di un discorso specifico sulla disabilità e, di conseguenza, l’idea di organizzare gli spazi del museo come se fossero quelli di una casa”.


“L’ingresso, che è la stanza da cui si ha una prima immagine della casa, è assimilabile al pregiudizio che normalmente si prova al primo sguardo con una persona disabile; il soggiorno, che è il locale in cui si legge, si fanno chiacchiere, ecc. rimanda alla necessità di trovare la parola giusta, di saper dare almeno un nome alla patologia appena riscontrata; la cucina, il luogo in cui si conservano ed utilizzano gli ingredienti per ottenere i cibi è una metafora degli ‘ingredienti narrativi’ che usiamo nel raccontare la disabilità, che ci mettono di fronte al bivio se ricorrere a frasi fatte o sforzarci di allargare il nostro sguardo e la relazione in cui stiamo dentro, con tutte le sfumature che ogni vera relazione comporta, e così via”.


Oggi il Museo Bistrot offre dei locali molto accoglienti, pieni di libri e oggetti che hanno un valore anche simbolico, come i tanti orologi fermi appesi ad una parete che vogliono raccontare
il tempo sospeso in cui vivono le persone con disabilità intellettiva, una vita che gira a vuoto che si ripete monotona tutti i giorni.
Per i ragazzi coinvolti in questa iniziativa, fortunatamente, non è più così in quanto sono quotidianamente impegnati a fare la spesa, cucinare e servire i clienti con l’aiuto di uno chef professionista e dei quattro soci.
Lulù, 40 anni, è una delle ragazze che collabora al Museo Bistrot da circa 10 anni ed afferma “di essere molto contenta di questa esperienza che mi ha consentito di imparare molte cose e mi aiuta ad essere più tranquilla e concentrata in quello che faccio anche al di fuori del Bistrot”.


Stefano Onnis racconta anche il rapporto molto positivo che si è instaurato con il quartiere grazie anche a diverse iniziative da loro realizzate – tra cui il progetto QUID in più, in cui QUID è l’acronimo di Quartiere Inclusivo verso la Disabilità – ed alla scelta di approvvigionarsi prevalentemente nei mercati e negli esercizi commerciali della zona, con l’eccezione di vino e birra, che provengono da cooperative di promozione sociale, e del “caffè galeotto” prodotto nel carcere di Rebibbia.
L’obiettivo dell’associazione, ovviamente, è di crescere ancora sia ampliando gli orari di apertura al pubblico – oggi limitati alla fascia del pranzo ed alla cena solo nella giornata di sabato – sia offrendo anche un servizio di catering.
“In questo modo sarà possibile aumentare il numero di ragazzi coinvolti e, perché no, far si che qualcuno di loro, grazie alla formazione ed esperienza acquisiti, possa avere la possibilità di trovare lavoro e sbocchi anche in altri locali”.
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