di Stefano Macera – Non si fa solo retorica quando, riferendosi a Roma, si parla di “meraviglie nascoste“. Nell’Urbe non sono pochi i siti quasi invisibili ma dal notevole rilievo storico e artistico. E’ il caso del Santuario della Madonna dell’Archetto, autentico gioiello ottocentesco.
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Tutto congiura affinché sia poco conosciuto, a cominciare dalla sua stessa collocazione. Su una via (di S. Marcello) che per i turisti è più che altro di passaggio, a un certo punto si apre uno stretto vicolo, quasi sempre chiuso da un cancello.
In fondo, vi si trova l’accesso al Santuario, che è poi una cappella priva d’una vera e propria facciata. E dunque tale da non risaltare nell’intreccio di edifici che la comprende. Ora, un’apparenza esterna così dimessa non può che amplificare il successivo effetto sorpresa.
Una volta entrati, infatti, si attraversa uno spazio minuscolo eppure carico di valori decorativi e architettonici. Le guide della città parlano di un impianto a croce latina, ma dalla navata unica all’ambiente dominato dalla cupola non sono che pochi passi.


Par di ammirare una versione in miniatura degli edifici sacri dei secoli XV e XVI, solo che quest’opera è di molto successiva.
Inaugurata il 3 maggio 1851 e realizzata da quel Virginio Vespignani che fu tra gli architetti più affermati dell’epoca, viene collocata da diversi studiosi nella tendenza detta “neorinascimentale”.
Dunque, è un’espressione di quel revival della fase aurea dell’arte italiana che di rado è andato in profondità. Risolvendosi, il più delle volte, nella mera imitazione delle forme di un passato glorioso. L’operazione qui condotta è di ben altra finezza. Lo si intuisce già attraversando la “navata”, coperta da un soffitto a cassettoni in stucco dorato e distinta, ai lati, da sculture di angeli in gesso. Se ne ha poi la certezza al cospetto della cupola, emisferica e affrescata da Costantino Brumidi.


In fondo, la cappella non è che un riuscito esperimento, attraverso il quale l’architetto offre al pubblico una personale rilettura di ideali rinascimentali come l’armonia e l’equilibrio delle proporzioni.
Per questa via, egli consente ai visitatori più curiosi di disporre di un termine di paragone a ogni successivo confronto con i tesori quattro-cinquecenteschi.
Magari, essi indagheranno pure sulla prestigiosa carriera del Vespignani, scoprendo che a lui si devono la sistemazione definitiva del Cimitero del Verano e la ricostruzione di Porta San Pancrazio. A caccia di notizie, apprenderanno inoltre che il pittore Brumidi, che qui si è misurato con la più ridotta delle scale, ottenne la massima affermazione oltreoceano.
Ove affrescò nientemeno che l’enorme cupola del Campidoglio di Washington. Peregrinazioni mentali tutt’altro che superflue, che però non debbono far dimenticare l’essenziale.
Questa cappellina, come tante altre gemme della Città eterna, nasce dalla forte religiosità del popolo romano.
All’origine, infatti, vi è un’immagine mariana della fine del ‘600, collocata sotto l’arco di collegamento tra due edifici.


A essa si legano più eventi miracolosi, uno dei quali (il 9 luglio 1796) trasformò definitivamente il sito in meta di partecipati pellegrinaggi.
Secondo diversi fedeli la Madonna non solo mosse gli occhi ripetutamente, ma addirittura pianse. Il numero dei testimoni e la loro ferma convinzione portarono con sé il riconoscimento ufficiale del prodigio. Di qui alla realizzazione di una cappella volta a contenere la santa effige passarono alcuni decenni, ma mai risultato fu più in sintonia con la devozione popolare.
L’inedito connubio tra senso d’intimità e bellezza formale fece subito percepire il luogo come la più degna delle “case” della Vergine.





















