di Mino La Franca – Non aspettatevi scugnizzi e tarantelle. Aspettatevi piuttosto il “sublime” in ogni accezione del termine, dalla sua radice latina di “sotto la soglia”, nel senso di soglia più alta ed eccelsa, a quella comune di cose mirabili. E di cose mirabili è permeata la mostra Napoli Ottocento in corso a Roma alle Scuderie del Quirinale fino al 16 giugno.
Troppo poco si è parlato del ruolo assolutamente preminente e centrale di Napoli nel corso dell’Ottocento. La sua incredibile vitalità ne fece il polo d’attrazione in diverse discipline ed arti. Dalla pittura, alla scultura, alla storia e anche alla scienza nella quale ad esempio fu la terza capitale in Europa dopo Londra e Parigi. Ben più importante di Roma o Firenze o Milano.


La mostra, con i 250 capolavori esposti, riesce efficacemente ad aprirci sul quel secolo e siamo letteralmente bombardati da continue sensazioni “sublimi”. Comincia il Vesuvio che, sia nella videoinstallazione iniziale che nei primi quadri, incombe con la sua essenza di forza magnifica e al tempo stesso distruttiva. Pensiamo alla sua ascesa come una delle mete del Grand Tour col suo orrido affascinante cratere. Non poteva che diventare forma d’ispirazione di tanti artisti provenienti da tutta Europa. Con i loro stili differenti, che, pur rappresentando le specificità dei diversi paesi di origine, hanno in comune una caratteristica che probabilmente viene dall’essenza stessa di Napoli: la vita.
Un’energia vitale permea tutte queste opere sia nel dolore che nella gioia che nella vita di tutti i giorni.


Non hai il tempo di fermarti su magnifici quadri “teneri”, tipo la panchina con sopra un cilindro e un cappello femminile o la veduta di Napoli dal chiuso di una stanza di un certo Massimo D’Azeglio (pure pittore?) o la capretta e la pecora o la fanciulla sullo scoglio che sei investito dalla storia con la S maiuscola: Pompei, la Grecia coi suoi splendidi vasi, il tavolo con le scene omeriche, l’incredibile verismo dell’”Ad bestias” di Emilio Franceschi che ti attanaglia col terrore del vecchio emaciato incatenato.


E poi le diverse statue dove ogni dettaglio crea quasi una sequenza da film. L’”Ondina” di Giuseppe Renda ti accoglie a braccia aperte in un invito gioioso assieme al fanciullo sorridente dello stesso Renda.


Mentre la grande sensualità della “Cestilia alle murene” di Luigi De Luca ti cattura per poi lasciare il posto all’estremo realismo del “Pescatore di polipo” di Eduardo Rossi. Realismo che a Napoli prende il nome di verismo e acquista anche un significato sociale nei tempi della prima ascesa della classe operaia. Forse ingenuamente lo trovo ben rappresentato nell’”Ozio e lavoro” coi mietitori che si affaticano con le messi di grano in alto e il vagabondo che se la gode per la strada quasi come uno Charlot dei tempi.


Scopri poi l’altro filone artistico che, assieme all’antichità greca e pompeiana, ispirò gli artisti dell’epoca: l’orientalismo, con i suoi tuffi negli usi e costumi arabi. L’”Effetto dell’hashish” di Pasquale Liotta e i “Fumatori arabi” di Marco De Gregorio forse li avranno ispirati in maniera particolare…


Immagino questi artisti aggirarsi nei nuovi punti di ritrovo che a Napoli, sulla scia di Parigi, stavano nascendo proprio in quegli anni: la Galleria Umberto I, il Caffè Gambrinus, viale Elena a Mergellina e via Scarlatti al Vomero. Chissà se Francesco Paolo Michetti camminava col cappello a punta o Antonio Mancini col cesto capovolto sulla testa… E poi Domenico Morelli col suo splendido viso girava in maniche di camicia o elegantissimo col cilindro come ritratto da Bernardo Celentano?
Splendidi e ammalianti i ritratti di questi giovani artisti che sembrano quasi rivendicare il loro verismo sociale e, perché no, la loro stranezza o pazzia.
Fra loro anche Gemito, tanto amato dai cosiddetti “Dioscuri”, i fratelli de Chirico, Giorgio e Andrea, in arte Alberto Savinio e che aveva introdotto il verismo e la “bruttezza” del suo “Pescatore” e poi Mancini che con la sua “Dama in rosso” aveva conquistato Parigi.


Edgar Degas no, lui si ritrae come giovane e ricco borghese. Edgar Degas! Non avevo mai saputo che fosse di origine napoletana da parte del padre e che fosse vissuto tanti anni a Napoli. Lo immaginavo nei caffè parigini come dai suoi quadri più famosi e invece probabilmente in perfetto dialetto napoletano ordinava un bel babà al Caffè Gambrinus.
La mostra ovviamente si sofferma su di lui, il nome più noto fra i tanti artisti stranieri che operavano a Napoli. Lui stesso si era sempre definito un pittore verista e non un impressionista come sbagliavamo a considerare. Possiamo ammirare ben sette capolavori del suo periodo “napoletano”, soprattutto il ritratto di Therese de Gas, scelto come immagine guida della mostra.


A proposito della scelta e dell’allestimento della mostra, dobbiamo rendere merito ai curatori di questa nuova grande esposizione. Soprattutto Sylvain Bellenger insieme a Jean-Loup Champion, Carmine Romano e Isabella Valente. Si tratta veramente di un grande progetto espositivo di enorme respiro e di alto rilievo scientifico che rende omaggio a un secolo poco conosciuto e da scoprire.
Un viaggio tra tutte le innumerevoli visioni e fascinazioni che la città partenopea è riuscita a suscitare.
Quindi non solo le splendide vedute paesaggistiche che siamo soliti pensare ma anche l’importanza della metropoli come capitale italiana dell’Illuminismo, come metropoli scientifica con la sua prima scuola di lingue orientali in Europa, del primo museo di mineralogia e dei primi osservatori scientifici. Insomma, non solo scugnizzi e tarantelle… (articolo di Mino La Franca)





















