di Stefano Macera – L’Oratorio di Santa Maria Annunziata a Roma, popolarmente detto Annunziatina, è un pregevole edificio di culto del rione Borgo. Poco noto ai turisti, risulta penalizzato dalla collocazione odierna sul Lungotevere Vaticano, ove pare quasi sprofondare. Osservandolo dal Lungotevere opposto (degli Altoviti), se ne individua la facciata ma senza scorgerne la parte inferiore. Ora, la posizione precedente conferiva al prospetto un maggiore risalto.
Fino al 1940, infatti, l’edificio si trovava in Borgo S. Spirito, a poca distanza dallo storico ospedale. Com’è noto, questa parte del rione è stata interessata da un importante intervento urbanistico del fascismo, imperniato sulla realizzazione di Via della Conciliazione.
Un’operazione che ha avuto conseguenze pesanti sia sul piano sociale sia su quello storico-artistico. Intanto, ne è conseguita l’espulsione dal centro di tante persone appartenenti ai ceti popolari. In secondo luogo molti edifici di pregio, civili e religiosi, sono stati demoliti senza troppi complimenti.
Tanto che si può assegnare all’Annunziatina lo status di “monumento sopravvissuto”.
Che venne smontato per poi essere ricostruito nel 1950, in occasione del Giubileo.
Nella sostanza, quel che vediamo coincide con l’edificio completato negli anni 1745-1746 da Pietro Passalacqua. Ovvero, da un architetto che i più associano alla celebre facciata di Santa Croce in Gerusalemme, progettata assieme a Domenico Gregorini. Ora, prima di concentrarci su un insieme gradevole e armonioso, è bene precisare una cosa. Quello sin qui riferito non è stato l’unico trasferimento del nostro Oratorio. Che, in tempi più lontani, aveva un aspetto diverso e si trovava all’interno dell’Ospedale di Santo Spirito in Sassia. In questa sede, venne fondato nel 1688 e fu il luogo in cui l’Arciconfraternita di S. Spirito svolse un’intensa attività spirituale e caritatevole.
La decisione di abbatterlo, per ricostruirlo con nuove sembianze in un luogo limitrofo, si deve a Benedetto XIV e non è in nulla paragonabile alle scelte di Mussolini.
L’intento del Pontefice era quello di dotare l’Ospedale di una nuova ala, realizzando quindi un’opera di pubblica utilità. Con via della Conciliazione, invece, il regime celebrava se stesso, ascrivendosi il superamento dell’annoso conflitto tra Stato e Chiesa.
Ora che la narrazione è completa, possiamo descrivere l’Annunziatina. Partendo dalla facciata, che è divisa in tre parti: una centrale, più ampia, e due laterali, con i relativi ingressi.


Un miracolo di grazia ed eleganza annunciato dal portale, che è affiancato da due snelle colonne, e confermato da uno splendido finestrone ovale.
In termini mitigati, in essa si ripresenta l’alternarsi di superfici concave e convesse che, in una fase assai precedente, aveva distinto le creazioni del Borromini.
Invero, un motivo borrominiano lo si ritrova pure all’interno: la pianta rettangolare con gli angoli arrotondati. Ma a colpire, quando si entra, è soprattutto il forte senso d’intimità e di raccoglimento. Eppure l’apparato decorativo è ricco, comprendendo anche opere provenienti dalla prima sede dell’Oratorio.


Si pensi alle cinque tele del cremonese Angelo Massarotti, esponente di rilievo del barocco maturo. Una è la pala d’altare, raffigurante l’Annunciazione. Le altre si trovano sulle pareti laterali e, nel loro avvolgere nell’oscurità composizioni classiche, prefigurano l’arte italiana successiva.
L’Annunziatina, però, ospita anche opere già appartenute a una chiesa assai sfortunata: S. Michele Arcangelo ai Corridori di Borgo, definitivamente abbattuta nel 1939.
Ad esempio l’affresco quattrocentesco della Madonna del latte, non conservato al meglio ma di sorprendente tenerezza. Per ragioni stilistiche lo si attribuisce ad Antoniazzo Romano, pittore che coniugò le novità figurative rinascimentali con una vena arcaizzante. Il che, oggi, lo rende più affascinante di altri artisti coevi, magari bravissimi ma percepiti come “canonici”. Ammirando l’opera in questione, per qualche istante ci si astrae.


Con la mente, si ritorna alla diffusa devozione popolare che deve aver suscitato. E si sconfina in una paradossale nostalgia, rivolta a un mondo di cui non si è mai avuta esperienza diretta.





















