Nuova fiaba per adulti di Marianna Mandato sugli ospedali: alcune persone finivano nelle zone anomale della terra normale, per curare parti difettose e tornare normali. Ma cosa restava di normale?
“Quelli che finiscono nelle zone anomale della terra normale”, rispose.
Foto di Pixabay
“E qui cos’è, non è una zona anomala della terra normale?”, insistette.
No, questa è proprio la terra nella norma, quella normale, dove il tempo si conta così: tictactictactictactictictactictactictactictactictactictactictictactictactictactictictactictactictac …
Foto di Mateusz Dach da Pexels
La persona dell’altro mondo trasalì e aggiunse “oh mammina. Mi sembra troppo veloce. Mi sa che l’altro tempo è meglio”.
“Oh, no no”, disse l’altra, “meglio il tempo vorticoso che non fa pensare. Evidentemente non hai mai avuto bisogno in questo mondo delle zone anomale, quelle dove finiscono in genere le persone quando sono difettose. Quando hanno bisogno di cambiare o aggiustare qualcosa di loro stessi perché c’è qualcosa che proprio non va. Avrai notato che molti di noi si spezzano. Molti si rompono. Molti si riaggiustano con difficoltà. Ma in quei luoghi ci sono persone che cercano di rimettere insieme i pezzi. Piccoli o grandi che siano”.
Un po’ frastornata e incredula, la persona normalizzata, senza guasti, si diresse verso casa fissando la sua andatura normale, le sue gambe normali, le sue braccia normali, i suoi passi normali. Proprio come quelli di questo mondo qui. Guardava con occhi normali il paesaggio, dando un’occhiata normale al suo orologio che, sì, pareva proprio rispettasse i tempi normali per fare le cose.
Distratta dall’orologio normale, che pareva ormai correre all’impazzata, la persona non si accorse di attraversare col semaforo rosso. Eppure, lo sapeva bene che le regole di questo mondo impedivano di farlo.
Foto di Nastya Sensei da Pixabay
Uno stridio, una frenata brusca, il tempo di girare la testa normale e gridare “NO!” e si ritrovò semi incosciente sulla normalissima dura strada grigia che percorreva tutti i giorni più o meno alla stessa ora.
Uno sciame di persone raggiunse il malcapitato e con fare convulso iniziarono a parlare fra loro, dicendogli di restare a terra e stare tranquillo. “No, no, meglio non spostarlo”, diceva qualcuno allarmato. “E’ vivo, è vivo”, diceva qualcun altro più attento.
Qualcuno più solerte chiamò uno strumento detto ambulanza che arrivò nel giro di pochi o molti minuti non lo capiva bene.
Foto di Artem Korsakov da Pixabay
Scesero un paio di persone, con fare professionale lo caricarono tra chiasso e lucine su uno strano lettino pieghevole collegato ad ampolle e fili di vario colore. Una volta partiti, sfrecciando rumorosissimi per le strade, iniziarono a ciancicare parole su ciò che avevano mangiato il giorno stesso e su quale cuoco fosse migliore di altri.
Non capendo le ragioni di quello strano comportamento, la persona preferì non chiedere nulla. Certo è che non si sentiva più tanto bene. Una gamba non rispondeva più ai suoi comandi e soprattutto la sua testa pareva contenere un appiccicoso alveare al completo.
Foto di Patricio Sánchez da Pixabay
Lo strumento ambulante si fermò davanti ad una porta automatica.
Una specie di portale che introduceva in un ambiente fatto di luci bianche e tante persone ammassate ovunque e nervosissime che cercavano di comunicare con una persona protetta da un vetro speciale e altrettanto nervosa.
Sembravano tutte avere qualche difetto inspiegabile.
La persona dell’altro mondo entrò per prima, superando tutti, a bordo del suo lettino con le ruote.
“Che fortuna”, pensò.
Spostato da una parte all’altra, ciancicato, palpeggiato, buttato dentro macchine roboanti, fotografato da raggi penetranti, valutato e poi rimesso in un angolino, la persona aveva la sensazione che tutti si occupassero di lui ma nessuno si accorgesse di lui.
Una specie di catena di montaggio per persone.
In un angolo di una strana stanza vuota trascorse un tempo senza tempo.
Poi, finì in un’altra stanza completamente bianca ma contenente altre tre persone su altrettanti letti. Di nuovo con le ruote.
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Tutti, per ragioni che ignorava, dovevano poter essere spostati senza le proprie gambe.
Lo posizionarono al suo posto, indicato da un numero.
E lui divenne quel numero.
Si addormentò esausto.
Si risveglio chissà quando fissando il soffitto.
Abbagliato da quadrotti di luci bianche, lo percepì. Un nuovo tempo senza orologio, sparito per ragioni inspiegabili, che scavava dentro il suo stomaco.
Tic tac tic tac tic tic
Foto di Xaviandrew da Pixabay
Il mondo in cui abitava cambiò.
Si sentì solo.
Si sentì perso.
Le persone sembravano quasi tutte assenti.
Molte si lamentavano.
Molte pregavano.
Raramente venivano ascoltate.
L’indifferenza imperava.
L’aiuto si prenotava suonando un bottone.
Qualcuno diceva “chiama di nuovo il 12”.
Dal mondo nella norma entravano pochissimi e solo in certi orari.
La rabbia era dominante.
La tristezza persistente.
La noia padrona.
I pensieri gonfi e fragili come bolle di sapone.
Le persone, senza persona dentro.
Il cibo impacchettato, una punizione.
Le luci sempre accese in un’unica lunghissima giornata.
Gli odori spruzzati disinfettavano le zone anomale.
La logica normale del tutto anomala.
Finché arrivò qualcuno che lo guardò.
Fece un sorriso e disse:
“domani esci. Ce l’hai fatta”.
Allora finalmente capì.
Doveva trattarsi di una di quelle cose che chiamavano videogioco. Sarebbe passato al livello successivo.
Ma fra sé e sé, con una logica ormai sottosopra e i pensieri normali scoppiati, pensò:
“la gamba è a posto ma non funziona. Come farò da solo nel veloce mondo dei normali così pieno di ostacoli?
E il livello successivo gli sembrò troppo difficile da superare da solo.
“Questo gioco non fa per me. Questo mondo non fa per me. Me ne tornerò nel mio”, concluse.
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Filosofa, dottore di ricerca pedagogica e scrittrice. Mi affascinano il linguaggio e la percezione del reale che passa per i sensi. Amo la bellezza che si trasforma in arte, in ogni suo più piccolo modo di esprimersi. In ogni ambito. In ogni circostanza. Amo scrivere. Nelle parole che usiamo c’è la realtà che viviamo. Ma è come le usiamo che le dà forma mentre ne informa. La scrittura è un fluido magico che si esprime attraversando il mondo, in ogni luogo. Partendo da noi stessi. Io B-Hop perché è espressione del bello che esiste ovunque ma spesso non si nota. Che attraverso la scrittura si mostra, e può volare lontano…