di Patrizia Caiffa – A Roma esiste l’unico museo abitato al mondo: le 200 persone che lo popolano sono rom, ucraine, est europee, medio orientali, sudamericane, africane in condizioni di indigenza. Dopo aver occupato questo luogo abbandonato e fatiscente, l’ex salumificio Fiorucci in via Prenestina 913 (zona Torre Spaccata), gli abitanti hanno vinto la loro battaglia.
Per una volta, in una capitale che negli ultimi anni ha visto numerosi e infelici sgomberi, la lotta per il diritto all’abitare, iniziata nel 2009 insieme agli attivisti dei Blocchi precari metropolitani, vedrà un lieto fine.
E le 550 opere donate in questi anni da oltre 400 artisti – per salvare chi chi abita attraverso la bellezza e l’arte – avranno uno museo pubblico a tutti gli effetti.


E’ arrivata a fine ottobre fa la notizia ufficiale, grazie ad un accordo tra prefettura, Comune, Regione e proprietari della fabbrica dismessa, che il Maam, il Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz Città meticcia sarà risanato, le case abusive distrutte e al loro posto sarà costruita una palazzina con 100 appartamenti: 64 andranno alle famiglie che ora vivono a Metropoliz, il resto a chi è nelle liste di assegnazione delle case popolari.
“Siamo tutti contenti, è un po’ il miracolo di questa realtà. E’ una favola a lieto fine”,
afferma a B-Hop magazine l’anima di tutto il progetto Giorgio De Finis, antropologo e direttore artistico del Museo del Maam. Prima era direttore del Museo di arte contemporanea di Roma Macro e di fronte alla scelta, “o qui o al Maam”, non ha avuto dubbi: ha scelto l’utopia.


E’ stata sua l’idea di proporre anni fa, agli abitanti minacciati dagli sgomberi, un gioco situazionista per salvare coloro che dalla società sono definiti “brutti sporchi e cattivi”, le cosiddette vite di scarto di Zygmunt Bauman:
“Ovunque voi andiate sarete sempre trattati così, perché siete poveri”, diceva.
Per cercare di allontanare gli abitanti dai problemi li ha perciò invitati a giocare in modo surreale: “Potete andare sulla luna dove non c’è la proprietà privata, inoltre non si possono portare armi, quindi è un luogo di pace”.


Gli abitanti hanno preparato per mesi il viaggio metaforico verso la luna: hanno ascoltato lezioni di scienziati, fisici, astrofisici, antropologi, sociologi, geografi, scrittori, sono andati al Planetario di Roma per vedere da vicino la luna, hanno piazzato un telescopio sul tetto, indossato tute spaziali da astronauta, riciclato vecchi materiali della fabbrica per costruire un razzo, ricreato la superficie del satellite della terra.
Tutto con il supporto di artisti, architetti, attivisti. I metropoliziani sono così riusciti ad andare sulla luna. Un piacevole documentario in 11 episodi su Youtube racconta questa inedita avventura.
L’arte è diventata così una possibilità per cambiare le cose, un simbolo di riscatto.
E oggi, a distanza di anni, gli abitanti e chi li accompagna in questo viaggio hanno davanti a sé un grande cambiamento, una svolta.
“Siamo andati sulla luna e abbiamo costruito una utopia molto concreta, perché l’arte è un processo trasformativo importante, di rinascita culturale”.
“L’arte oggi ci riesce sempre meno – prosegue De Finis – perché è una guerra di tutti contro tutti, appartiene ad un certo sistema, ad una certa economia”.
Il percorso di riabilitazione è già iniziato. “C’è un anno di cronoprogramma per la parte amministrativa (cambiare cubature, piano regolatore, ecc.) e poi il tempo necessario per trasferire le case – spiega De Finis -. Il Museo cambierà faccia. Non pioverà più dal tetto, ci saranno i bagni, le fognature, gli impianti elettrici a norma”.


“Speriamo di dare vita ad un museo partecipato con gli abitanti e con gli artisti. Ma soprattutto che si riesca a mantenere lo spirito del luogo, guadagnando un po’ di tranquillità per noi, per gli abitanti e per le opere”.
Nel frattempo gli abitanti andranno in case temporanee messe a disposizione dal Comune e dalla Regione poi torneranno a Metropoliz quando gli appartamenti saranno riedificati ex novo dall’impresa Salini, proprietaria dello spazio.
Negli anni Salini ha già ottenuto due maxi risarcimenti e 60.000 euro al mese dallo Stato. Ora ha rinunciato al pagamento mensile in attesa di vendere le case popolari al Comune.
“Sono tutti ben contenti di provare a sanare una situazione difficile: i proprietari, la prefettura che non dovrà sgomberare con gli idranti, gli occupanti perché avranno una casa e gli artisti il loro museo. C’è grande ottimismo ma bisogna fare un passo alla volta, perché non è mai stato fatto un percorso così”.


Per la progettazione si sta pensando ad un concorso internazionale di architettura. Nel frattempo De Finis ha chiesto all’Università la Sapienza di Roma documentare tutto ciò che c’è oggi “perché tutto questo non ci sarà più, soprattutto gli spazi abitativi in autocostruzione”.
Il Maam è stato costruito finora come “una cattedrale medievale laica: ognuno è venuto e ha lasciato il suo dono”,
ama ricordare De Finis.
Tra i 400 artisti che hanno donato o portato le loro opere ci sono nomi famosi come Michelangelo Pistoletto con la sua Venere degli stracci (che non esiste più perché incendiata a Napoli), lo spagnolo Gonzalo Borondo, lo street artist brasiliano Eduardo Kobra.
Anche se il direttore del Maam ci tiene a sottolineare che “non è un museo di street art ma di arte contemporanea. Inoltre qui il grande nome sta vicino al giovane street artist”.


La visita guidata al Maam è possibile ogni sabato mattina, ed è consigliatissima. C’è anche la possibilità di pranzare lì, con cibo etnico preparato dai metropoliziani.
Una immersione nell’arte non edulcorata, tra la vita vera di esistenze precarie.
La fabbrica, uno spazio di oltre 20.000 metri quadrati, era abbandonata da 17 anni prima di essere occupata. La fatiscenza, nonostante gli sforzi degli abitanti e degli artisti, si avverte.


Gianluca Fiorentini, artista e guida del Maam (all’interno di sono due sue opere) conduce le visite guidate con partecipazione, perché ne ha vissuto la storia, le vicissitudini, che ripercorre mostrando poi le opere:
“L’occupazione è avvenuta il 27 marzo 2009. Prima le persone vivevano in automobile, nei centri di accoglienza temporanea o da amici. La cosa insolita è che si sono mischiate persone dal Centro e Sud America, dall’Est Europa, dal Nord Africa e dal Corno d’africa, Rom. Nell’aprile 2012 Giorgio De Finis ha avuto l’idea di chiamare street artist di fama internazionale per dipingere i muri esterni e interni.
Il 2012 è così considerato l’anno di nascita del Maam”.


All’ingresso del Museo campeggia la scritta Fart (in inglese scoreggia) a dare già l’idea di uno spazio irriverente come spesso è l’arte. “Rappresenta anche uno sberleffo ai musei ufficiali fighettini”.
Tra le 550 opere bellissime c’è il mappamondo dal volto umano di Carmine Leta, un QR code che nasconde la parola vaffanculo di Massimo Orsi (riferito al periodo delle privazioni delle libertà con il Green pass), I guerrieri della luce di Stefania Fabrizi, le sculture di Claudio Marani.


“Se un artista non si prende cura della propria opera deperisce e la togliamo”, precisa Fiorentini, mostrando anche i giochi di luce che nascono dalle sue opere.


In questa fabbrica uccidevano i maiali prima di trasformarli in salumi.
Ora in quello spazio di sofferenza ci sono opere d’arte che documentano una liberazione.























