di Paolo Madaio – Sergio Beercock, nato a Kingston upon Hull, Inghilterra, nel 1990 da madre siciliana e padre inglese, è un artista versatile che si destreggia con naturalezza come cantante, musicista, poeta e attore teatrale. Grazie alla sua duplice competenza linguistica e all’ispirazione di un’insegnante elementare fuori dal comune, fin dall’infanzia si è immerso nei grandi classici e nelle avanguardie della letteratura e della musica internazionale.
Ascolta “Sergio Beercock, “nell’arte cerco le emozioni che fanno rima con me”” su Spreaker.
Da musicista ha molteplici produzioni , tra queste spiccano il suo primo album solista Wollow (2017, 800A Records), successivamente Human Rites a dicembre 2020 viene incluso da Rumore (mensile di riferimento per la cultura alternativa italiana) fra i migliori album europei dell’anno.
Nella sua interessante e varia produzione letteraria e teatrale, caratterizzata da una costante ricerca, l’artista percorre le sue tappe con costanza e determinazione nonostante le difficoltà del periodo pandemico. Proprio da questa esperienza troverà ispirazione per una svolta caratterizzante della corrente produzione artistica.


Da performer ha studiato con maestri italiani ed europei come Mimmo Cuticchio, Francesco Agnello, Eugenio Barba, Tino Caspanello, Bruno Tognolini.
Nel 2024 compone la colonna sonora completa del film Sicilian Gods, di F. Dinolfo e M. Lopizzo, per Sky Arte e Prime Video, selezione ufficiale al Toronto Film Festival.


Attualmente opera fra Roma e Palermo e collabora con numerose realtà e artisti multidisciplinari italiani ed europei nell’audiovisivo e nelle arti performative.
L’artista si racconta a B-Hop magazine con garbo e passione:
“Credo nella voce e nel corpo dell’umanità come strumenti” è una tua affermazione. Cosa intendi e in che modo caratterizza la tua produzione artistica?
Nel corso della mia vita artistica, ho sempre affrontato il mio mondo interno attraverso strumenti altri, di conseguenza sono diventato un polistrumentista. Inizialmente il teatro e la composizione musicale erano mondi separati: o erano spettacoli teatrali, o concerti. Ad un certo punto, durante la pandemia, privo di tutta la mia strumentazione, chiuso a casa, ho cominciato a registrare delle nuove demo imitando gli strumenti con la mia stessa voce e con i suoni del corpo. Lì è successo qualcosa, ho capito che la musica poteva essere integrata al mondo del corpo-voce performativo.
Da allora ho smesso di separare i due percorsi, e i miei spettacoli dal vivo sono un misto di musica dal vivo, canto e prosa poetica.
Studiando e confrontandomi con i miei maestri e i miei pari, ho realizzato che questa è la forma più antica e primitiva di performance, quando ancora il rito e il rituale erano un tutt’uno. Nella ritualità giocosa del corpo e della voce ho capito che ogni anfratto del mio essere umano si faceva vivo senza resistenze. È cambiata la mia voce, come parlo, come scrivo, ma io, Sergio, sono diventato più Sergio che mai. Invece che perdermi, mi sono ritrovato e rinnovato.
La tua produzione si estende attraverso molteplici forme d’arte, dando l’impressione che questa diversità esprima un bisogno profondo e intrinseco nel tuo cammino artistico. Quali motivazioni dietro questa scelta?
Ogni mia espressione artistica fa parte di me: la mia ricerca parte dal fondo del mio pozzo personale, per mettere in luce ciò che socialmente ho sempre tenuto in cantina per pudore, per insicurezza, per chissà cosa. Che diventi uno spettacolo teatrale, una performance musicale, una colonna sonora per la danza contemporanea o per un film,
il mio punto di partenza è sempre la poesia.
Scrivo quotidianamente in versi, penso in metro, cerco le emozioni che fanno rima con me. Poi le dico ad alta voce, e il momento decide per me se cantando, sussurrando, parlando a qualcuno, muovendole su uno strumento, evocandole con il corpo. Non c’è un modo specifico di spiegarmi al riguardo. Ogni cosa che faccio viene da un impulso, da qualcosa che mi gratta dentro e che mi chiede di uscire per fare finalmente rima con il mondo attorno.


In questi anni stai portando in tournée varie performance. Puoi raccontarci di più sulla loro essenza e sul messaggio che vorrebbero trasmettere?
Quando Diventerò Piccolo è in tournée da un paio d’anni. La domanda di fondo è:
“Cosa resta del bambino che sono stato nell’adulto che sono diventato? Posso crescere se non innaffio quel bambino? In cos’altro mi posso trasformare se non, in fin dei conti, in me stesso?”.
Le poesie sono state firmate da Bruno Tognolini, amico e maestro, poeta italiano considerato all’unanimità l’erede diretto di Gianni Rodari.
Gotico Mediterraneo si domanda:
“Cosa significa appartenere? Io che sono nato in Inghilterra ma cresciuto in Sicilia, cosa posso chiamare casa?”.
La risposta che mi do, e che non svelo qui, la raggiungo attraverso un percorso musicale dal vivo che palleggia fra i canti tradizionali inglesi della mia zona (la contea dello Yorkshire) e canti a tenore pastorali e della Settimana santa della provincia di Enna (Sicilia), tutto realizzato attraverso la mia voce e strumentazione di campionamento elettroacustico e elettronica dal vivo.


La Congiura Dei Nessuno è una riscrittura del Ciclope di Euripide in chiave post-apocalittica e anti-capitalistica, con musica metal dal vivo, insieme a me in scena ci sarà Giovanni Alfieri. La domanda: “Chi sono i nuovi Ciclopi, e chi ha detto che non siamo noi stessi i cannibali che divorano le proprie vite?”
Figliasanta, opera di danza-teatro e musica dal vivo scritto insieme a Ludovica M. Poerio, affronta la generatività e la genitorialità: “Cosa significa rapportarsi con i genitori da adulti, e con i figli che siamo stati e saremo probabilmente per sempre.”
In Samar – folie à la sicilienne l’interazione diretta con il pubblico trasforma ogni momento dello spettacolo in un’esperienza condivisa e unica, creando un dialogo vivo tra chi racconta e chi ascolta. Come nasce l’idea?
Samar nasce per gioco: volevamo cantare e sbronzarci col pubblico (siamo sinceri!). Questo poteva avvenire soltanto portando la dimensione del banchetto in scena, e un clima di confidenza reciproca è immediata, leggera.
Condividere il pane, il vino e i racconti orali dei nostri antenati, è uno dei piaceri che ancora nelle nostre comunità mediterranee si protrae,
soprattutto lontani dai centri metropolitani e dalle loro iperstimolazioni linguistiche e mondane. Samar è un lavoro intimo di follia ad alto volume, che vuole far riflettere, dopo una bella sbronza collettiva di canti e racconti tradizionali molto potenti, sul lutto delle lingue e delle storie orali. In poche parole: sul lutto dell’appartenenza, oggi.


La Sicilia rappresenta per te una vera e propria condizione dell’anima, un’emozione sincera che tocca le tue corde più profonde. Quali sono, a parte il legame di sangue, le ragioni che alimentano questo sentimento?
Non c’è sentimento secessionistico in questo, c’è solo la presa di coscienza che io sono un isolano (da entrambi i lati della mia provenienza) e un terrone (in tutte e due le isole). Il fatto che la Sicilia sia il mio grande calderone creativo, è perché naturalmente vi sono cresciuto, e ho deciso, una volta per tutte, che è importante per me parlare di ciò che so. E la Sicilia, anche se un’isola, è stata la cerniera del Mediterraneo per millenni, e conserva nelle sue cadenze linguistiche e melodie gestuali e genetiche ,il dono della poliedricità.
Essere siciliano significa per me essere parte di un ecosistema complesso in cui la cultura, il paesaggio e la lingua cambia ogni 5 chilometri.
Di Sicilie ce ne sono cento e non smetteremo mai di contarle, diceva un poeta.
Parliamo della tua musica e dell’uso unico della voce. A volte narratrice, altre volte come strumento puro, capace di guidare l’ascoltatore in un viaggio intimo. Qui i confini tra le arti si dissolvono, facendo di questa fusione il possibile fulcro della tua produzione artistica. È così?
Il canto mi ha salvato la vita. Letteralmente.
Nel periodo più scuro della mia post-adolescenza mi sono ritrovato a cantare spontaneamente quello che sarebbe diventato il brano che mi ha fatto esordire come autore, qualche anno dopo.
Io dico sempre che non canto, ma sono cantato a mia volta.
Qualcosa si muove nei miei dintorni, e a un certo punto mi attraversa senza permesso, ed è lì che mi ritrovo costretto a lasciarla parlare per me, con me, da me in poi. Questo avviene sia per l’espressione musicale, che per la parola detta. Ecco: per me la voce, la creatività, è una azione oracolare. Qualcosa che deve essere detta perché è stato deciso così, e io mi abbandono, con una gioia talvolta dolorosissima ma irreversibile, a questa esplosione.
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